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Hiroshima e Nagasaki, per non dimenticare mai

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Hiroshima e Nagasaki

A 81 anni da quei tragici eventi quale insegnamento rimane?

Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica impiegata contro una città esplose sopra Hiroshima.
Tre giorni dopo, il 9 agosto, un secondo ordigno colpì Nagasaki. Per comprendere quei giorni bisogna partire dalla situazione della guerra nel Pacifico.

La bomba era nata dal segretissimo Progetto Manhattan, avviato dagli Stati Uniti durante la guerra nel timore che la Germania nazista potesse costruire per prima un’arma nucleare.

Il generale Leslie Groves ne dirigeva l’organizzazione militare, mentre il fisico Robert Oppenheimer guidava il laboratorio scientifico di Los Alamos, nel Nuovo Messico. Oppenheimer non inventò da solo la bomba: coordinò il lavoro di migliaia di scienziati, tecnici e ingegneri.

Furono costruiti due ordigni differenti: Little Boy, all’uranio, destinato a Hiroshima,e Fat Man, al plutonio, poi utilizzato contro Nagasaki.

Il 16 luglio 1945, nel deserto del Nuovo Messico, il test Trinity dimostrò che la nuova arma funzionava. Oppenheimer avrebbe ricordato un verso della Bhagavadgītā: «Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi».

A quel punto la Germania si era già arresa, ma la guerra contro il Giappone continuava.

Nell’estate del 1945 l’Impero giapponese era ormai prossimo alla sconfitta. La marina era stata quasi annientata, l’aviazione gravemente indebolita, le città venivano devastate dai bombardamenti e il blocco navale stava strangolando rifornimenti, carburante e viveri.

Il bombardamento incendiario di Tokyo, nella notte tra il 9 e il 10 marzo, aveva già provocato probabilmente tra 80.000 e 100.000 morti.

Nonostante questo, una parte decisiva dei vertici militari giapponesi rifiutava la resa incondizionata.

Le battaglie di Iwo Jima e Okinawa avevano mostrato che cosa sarebbe accaduto durante un’invasione del territorio nazionale: combattimenti fino all’ultimo uomo, attacchi kamikaze, soldati e civili mobilitati per resistere.

Gli Stati Uniti stavano preparando l’Operazione Downfall, l’invasione dell’arcipelago giapponese, che sarebbe cominciata nel novembre 1945.
Nessuno poteva prevedere con precisione il numero delle vittime, ma si temeva una carneficina immensa per entrambe le parti.

Dopo la morte di Franklin Roosevelt, avvenuta il 12 aprile, la decisione passò al nuovo presidente Harry S. Truman, che solo allora venne informato compiutamente dell’esistenza della bomba.

Tra le possibilità considerate vi erano una dimostrazione dell’ordigno in una zona disabitata, la prosecuzione del blocco e dei bombardamenti convenzionali, l’attesa dell’ingresso sovietico nella guerra oppure l’uso immediato contro una città.

La dimostrazione venne scartata perché gli americani possedevano pochissimi ordigni, temevano un fallimento tecnico e dubitavano che una semplice esibizione avrebbe convinto i militari giapponesi.

Un comitato individuò diverse possibili città bersaglio. Dovevano avere importanza militare o industriale, essere sufficientemente estese e non essere già state distrutte, affinché gli effetti della nuova arma risultassero chiaramente visibili.

Kyoto fu eliminata dalla lista, soprattutto per il suo immenso valore storico e culturale. Rimasero Hiroshima, Kokura, Niigata e Nagasaki.

Il 26 luglio Stati Uniti, Regno Unito e Cina diffusero la Dichiarazione di Potsdam, intimando al Giappone la resa e minacciando, in caso contrario, una «rapida e totale distruzione».

Non dissero però esplicitamente di possedere una bomba atomica.

Il governo giapponese non accettò l’ultimatum.

La decisione politica di usare l’arma fu di Truman.

