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Africa, conflitti a non finire

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Africa, conflitti

Riacuite le tensioni in Tigray e rapporti diplomatici tra Eritrea ed Etiopia ormai irrimediabili

Nel Corno d’Africa la situazione continua ad aggravarsi.

Giorni fa l’Etiopia ha accusato Egitto, Sudan ed Eritrea di muovere le fila dell’Alleanza della Sopravvivenza, che avanza in stati come il Tigray, l’Amhara, l’Afar, o ancora l’Oromia, senza però presentare prove.

Sono cospicue, invece quelle sul supporto fornito fornito in tutti questi anni dall’Etiopia, insieme ad EAU e Israele, alle RSF in Sudan o al separatismo nel Somaliland, a tacer poi di un triennio di minacce alla stessa Eritrea per strapparle il porto di Assab.

Addis Abeba ha oggi bisogno di tener alto il livello della tensione regionale: è utile a internazionalizzare il suo conflitto, visto che le sue FFAA armate perdono pezzi contro i sette gruppi che formano l’Alleanza della Sopravvivenza.

Solo un supporto dall’esterno può salvarla, e quello non può arrivare da solo, senza che ne esistano le ragioni, il pretesto. In questo senso, l’espulsione dei diplomatici eritrei da Addis Abeba, sia presso il governo etiopico che la sede dell’Unione Africana, che si trova proprio nella capitale etiopica, si spiega proprio col bisogno di diffondere, a livello internazionale, un clima di crisi ancor più grave di quanto già oggi sia.

Tutto poteva essere risolto, in particolare agendo per tempo, tramite il dialogo, e non si creda che i vari partner di Addis Abeba non abbiano dato un loro contributo in questo senso, chi meglio e chi peggio; ma è stato inutile, dinanzi all’evidenza che sono altri interessi, e ancor più altri “partner”, a determinare gli indirizzi dello “Stato profondo” etiopico.

Del resto, è quanto ammesso anche da vari e importanti figure politiche e diplomatiche etiopiche dei passati governi: oggi che sono più liberi, pensionati, possono parlare con una maggior franchezza, un tempo preclusa.

Che la situazione sia grave, lo si nota da notizie come il ritiro di tremila militari etiopici dalla missione AUSSOM in Somalia, dove sin qui erano stati impegnati nelle politiche di “State enforcing” promosse dall’UA.

Dovranno essere concentrati proprio tra Tigray, Amhara, Afar e Oromia, con un occhio anche ad altri stati, come Benishangul-Gumuz, Gambella od Ogaden.

Il distretto federale di Addis Abeba, vetrina del Paese, ha visto i giorni scorsi tre esplosioni in cielo, decretando la decisione del NISS – il servizio di sicurezza ed intelligence etiopico – di proibire voli di droni intorno alla capitale a tempo indeterminato.

I tre droni esplosivi, attribuiti all’Alleanza ed in particolare al TPLF, erano diretti soprattutto sull’area centrale di 4 Kilo e del quartier generale delle forze di difesa nazionale.

Ora, che a seguito delle tre esplosioni, mentre la situazione militare in patria non fa che deteriorarsi, il governo etiopico sia costretto ad assumere un’iniziativa tesa a mantener vivo lo spirito nazionalista interno, è anche comprensibile.

Sotto quest’aspetto, l’espulsione dei diplomatici eritrei, a cui Asmara replica con quella dei diplomatici etiopici1, serve, ad Addis Abeba, anche per continuare a trasmettere nell’opinione pubblica interna ed estera la sensazione che quella storia, nel frattempo smentita da più parti, del sostegno di Eritrea, Egitto e Sudan all’Alleanza della Sopravvivenza, abbia, invece, una credibilità.

Dopotutto, vi è un ampio stuolo di lobbisti, giornalisti e opinionisti politici che su queste cose attivamente lavorano, in mezzo mondo, tra Africa, Medio Oriente, Europa e Nord America: tutte vecchie conoscenze, per chi è del mestiere.

Il tempo per una mediazione c’è ancora: si può comprendere Israele e gli EAU riguardo un conflitto nel Corno d’Africa, come pure sull’attenzione di parte del mondo politico americano in vista delle elezioni di medio termine, che sottintende un minor focus sul fronte mediorientale.

Sarebbe ottimo, soprattutto per Israele, per sbloccare alcuni “piccoli problemi” nella sua regione, oltre a sdoganare certe sue nuove e vecchie ambizioni proprio in Africa Orientale.

A questo i grandi lobbisti di cui sopra, con la loro corte di pappagalli ammaestrati, lavorano: non ci stiamo raccontando proprio nulla di nuovo.

Ma, malgrado le loro volontà e quelle dei loro datori di lavoro, soprattutto ma non solo di “area israeliana”, una mediazione può essere ancora risolutiva.

Altrimenti, è difficile che un esercito che da più di un anno non arruola gli Amhara per la paura che scappino poi coi FANO, come quello etiopico, riesca a ottenere gli scopi a cui proprio quei lobbisti e i loro datori di lavoro tanto premono.

A meno che le loro intenzioni non siano quelle di banchettare sulle spoglie della sua distruzione, oltre che di quella di Addis Abeba su cui sin qui hanno puntato, secondo un’ottica per cui “si vince sempre, anche quando il proprio cavallo perde”.

In tal caso, non appare affatto una scelta suicida, ma cinica sì: perché vada come vada, si capisce che, ben più di 140 milioni di etiopici, si troveranno per questo a patire, di nuovo, conseguenze tragiche e, tra l’altro, non saranno nemmeno i soli.

Proprio come abbiamo visto, in tutti questi anni, anche in Sudan e in Somalia, o in Congo e nel Sahel: sempre tutti teatri dove quelle “manine” hanno sin qui agito con disinvolta confidenza.

Note

1 Giorni fa Addis Abeba ha annunciato anche l’espulsione del personale diplomatico egiziano; Il Cairo, prevedibilmente, risponderà in modo analogo.

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