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Afghanistan dopo anni di talebani

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Lo stato delle donne e l’isolamento internazionale

“Non si può liberare una nazione senza liberare le sue donne, né si può costruire un futuro lasciando metà della popolazione nell’ombra”.
Amartya Sen
L’Afghanistan contemporaneo rappresenta un laboratorio geopolitico e umano tragicamente unico, dove il tempo sembra essersi fermato e, per metà della popolazione, persino invertito.

Dalla fase segnata dal ritiro delle truppe occidentali e dal rapido collasso della Repubblica Islamica, il regime dei talebani ha consolidato la propria presa sul Paese.

Quella che per molte cancellerie internazionali doveva essere una fase transitoria si è trasformata in una struttura di potere rigida e militarizzata, capace di resistere all’isolamento economico e di imporre una trasformazione radicale della società afghana.

​La cancellazione sistematica delle donne dallo spazio pubblico

​Il tratto distintivo dell’amministrazione dei talebani è senza dubbio la politica attuata nei confronti delle donne afghane, definita da numerosi osservatori ed esperti di diritti umani come un vero e proprio sistema di apartheid di genere.

Nessun altro Paese al mondo applica restrizioni così pervasive e istituzionalizzate basate esclusivamente sul sesso.

​Nel corso del tempo trascorso dal loro ritorno al potere, le autorità di Kabul hanno emanato decine di decreti ed editti che hanno progressivamente eroso ogni forma di autonomia femminile.

Istruzione negata: l’accesso alle scuole secondarie e all’università è totalmente precluso alle ragazze. L’Afghanistan rimane l’unico Paese del pianeta a vietare formalmente l’istruzione oltre il livello primario per le giovani donne.

Cancellazione dal mercato del lavoro: alle donne è stato proibito di lavorare per le organizzazioni non governative internazionali, nelle agenzie delle Nazioni Unite e nella maggior parte dei settori dell’amministrazione pubblica, fatta eccezione per ambiti circoscritti della sanità e dell’istruzione primaria.

Restrizioni alla mobilità: il diritto di spostamento è subordinato alla presenza di un mahram (un accompagnatore maschile della famiglia) per i viaggi a lunga distanza.

Codici di abbigliamento e comportamento: l’obbligo del velo integrale (burqa o niqab) è applicato con severità. L’approvazione delle leggi sulla promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha persino vietato alle donne di far sentire la propria voce in pubblico.

​L’effetto combinato di queste misure è la totale estromissione delle donne dalla vita politica, economica e sociale. La chiusura dei saloni di bellezza non ha rappresentato soltanto un colpo all’occupazione femminile, ma ha eliminato uno degli ultimi spazi di socializzazione sicuri rimasti nel Paese.

L’impatto economico e la risposta sociale della popolazione femminile

​L’esclusione delle donne dalla forza lavoro ha inferto un colpo devastante all’economia afghana, già provata da decenni di conflitti, siccità e sanzioni finanziarie. La perdita dell’apporto economico femminile impoverisce progressivamente le famiglie e riduce drasticamente la presenza di personale qualificato nelle strutture essenziali.

​Di fronte a un contesto drammatico, si osservano diverse dinamiche all’interno della società afghana:

l’emergere di reti clandestine: in risposta al divieto di istruzione, sono nate scuole sotterranee gestite da insegnanti ed educatrici volontarie. Allo stesso modo, le attività economiche informali da casa sono diventate l’unico sostentamento per molte famiglie senza figura maschile;

il costo psicologico della segregazione: organizzazioni mediche e umanitarie segnalano un picco senza precedenti nelle problematiche di salute mentale tra le giovani donne, con livelli crescenti di depressione e ansia.

​Nonostante il terrore e la repressione violenta delle manifestazioni di piazza, la resistenza femminile non si è del tutto spenta, ma si è trasferita online o in forme di protesta civile a basso profilo.

Un isolamento internazionale senza precedenti

​Sul fronte estero, l’Afghanistan si trova in uno stato di profondo isolamento formale. Il regime dei talebani non ha ottenuto il riconoscimento diplomatico ufficiale da parte della quasi totalità dei governi mondiali.

​Le ragioni di questo stallo geopolitico si basano su requisiti stabiliti dalla comunità internazionale:

riconoscimento dei diritti umani fondamentali, in particolare i diritti delle donne e delle minoranze etniche;

formazione di un governo inclusivo, che rappresenti le diverse componenti etniche e politiche del Paese, superando il monopolio del movimento;

garanzie in materia di antiterrorismo, per evitare che il territorio afghano torni a essere una base operativa per gruppi estremisti internazionali.

​La diplomazia pragmatica e gli attori regionali

​Nonostante l’assenza di un riconoscimento formale, l’isolamento dell’Afghanistan non è assoluto. Il regime di Kabul ha sviluppato una complessa rete di relazioni pragmatiche con le potenze regionali e i Paesi vicini, interessati alla stabilità e alla sicurezza dei propri confini.

​Mentre i Paesi occidentali mantengono sanzioni severe e condizionano qualsiasi sostegno economico alla tutela dei diritti umani, diversi attori regionali come Cina, Russia e i Paesi confinanti adottano una politica basata sul realismo politico (realpolitik), privilegiando la sicurezza, il controllo dei flussi migratori e le opportunità commerciali alla promozione dei diritti democratici.

​La crisi umanitaria e la sfida degli aiuti internazionali

​L’isolamento politico dell’Afghanistan si traduce in un dilemma etico e pratico per la comunità internazionale e la rete delle organizzazioni umanitarie. Una quota ingente della popolazione afghana dipende dall’assistenza umanitaria esterna per la sopravvivenza quotidiana.

​Tuttavia, la gestione dei soccorsi è complicata da molteplici fattori:

sanzioni e congelamento dei beni: l’impossibilità di accedere pienamente ai mercati finanziari globali e le restrizioni sulle riserve della Banca Centrale afghana all’estero limitano la liquidità interna e frenano lo sviluppo di progetti a lungo termine;

ostacoli operativi all’assistenza: il divieto imposto alle operatrici umanitarie femminili rende estremamente difficile raggiungere le donne e i bambini nelle aree rurali, dove le norme culturali impediscono il contatto con operatori maschili;

decremento dei donator, derivato dalla sovrapposizione di altre crisi globali e il peggioramento delle condizioni politiche afghane hanno portato a una progressiva riduzione dei fondi destinati alle missioni umanitarie nel Paese.

​Prospettive future per un Paese al bivio

​L’Afghanistan si trova di fronte a un vicolo cieco strutturale.

Da un lato, la dirigenza al potere dimostra di non voler cedere alle pressioni esterne sui diritti sociali e umani, considerati non negoziabili all’interno della propria visione ideologica e religiosa.

Dall’altro, l’assenza di riforme economiche, la fuga dei cervelli e l’esclusione della componente femminile precludono ogni possibilità di sviluppo sostenibile e di crescita autonoma.

​Senza un dialogo strutturato tra le parti e senza una revisione delle politiche interne sulla segregazione di genere, il Paese rischia di rimanere intrappolato in un ciclo permanente di povertà, dipendenza dagli aiuti e instabilità strisciante.

Il futuro dell’Afghanistan continuerà a dipendere dalla capacità della sua società civile di resistere e dalla volontà degli attori internazionali di mantenere l’attenzione su una crisi che trascende i confini regionali per toccare la coscienza globale.

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