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Cuba, la geopolitica della sopravvivenza

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Cuba, la geopolitica della sopravvivenza

La nuova frontiera del potere

Cuba sta mostrando una delle trasformazioni più importanti della geopolitica contemporanea e rivela che non è necessario colpire direttamente un Paese per ridurne lo spazio strategico.
È sufficiente intervenire, o poter intervenire, sui flussi dai quali dipende la sua capacità di funzionare.

A Cuba oggi il punto di pressione è l’energia, ma le conseguenze attraversano l’intero sistema, elettricità, acqua, trasporti, ospedali, alimentazione, finanza. Una crisi energetica diventa una questione di potere.

Nel 2026 l’isola è entrata in una nuova fase di emergenza energetica, con ripetuti collassi della rete elettrica, carenza di carburante e blackout, che hanno lasciato milioni di persone senza corrente.

A settembre un nuovo collasso della rete ha colpito l’intero Paese, mentre la crisi energetica continua a compromettere acqua e servizi sanitari.

A L’Avana la dipendenza delle reti idriche dall’elettricità sta trasformando il blackout in una crisi sanitaria immensa.

Non possiamo ridurre tutto alla domanda “è colpa dell’embargo americano o del governo cubano?”; significherebbe fermarsi alla superficie.

Cuba arriva a questa crisi con infrastrutture energetiche deteriorate, decenni di sottoinvestimenti e una forte dipendenza dalle importazioni; contemporaneamente Washington ha intensificato nel 2026 la pressione sul settore energetico, arrivando a sanzionare CUPET, la compagnia petrolifera statale cubana.

Sono due fatti distinti che oggi producono un unico effetto sistemico, una vulnerabilità interna viene amplificata da una pressione esterna concentrata proprio sul punto dal quale dipende il funzionamento dell’intera economia.

Il petrolio non è soltanto carburante in un Paese come Cuba è ciò che permette alle centrali di produrre elettricità, ai camion di muoversi, agli impianti di pompare acqua, agli ospedali di funzionare e alla catena del freddo di conservare medicinali e alimenti.

Quando il combustibile viene meno, la crisi attraversa l’intero organismo dello Stato. La domanda che ci dobbiamo porre non è chi comandi Cuba, ma chi possa condizionare in ciò che sta succedendo a Cuba e che non gli permette di funzionare: ed ecco il ruolo della Cina.

Pechino non ha bisogno di trasformare Cuba in una base militare per accrescere la propria posizione nei Caraibi, può farlo occupando progressivamente lo spazio infrastrutturale aperto dalla fragilità dell’isola, tecnologia, energia, reti, finanziamento e commercio.

È una forma di penetrazione strategica molto diversa da quella sovietica e coerente con una competizione nella quale l’influenza passa sempre più dalla capacità di diventare indispensabili.

A questo si aggiunge una dimensione più sensibile. Analisi satellitari del CSIS hanno identificato a Cuba strutture considerate altamente probabili per attività cinesi di intelligence, confermando che la posizione dell’isola conserva un valore strategico diretto per Washington proprio per la sua prossimità geografica agli Stati Uniti.

La Cina, dunque, ha davanti a sé una doppia opportunità, entrare nella vulnerabilità economica cubana attraverso infrastrutture e tecnologia e, parallelamente, valorizzare la posizione geografica dell’isola nel confronto strategico con Washington.

Ed è questa combinazione a rendere Cuba molto più importante di quanto suggerisca il suo peso economico.

Gli Stati Uniti dispongono della leva finanziaria e sanzionatoria; la Cina può offrire capitale, tecnologia e infrastrutture; la Russia conserva una relazione politica e strategica con L’Avana.

E Cuba si trova nel mezzo, formalmente sovrana ma materialmente dipendente da una rete di forniture e relazioni esterne.

Durante il confronto tra Washington e Mosca, il valore di Cuba era soprattutto quello di una posizione avanzata dell’Unione Sovietica a ridosso del territorio americano.

Oggi il paradigma è più sottile, il controllo strategico può essere esercitato anche senza occupare il territorio, attraverso ciò che lo alimenta, lo connette e lo rende operativo.

La potenza contemporanea non consiste soltanto nel possedere una risorsa o una posizione geografica, ma nella capacità di controllare le condizioni che consentono a quella risorsa o a quella posizione di produrre valore.

Cuba rende visibile questa trasformazione perché concentra tutto nello stesso spazio: posizione geografica eccezionale, dipendenza energetica, fragilità infrastrutturale e competizione tra grandi potenze.

Forse è proprio questo il motivo per cui, nel giornalismo, Cuba viene raccontata molto più spesso attraverso la sua storia piuttosto che attraverso la strategia.

È più facile raccontare l’embargo, Castro, il comunismo o lo scontro con Washington che seguire la catena invisibile che collega un carico di petrolio a una centrale, una centrale a una rete idrica e una rete idrica alla stabilità di una società.

I problemi cubani non riguardano più soltanto la sopravvivenza di un sistema politico, ma la capacità di un’isola di conservare autonomia materiale mentre le grandi potenze competono per controllare proprio le infrastrutture dalle quali quella autonomia dipende.

La sovranità può restare intatta sulla carta mentre l’autonomia si restringe nella realtà; la nuova frontiera del potere non è conquistare il territorio, ma controllare ciò che gli permette di funzionare.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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