Da dovere morale a rischio d’impresa per calo di sbarchi
Calano gli sbarchi, piangono le cooperative rosse. Mancano i clienti. Chiudono gli alberghi. Le cooperative chiedono aiuto.
Da quando l’accoglienza è un’industria con il fatturato?
A Novara ha chiuso l’Hotel Victoria, poi San Giuliano Milanese, Penne, il Veneto. Non per scandali, non per le condizioni indecenti che pure in Sicilia hanno chiuso altri centri. Per mancanza di ospiti.
Gli sbarchi sono più che dimezzati e ai centri arrivano meno soldi. Ed è esattamente questa la notizia buona, per chiunque non viva di quei soldi.
Questo governo finora non ha risparmiato un euro sull’accoglienza. Nel 2024 ha stanziato più di ogni anno dal 2019. Ha dimezzato gli sbarchi. Il risparmio arriva da solo, quest’anno, sotto forma di alberghi chiusi e cooperative che piangono.
In Veneto le coop hanno posti per 10.000 persone e ne ospitano 6.800. Un dirigente di Legacoop, segretario del PD nel suo Paese, lo chiama “rischio d’impresa” in un’intervista al Corriere del Veneto.
Ha detto la parola giusta: impresa.
E da imprenditore ragiona. Le coop, dice, pagano affitti di appartamenti vuoti che il ministero non rimborsa, hanno dipendenti in eccesso, ma “finché riusciamo dobbiamo mantenere la rete inalterata”.
Se gli sbarchi riprendono e le prefetture tornano a chiedere posti ormai chiusi, il sistema salta.
Il rischio d’impresa, per ora, lo tiene sulle sue spalle. Ma il lamento sugli affitti non rimborsati dice dove vuole arrivare, allo Stato che paga i letti vuoti.
Non per chi ci dorme, ma per chi potrebbe dormirci domani. Una polizza sugli sbarchi futuri, con il premio a carico del contribuente.
E se gli sbarchi non riprendono? La rete va tenuta in piedi lo stesso, parola sua.
Un’assicurazione che paga quando il sinistro c’è e pure quando non c’è.
Ma la polizza copre le perdite, non fa fatturato. Per quello serve la proposta. Ed è da manuale di marketing. Se il mare non porta più clienti, si vada a prenderli altrove.
I dublinanti che la Germania ci rimanda indietro, da sistemare nei centri vuoti. E se non bastano, si allarghino le maglie del secondo livello, così ne entrano di più.
Nessun albergatore di Rimini ha mai chiesto al Viminale di riempirgli le camere. Le cooperative rosse sì.
Del resto industria non è una metafora. Seimila strutture in tutta Italia. I dieci gestori più grandi si dividono un quinto dei posti.
E non sono tutte cooperative. Le società di capitali hanno raddoppiato i posti in due anni, da settemila a quindicimila.
Un solo gruppo privato ne gestisce più di cinquemila. La Croce Rossa, con le sue articolazioni, quasi seimila.
Il colore, insomma, non è più il punto. Rosse, bianche, private, con o senza scopo di lucro. Il modello è lo stesso, come pure il cliente. Lo Stato. Un settore con i suoi grandi player, i suoi bilanci, le sue lobby.
Quando va male gli altri settori hanno la crisi. Questo ha sempre l’emergenza umanitaria, vada come vada.
In dodici anni lo Stato ha stanziato oltre 25 miliardi per immigrazione e accoglienza.
Quanti ne siano arrivati alle cooperative non lo sa nessuno, perché nessuno li ha mai contati. Il dirigente di Legacoop sì: sa esattamente quanti gliene mancano.
E l’Europa? Nel 2016, anno da 180.000 sbarchi, lo Stato italiano mise sul piatto 1,7 miliardi, Bruxelles solo 47 milioni. Il 3%.
Dieci anni dopo il metro è lo stesso: il fondo europeo vale cento milioni l’anno, l’accoglienza due miliardi. L’accoglienza europea l’hanno pagata gli italiani e nessuno a Bruxelles ha mai pianto.
Quanti di quei miliardi siano finiti altrove lo hanno raccontato i tribunali.
Il primo a spiegarlo fu Salvatore Buzzi, cooperativa 29 Giugno, tessera Legacoop, nel 2014: “con gli immigrati si guadagna più che con la droga”. Lo disse al telefono. La Cassazione ha poi reso definitiva la sua condanna.
Poi Isola Capo Rizzuto, il centro più grande d’Europa, dove a gestire c’era una Misericordia e a comandare la ‘ndrangheta.
103 milioni di soldi pubblici in dieci anni, 36 finiti alla cosca, pasti da cani ai migranti. Le condanne sono diventate definitive.
Lì la cooperativa era bianca e la mafia calabrese. Il sistema a diaria non guarda il colore di chi ci mette le mani.
Poi Latina. Qui il colore torna.
La coop della suocera di Aboubakar Soumahoro, il sindacalista con il pugno chiuso e gli stivali infangati portati in Parlamento. Il volto che la sinistra aveva scelto per dire che l’immigrazione è dignità.
I dipendenti, immigrati pure loro, aspettavano lo stipendio. La moglie del deputato posava in Ferragamo e lui rivendicava il diritto all’eleganza.
Il cognato, secondo il GIP, spostava i soldi dell’accoglienza su un conto in Ruanda e apriva un ristorante italiano a Kigali.
Un capodanno in un quattro stelle africano è stato pagato con la voce vitto dei migranti 2.140 euro.
Oggi il cognato è risultato irreperibile, moglie e suocera sono a processo. Soumahoro è ancora in Parlamento, non indagato.
È un uomo distratto che non si era accorto dei vestiti, delle scarpe e delle borse della moglie, né dei soldi finiti in Ruanda. Di se stesso, invece, si accorge benissimo.
Ha annunciato al Foglio che vuole ricandidarsi, stavolta con il tricolore. Di là sono rimasti attoniti. Pensavano a uno scherzo.
Tre storie, tre sigle diverse, un solo meccanismo. Lo Stato pagava a testa al giorno e nel 2024 quattro centri su cinque non hanno visto un’ispezione.
A Latina, dopo Karibu, nemmeno uno. La parola solidarietà nello statuto bastava come garanzia.
Non è che qualcuno ha rubato dentro un sistema sano. È che il sistema pagava a cottimo chiunque avesse un capannone e una partita IVA. Chi ha rubato ha solo letto meglio le regole.
Per anni ci hanno spiegato che l’accoglienza era un dovere morale. Sono calati gli sbarchi ed è diventata un rischio d’impresa.
Il solo Superbonus di Conte ha bruciato oltre 165 miliardi, certificati dalla Corte dei Conti. Quando è finito le imprese edili hanno pianto.
L’accoglienza di miliardi ne ha avuti 25 e piange lo stesso. Un dovere morale non ha mai avuto un bilancio da far quadrare. Un’industria sì.





