La riedizione del reddito di cittadinanza pensato per i giovani
A Conte deve essere morta la maestra di matematica alle elementari. È tornato a promettere soldi a pioggia: ai diciottenni, agli artisti, a chi lavorerà meno. Soldi a tutti, proprio a tutti.
Qualcuno, a Milano, ha pensato di regalare una calcolatrice all’uomo del “tutto gratuitamente”?
All’evento Nova, gli iscritti del Movimento 5 Stelle hanno approvato il farneticante programma che Giuseppe Conte porterà agli alleati del campo largo.
Lo hanno votato in migliaia, ma nessuno, evidentemente, è stato in grado di fare due conti.
Il pezzo forte si chiama “Capitale 18”, allacciate le cinture.
15.000 euro a ogni ragazzo che compie diciotto anni, da spendere in studio, impresa o mobilità. Una misura selettiva, precisano, riservata alle famiglie con meno di 300.000 euro di reddito l’anno.
Bisogna riconoscerlo. Stavolta la copertura, per quanto di fantasia, l’hanno scritta. Pagheranno le grandi eredità, con un’imposta di successione più progressiva. A Roma si direbbe una operazione “a babbo morto”.
Proviamo allora a fare quello che a Nova nessuno ha fatto. I nati del 2008, cioè i diciottenni di quest’anno, sono 576.659. Moltiplicati per 15.000 euro fanno 8,6 miliardi l’anno.
L’imposta di successione ne incassa 952 milioni. Il conto è sbagliato di nove volte.
Alle elementari la tabellina del nove arriva per ultima. La maestra deve aver lasciato il mondo terreno prima di insegnarla a Giuseppi. Non c’è altra spiegazione.
Nove volte il gettito di oggi. I ricchi veri non bastano, pure perché il commercialista in Svizzera ce l’hanno da tempo.
Per trovare il resto bisogna scendere. Parecchio. Fino alla casa della nonna, al bilocale lasciato al nipote, al risparmio di una vita.
La paghetta di Stato al diciottenne verrebbe dalle tasche del ceto medio nel giorno peggiore, quello in cui perde un genitore.
Poi c’è la soglia. Per il fisco italiano sopra i 50.000 euro l’anno sei già nella fascia più alta. Per Conte a 300.000 sei ancora uno da aiutare.
Il primario con la barca e il figlio al liceo privato potrà mettersi in fila allo sportello accanto alla cassiera del supermercato. Uguaglianza, finalmente.
Il capolavoro però è un altro.
Nello stesso patto il Movimento vuole dare il voto ai sedicenni.
A sedici anni un ragazzo sarebbe abbastanza maturo per scegliere il governo della Repubblica. Ma a diciotto non lo sarà abbastanza per spendere i suoi 15.000 euro.
Il programma specifica che i soldi non sono liberamente spendibili e che servirà pure un percorso pubblico di educazione finanziaria.
Può decidere chi scrive la legge di bilancio, non può comprarsi un motorino. Maturo per l’urna, minorenne per il portafoglio.
E non è finita. C’è pure il reddito creativo.
1.000 euro al mese a chi lavora nella cultura. Se le domande supereranno i fondi, si sceglierà con “criteri non discrezionali”. Quali? Non si sa. Si sa solo come non sarà.
E poi l’IVA sui carburanti dal 22 al 10 per cento, l’orario ridotto a parità di stipendio, gli asili nido gratuiti in tutta Italia, il congedo pagato al cento per cento.
Poi di nuovo il Reddito di divananza, stavolta 2.0.
Accanto a ciascuna voce manca il costo. Creare deficit apocalittici è la specialità della casa.
È la letterina che i bambini lasciano sotto l’albero. Con una differenza: Babbo Natale almeno sa che i regali qualcuno li deve pagare.
L’unica divisione che torna è quella degli alberi. Il Movimento promette 58,9 milioni di nuovi alberi nelle città, uno per abitante.
Per contare gli alberi basta l’anagrafe. Per contare i soldi servirebbe la ragioneria.
Chi si stupisce ha la memoria corta.
Reddito di cittadinanza, superbonus al 110 per cento, bonus per i monopattini, bonus vacanze, lotteria degli scontrini, banchi a rotelle e tanto altro.
Lo scontrino di Giuseppi è lungo come un rotolo di carta da cucina. Anzi, visti i risultati dei suoi governi, come il famoso rotolo di carta igienica Regina.
Il Movimento che prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno ha finito per aprire il portafoglio degli italiani. Il loro, non il suo.
Perché c’è ancora chi dà retta a Conte, come è possibile?
Perché i bonus e le regalie varie hanno un pregio che nessuna riforma seria avrà mai: si vedono.
I 15.000 euro portano il nome di tuo figlio. Il conto invece arriva diviso fra sessanta milioni di persone, spalmato negli anni, senza firma. Il beneficio è vicino e personale, il costo è lontano e anonimo.
Non serve essere ingenui per cascarci. Basta essere stanchi, basta avere un figlio che non trova lavoro e un affitto che non scende.
Chi promette lo sa benissimo. Giuseppi non è un distratto che sbaglia i conti. È uno che ha scelto di non farli.
Il meccanismo è più profondo di una furbizia elettorale.
Un partito nato senza sezioni, senza apparato, senza una dottrina non ha niente che tenga insieme i suoi elettori.
Non ha la fede che reggeva la vecchia Democrazia cristiana, non ha la disciplina del vecchio Partito comunista. Non ha una storia da difendere né un’idea di Paese da tramandare.
Ha solo la promessa. Nel 2018 il reddito di cittadinanza gli consegnò il Mezzogiorno come un contratto di fornitura.
Da allora, ogni volta che i numeri calano, il Movimento rinnova l’offerta e alza la posta. E il “Capitale 18” non è un piano di governo. È una flebo.
Dietro c’è pure un’Italia che lo ha reso possibile: l’Italia del click day, dell’applicazione aperta a mezzanotte, del bonus scaricato come un buono sconto.
Un Paese educato a chiedersi non quanto costa una cosa, ma come si fa la domanda. E se in omaggio ci sono pure una batteria di pentole e una bici con il cambio shimano, il gioco è fatto.
Chi governa quel Paese con i sussidi non lo aiuta a crescere. Lo tiene bambino, perché i bambini chiedono e non fanno i conti.
Alla maestra di Conte non possiamo chiedere più niente. Agli elettori sì. Prima di mettere la croce sulla scheda, fate la prova del nove.