Il 25 luglio venne trasmesso l’ordine operativo: la prima bomba avrebbe dovuto essere sganciata dopo il 3 agosto, non appena il tempo avesse permesso un bombardamento a vista.

La stessa direttiva autorizzava l’impiego delle bombe successive non appena fossero state disponibili.

Questo significa che Nagasaki non fu colpita in seguito a un secondo e separato ordine personale di Truman: il bombardamento del 9 agosto faceva parte della sequenza già autorizzata.

Hiroshima, 6 agosto 1945

La bomba Little Boy venne caricata su un bombardiere quadrimotore B-29 Superfortress chiamato Enola Gay, dal nome della madre del comandante, il colonnello Paul Tibbets.

L’aereo decollò dall’isola di Tinian alle 2:45 del mattino. A bordo si trovavano dodici uomini. Il bombardiere era il maggiore Thomas Ferebee; il capitano William Parsons era responsabile dell’ordigno e ne completò l’armamento durante il volo.

Altri B-29 accompagnavano l’Enola Gay per compiere misurazioni scientifiche e documentare l’esplosione. Aerei meteorologici avevano precedentemente comunicato che sopra Hiroshima il cielo era sufficientemente libero.

La città contava allora circa 350.000 persone: civili, militari, studenti, lavoratori mobilitati, coreani sottoposti al dominio coloniale giapponese e alcuni prigionieri di guerra.

La mattina era limpida. Era terminato un precedente allarme aereo e, vedendo soltanto pochi velivoli americani, molte persone non cercarono riparo.

Alle 8:15 e 17 secondi, da circa 9.500 metri di quota, Thomas Ferebee sganciò Little Boy. L’Enola Gay compì immediatamente una brusca virata per allontanarsi.

Dopo circa 43 secondi, la bomba esplose a quasi 600 metri d’altezza, sopra la zona dell’ospedale Shima. Non doveva toccare terra: l’esplosione in aria avrebbe permesso all’onda d’urto di investire una superficie molto più vasta.

La potenza fu equivalente a circa 15.000 tonnellate di tritolo. Da terra si vide un lampo bianco-azzurro più intenso del sole.

Vicino all’ipocentro il calore incendiò corpi, vestiti, legno e carta.
Subito dopo arrivò l’onda d’urto: abitazioni e palazzi crollarono, i vetri si trasformarono in proiettili, tetti e pareti vennero strappati via.

Migliaia di incendi si unirono in una tempesta di fuoco. Le strade scomparvero sotto le macerie. Molti sopravvissuti vagavano con ustioni profonde e la pelle che pendeva dal corpo, implorando acqua. Altri si gettarono nei fiumi e vi morirono.

Gli ospedali erano stati distrutti; gran parte dei medici e degli infermieri era morta o ferita. Nessuno comprendeva ancora pienamente gli effetti delle radiazioni.

Dopo circa venti minuti cominciò a cadere la “pioggia nera”, formata da acqua, fuliggine, polvere e materiale radioattivo.

Nei giorni successivi persone apparentemente sopravvissute cominciarono a soffrire di vomito, febbre, emorragie, perdita dei capelli e collasso delle difese immunitarie.

La città di Hiroshima stima che entro la fine del 1945 fossero morte circa 140.000 persone.

Truman annunciò pubblicamente l’impiego della bomba e minacciò il Giappone con una «pioggia di rovina dall’aria» se non si fosse arreso.

Ma a Tokyo regnava ancora la confusione. Inizialmente il governo non comprese neppure cosa fosse accaduto. Quando gli esperti raggiunsero Hiroshima, scoprirono che una sola bomba aveva distrutto quasi un’intera città. Eppure, il Consiglio supremo giapponese rimase diviso.

L’8 agosto arrivò un altro colpo decisivo: l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e invase la Manciuria. Tokyo perdeva così ogni speranza di servirsi di Mosca come mediatrice.

Nagasaki, 9 agosto 1945

La seconda bomba non era inizialmente destinata a Nagasaki.
L’obiettivo principale della missione era Kokura, sede di un importante arsenale. Nagasaki rappresentava l’obiettivo secondario.

