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La crisi della democrazia partecipativa

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democrazia partecipativa

Il caso dell’affluenza alle urne in Calabria

Il livello più basso della democrazia partecipata si è toccato nelle recenti elezioni suppletive a Reggio Calabria.

Una partecipazione degli elettori, che a ogni competizione elettorale, si riduce inarrestabilmente, fino a toccare il 22% dei votanti.

Certo, qualcuno può commentare erano elezioni che non avevano nessuna importanza e interessavano solo ai candidati.

Ma il dato elettorale di bassa partecipazione non è la classica pecora nera in un gregge di pecore bianche, è la costante negativa che dovrebbe preoccupare per la continua discesa.

Abbiamo raggiunto il punto più basso?

O ancora di più si precipiterà su questo piano inclinato?

Sono domande che tutti dovrebbero farsi, ma non sembra che la politica voglia affrontare questo stato di morta gora della democrazia.

Ne vogliamo parlare?

Credo che ne dobbiamo parlare!

Il discorso deve diventare assolutamente di principio: se viene meno la legittimazione politica di una qualsiasi istituzione, viene meno la delegittimazione democratica che può imporre modelli o scelte diverse.

Ancora oggi, nonostante tutto, resta centrale il problema di come riconquistare il consenso sociale e, per invertire la pericolosa tendenza allo scollamento, all’astensionismo, alla frantumazione corporativa della società è necessario innovare la prassi politica consolidata e, sulla base di un’appropriata analisi delle realtà sociali, inventare nuove soluzioni.

L’idealità, cioè il pensiero, la cultura e le concezioni di vita e del mondo, sono parte importante del nostro vivere, in quanto non si può fare a meno della partecipazione motivata e motivante delle cittadinanze a qualsiasi progetto di rinnovamento, di progresso e di risposta ai bisogni reali dei cittadini.

Rinnovarsi, allora, coincide con il rinnovato compito, squisitamente politico e sociale, volto a determinare i valori, le equità e, in definitiva, la democrazia della società.

La democrazia ha bisogno di un consenso libero e critico dei cittadini per non cadere nelle coazioni demagogiche di una propaganda politica alimentata dall’ignoranza, della disinformazione, dalla formazione intellettuale o presunta tale o da una subcultura faziosa.

Ed è quello che sta avvenendo con i rigurgiti estremistici nazisti o comunisti, come è successo in Germania nelle recenti elezioni, o qualunquistici e privi di cultura valoriale, che propongono un ritorno indietro, come è avvenuto in Italia e sta avvenendo ancora.

Questo pericoloso deficit democratico si sta allargando sempre più, pertanto, diventa concreto il rischio di un’involuzione della democrazia.

Quindi, se l’efficacia dell’azione politica passa ancora e sempre nel concorrere alla costituzione della libertà, delle eguaglianze e del benessere, allora proprio su tutto ciò la politica deve costruire il suo impegno progettuale e strategico.

È vero, va trasformato l’impegno della politica, perché è variato il modo dello sviluppo dell’aggregazione sociale e ciò non significa che sia venuta meno la necessità dell’uomo di unirsi collettivamente, di riconoscersi in un’aggregazione.

Sono tornate dominanti alcune necessità condotte su obiettivi di grande valore civile: pensiamo solo alla questione dell’equità fiscale e della progressione della tassazione.

È tornata in ballo la questione di un’etica che deve comunque ispirare le decisioni politiche ed economiche, in un momento nel quale i problemi acquistano valore epocale e le cui soluzioni implicano grandi responsabilità nei confronti delle generazioni future: per il loro lavoro, ma anche per l’ambiente in cui vivranno, il tipo di energia che consumeranno, la qualità della vita che i servizi pubblici offriranno.

Il mio non è un discorso che guarda a un parte della politica, perché mi sembra che nel caos si soffermi tutta la politica.

