Il bisogno di normalità e l’istinto di sopravvivenza spingono gli omosessuali verso la destra
La sinistra ha perso anche i gay. Ma non glieli ha rubati nessuno. Li ha cacciati lei.
Sono in fuga verso la destra, anche la più estrema. Il motivo è semplice: bisogno di normalità.
Sanno che i diritti già ottenuti sono ormai consolidati e non più minacciati dalle forze conservatrici.
Da sinistra, invece, arriva il contrario di quello che chiedono: la rivendicazione perpetua. La battaglia che non può mai dirsi vinta, la parata che deve scandalizzare per forza.
Ma quello che è divenuto inaccettabile è il colpevole silenzio davanti a chi oggi li minaccia davvero.
Per capire sul serio, basta guardare cosa è accaduto a Berlino.
Lo scorso 25 luglio un musulmano radicalizzato, manco a dirlo già condannato per preparazione di un grave atto di violenza contro lo Statto ma libero come l’aria, ha lanciato un furgone sul Pride. Il risultato è stato una donna morta e una trentina di feriti.
La sinistra europea, davanti ai corpi a terra, ha avuto una sola urgenza. Che nessuno nominasse la matrice islamica.
Il motivo è noto a tutti ma, per la congiura del silenzio, nessuno ne parla.
La sinistra ha costruito negli ultimi vent’anni un’alleanza elettorale che tiene insieme tutto ciò che si può definire minoranza.
Sono stati scelti con cura gruppi con rivendicazioni possibilmente permanenti: omosessuali, immigrati, femministe, comunità islamiche, antagonisti e chi più ne ha più ne metta.
Un raggio talmente ampio che ha finito per raccattare persino il consenso delle indifendibili borseggiatrici.
È un pacchetto di mischia, oggi la politica è peggio del rugby, che non può funzionare. Perché quelle minoranze non solo non hanno nulla in comune, ma in alcuni casi si detestano e passano alle vie di fatto.
Chi minaccia oggi un omosessuale in una città europea? Non il parroco, non l’elettore conservatore.
La minaccia ha un nome che la sinistra si rifiuta di pronunciare, per non incrinare l’alleanza con l’ultimo blocco elettorale che le è rimasto fedele.
Nominare infatti la matrice islamica di un attentato al Pride significa ammettere che dentro l’alleanza c’è chi vorrebbe eliminare fisicamente gli omosessuali.
Ecco perché la sinistra sceglie il silenzio. Oppure mette in piedi la solita narrazione in cui sottolinea che si tratta di problemi psichiatrici dovuti alla mancata integrazione. Ovviamente per colpa della società, per spostare il problema da chi ha colpito a chi lo denuncia.
Se poi proprio non funziona, si riduce al “singolo estremista”. In ogni caso la raccomandazione ai media amici è di non “strumentalizzare” rivelando informazioni come nazionalità e religione degli aggressori.
È una modalità talmente smaccata che il ragionamento dell’elettore gay diventa elementare. Se chi dice di difendermi tace su chi mi minaccia, mi sta fregando.
La conseguenza logica esplode poi nel cervello. Chi ieri mi ignorava oggi promette di fermarlo. Quindi, il nemico del mio nemico è mio amico. Così la scelta di volgersi a destra non è ideologica: è puro istinto di sopravvivenza.
La destra europea non ha dovuto sedurre nessuno. Le è bastato considerare i diritti degli omosessuali una questione chiusa e indicare la minaccia islamica con il suo nome.
Il resto l’ha fatto la sinistra, difendendo per riflesso condizionato l’aggressore per puro calcolo elettorale.
C’è poi una seconda ragione per la conversione a destra, meno drammatica e più quotidiana. Gli omosessuali europei sono persone con esigenze e problemi del tutto comuni a quelli degli eterosessuali.
Pagano le tasse, combattono col mutuo, guardano con ansia le bollette come tutti gli altri cittadini. Hanno ottenuto ciò che chiedevano e ora vorrebbero semplicemente vivere in santa pace.
Ma la sinistra non può permetterselo, perché la vittima è il suo capitale. Se l’oppressione finisce, il rivendicatore di professione resta disoccupato. Per questo la battaglia non può mai dirsi vinta, l’emergenza mai chiusa, la parata mai finita.
Un esempio plastico è il Pride, contestato da fasce sempre maggiori di gay, che non si riconoscono più nelle pagliacciate che devono scandalizzare per forza.
Il motivo è semplice, chi ha già vinto non ha bisogno di provocare. La carnevalata obbligatoria soddisfa ormai solo una minoranza della minoranza.
Mentre il conto, tra pregiudizi e diffidenza, lo paga il gay in giacca e cravatta quando l’indomani torna in ufficio.
E qui una domanda maliziosa si impone. Perché la sceneggiata è irrinunciabile? Forse perché i Pride, oggi, non sono più cortei: sono industria. Biglietti d’ingresso, sponsor, concerti, stagioni intere di eventi, centinaia di migliaia di presenze.
Un comparto economico in piena regola, con i suoi gestori e il suo fatturato. Nessun illecito, sia chiaro: solo un modello di business.
Ma qualcuno ha scritto che in fondo all’arcobaleno, come nella vecchia leggenda, c’è una pentola d’oro. E chi la custodisce ha un interesse molto concreto a che l’orgoglio gay resti in cartellone.
Un’emergenza dichiarata chiusa non vende biglietti. E chi capisce, capisce.
E l’Italia? La scossa è arrivata anche qui. A marzo è nato un movimento di gay dichiaratamente conservatori e liberali.
Con un grande sforzo di inventiva, ha portato a Montecitorio l’ennesima proposta di legge contro le discriminazioni, cercando l’interlocuzione col centrodestra.
La risposta della sinistra arcobaleno è stata la scomunica. Bullizzati, isolati, trattati da traditori. Il movimento che predica inclusione ha escluso gli omosessuali che sbagliano. Colpevoli di un solo reato: non voler essere vittime a vita.
Tirando le somme, lo spostamento europeo a destra mostra dati che fanno tremare la sinistra.
I numeri parlano chiaro. In Francia il partito di Marine Le Pen è oggi il primo tra gli elettori omosessuali: 27 per cento, dieci punti in più rispetto a quattro anni fa. In Germania guida l’AfD, nel Regno Unito comanda Farage.
Partiti che fino a ieri trattavano i gay come un abominio, oggi sono votati proprio da loro. E la sinistra, che li credeva suoi per diritto ereditario, resta a bocca aperta.
Impensabile? No, inevitabile.