La bomba Fat Man venne caricata sul B-29 Bockscar, comandato dal maggiore Charles Sweeney. A sganciare materialmente l’ordigno sarebbe stato il bombardiere Kermit Beahan.

Prima del decollo venne scoperto un guasto: circa 2.400 litri di carburante non potevano essere utilizzati. Sweeney decise ugualmente di partire.
Arrivato sopra Kokura, l’equipaggio trovò la città coperta dalle nuvole, dalla foschia e dal fumo proveniente da un precedente bombardamento.

Il Bockscar compì tre passaggi, mentre la contraerea giapponese cominciava a reagire e il carburante diminuiva pericolosamente.
Sweeney rinunciò allora a Kokura e si diresse verso Nagasaki.

Da questo episodio nacque l’espressione giapponese “la fortuna di Kokura”: una città si salvò perché le nuvole trasferirono la morte sopra un’altra.
Anche Nagasaki era coperta.

Attraverso un’apertura momentanea fra le nubi, Beahan individuò una parte della città e, alle 11:02, sganciò Fat Man.

La bomba esplose a circa 500 metri d’altezza, sopra la valle industriale di Urakami, a quasi tre chilometri dal punto originariamente previsto. Aveva una potenza superiore a quella di Hiroshima, equivalente a circa 21.000 tonnellate di tritolo, ma le colline limitarono parzialmente la propagazione dell’onda d’urto.

Nagasaki era un importante centro portuale e industriale, ma anche il cuore storico del cattolicesimo giapponese. L’esplosione avvenne proprio sopra il quartiere di Urakami, distruggendo la sua grande cattedrale durante una funzione religiosa.

Fabbriche, scuole, ospedali e abitazioni vennero annientati. Morirono operai, militari, donne, anziani, bambini, religiosi e prigionieri di guerra.

Entro la fine del 1945 le vittime furono probabilmente tra 60.000 e 80.000.
Il Bockscar, quasi privo di carburante, riuscì a raggiungere Okinawa e atterrò in condizioni di emergenza.

La resa

Dopo Hiroshima, Nagasaki e l’ingresso dell’Unione Sovietica nella guerra, i vertici giapponesi erano ancora divisi a metà tra chi voleva arrendersi e chi intendeva continuare a combattere.

Fu l’imperatore Hirohito a rompere lo stallo, accettando sostanzialmente le condizioni stabilite a Potsdam. Alcuni ufficiali tentarono persino un colpo di Stato per impedire la trasmissione del suo discorso, ma fallirono.

Il 15 agosto 1945 il popolo giapponese ascoltò per la prima volta alla radio la voce dell’imperatore, che annunciò la fine della guerra e parlò di una «nuova e crudelissima bomba» capace di condurre alla distruzione non soltanto del Giappone, ma dell’intera civiltà umana.

La resa formale venne firmata il 2 settembre 1945 sulla corazzata americana USS Missouri, nella baia di Tokyo.

Ancora oggi gli storici discutono su che cosa abbia costretto veramente il Giappone alla resa: le due bombe atomiche, l’ingresso sovietico nel conflitto o la combinazione di tutti questi eventi.

Si discute anche se fosse indispensabile colpire due città abitate o se esistessero alternative.

Il Giappone imperiale aveva scatenato guerre d’aggressione e commesso atrocità spaventose in tutta l’Asia. Ma sotto quelle bombe morirono in grandissima parte persone che non avevano deciso la guerra: bambini diretti a scuola, donne, anziani, lavoratori, medici, malati e famiglie intere.

Il 6 agosto 1945 la guerra non divenne improvvisamente disumana: lo era già stata in misura sconfinata. Quel giorno, però, l’umanità acquistò per la prima volta il potere concreto di distruggere se stessa.

Da allora la nostra sopravvivenza dipende anche dalla capacità di non ripetere ciò che accadde alle 8:15 a Hiroshima e alle 11:02 a Nagasaki.

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