Non esistendo una contrapposizione di modelli ideali, che possano far scegliere nell’offerta della politica, qual è più affine alla propria idea di modello di società, di welfare, di economia, sociale e relazionale, alla fine per il cittadino sono tutti uguali e tutti ragionano qualunquisticamente, scegliendo chi urla di più e, soprattutto, chi vuole sfasciare il preesistente.

Ripensare a un “nuovo umanesimo” in un mondo inaridito nei sentimenti e nei valori, dove prevale solo l’arroganza, la sopraffazione, e l’Io piuttosto che il noi, non solo è opportuno, ma è necessario.

È certamente sbagliato guardare con l’ottica del nostalgico, ma se si analizza l’attuale società, la sua crisi valoriale, dove la guerra è diventata l’unica forma di scambio fra i popoli e i costi economici e sociali che, conseguentemente, si producono, si impone l’esigenza di riflettere su un modello alternativo a quello dominante, che può essere proposto solo dalla riconquista di spazi di partecipazione, e di impegno, sulla base di un nuovo pensiero che ricrei un’ottica valoriale, che solo la riscoperta dell’umanesimo può dare.

Di fronte alle barbarie della forza e le certezze di chi impone questo modello si risponda con la riaffermazione dei concetti di libertà, democrazia, uguaglianza, tolleranza, dialogo, dubbio, partecipazione e la ricerca del bene comune.

È evidente, quindi che, ancora una volta, è messa in gioco la funzione rappresentativa della politica attuale, che nega il diritto a partecipare e, invece, necessariamente deve essere e dovrà continuare ad essere reale.

Oggi, in questa situazione di crisi, l’umanità sta regredendo in molti campi. Questo processo lo si può contrastare solo se si ritorna a discutere su diritti e valori sociali, poiché altrimenti, si discute solo sulla quotidianità, senza compiere nessun passo avanti.

Su questo deve riflettere la politica, perché se essa non riesce ad individuare un’idea di nuova società, in cui le persone possano riconoscersi e continua, viceversa, a correre dietro l’impostazione di politiche economico-sociali senza anima, difficilmente le persone riacquisteranno fiducia nelle istituzioni e nei politici.

La situazione sociale Italiana è in forte difficoltà: è aumentata la povertà, l’emarginazione e molte famiglie di lavoratori e pensionati non riescono ad arrivare alla fine del mese.

Oltretutto, una fascia, sempre più consistente di cittadini, non è in grado di curarsi e tanti hanno problemi di incapienza e di non autosufficienza vengono abbandonato a se stessi.

Anche in Italia, quindi, l’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è incentrato su politiche di tagli alla spesa pubblica di settori di tutela della dignità della persona, riducendo così il sistema di protezione sociale a sempre più consistenti fasce di cittadini.

Quando parlo di valori da ripristinare, dico proprio questo, senza ideali e senza valori la società diventa sempre più selettiva, egoista, e intollerante.

La caduta del numero di occupati, che già lo scorso anno si era tradotta in una sensibile contrazione del reddito disponibile, è proseguita molto forte anche nell’anno in corso.

La propensione delle imprese a investire risente della riduzione dei profitti e del basso grado di utilizzo della capacità produttiva.

L’inflazione al consumo è risalita gradualmente negli ultimi mesi, grazie all’aumento esponenziale delle materie energetiche che influenzano tutto il resto e, soprattutto, i prezzi dei beni, anche quelli di prima necessità.

La risposta non è solo quella di difendersi nell’immediato, ma è quella di tentare di aprire un confronto a tutto campo su un sistema che non può reggere su un assioma: chi è forte continua a difendersi ed arricchirsi e chi è povero continua a impoverirsi ed è lasciato alla deriva.

Tutte queste problematiche nascono da una sola impostazione quella di modelli sociali e politici che escludono e dividono fra potenza e debolezza.

Ecco perché se ne vogliamo uscire, prima che sia troppo tardi, dobbiamo ragionare come costruire un nuovo modello di società in cui il cittadino ridiventi al centro di qualsiasi scelta e che si batta per costruire un domani migliore per se e per i suoi.

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