L’essenza del negoziato: la capacità di potenziare e fondere più conflitti separati o di evitarlo e contenerlo
Sullo Yemen già qualche giorno fa spiegai in un articolo perché, sostanzialmente, quella tra Ansar Allah e la coalizione saudita fosse, prima di una guerra, un negoziato armato.
Più andiamo avanti più se ne vedono i segni, a riprova che, come Hormuz rappresenta una leva negoziale con cui l’Iran può ottenere ciò che vuole e gli spetta, così pure Bab el-Mandeb, a sua volta, lo è per Ansar Allah e, pertanto, anche per l’Iran stesso.
I conflitti in cui si trova impegnato l’Asse della Resistenza non possono essere separati gli uni dagli altri e ciò vale anche per il Libano, che, insieme allo Yemen, richiede una soluzione unitaria a quella invocata, non solo per le sue acque, dall’Iran.
Non esula, dalla questione, neppure l’Iraq, dove, tuttavia, il percorso d’affrancamento appare molto più vicino, come provato anche dall’ormai programmato ritiro degli ultimi militari americani per l’imminente mese di settembre.
La diplomazia, per tutto questo ampio “fronte multifronte”, sarà il dovuto e cruciale approdo, permettendo un pieno riconoscimento ai nuovi e nel frattempo affermati equilibri regionali.
Tornando allo Yemen, non sfugge come entrambi i contendenti misurino le loro capacità l’uno d’unire (Ansar Allah) e l’altro di contenere (il governo yemenita di Yemen, internazionalmente riconosciuto e sostenuto da Riyad, noto come Consiglio Presidenziale di Guida) un conflitto interno ed esterno al tempo stesso, potenzialmente in grado di formare un conflitto unico che unirebbe mare e suolo yemenita, nonché saudita.
Non a caso, come si misurano su obiettivi interni come Marib, Mokha o l’Hadramawt, così pure lo fanno per quelli esterni, come ad esempio Jizan, o ancora Bab el-Mandeb.
Proprio qua sta la valenza di un negoziato armato, visto come una guerra: perché la capacità di fondere in un unico sol conflitto quei fronti diversi per Ansar Allah, e d’impedirlo e contenerlo per Riyad, dà all’uno o all’altra quella leva negoziale essenziale negli incontri diplomatici che, nel mentre, si tengono in Oman per arrestare il prima possibile questo conflitto e giungere a una nuova tregua.
Dunque, la diplomazia, il negoziato, senza far notizia (soprattutto da noi), restano comunque l’imprescindibile stella polare tanto di Ansar Allah quanto di Riyad e Aden.
Ne è prova anche la coalizione marittima formata da Riyad con 14 Paesi, tra cui figurano anche Pakistan e Turchia, oltre all’Egitto e governo yemenita, Bahrain, Comore, Bangladesh, Gibuti, Giordania, Kuwait, Qatar, Somalia e Sudan: un’alleanza volta alla deterrenza e alla sicurezza in mare, di conseguenza difensiva ma non offensiva.
La Presenza dei Paesi firmatari del Patto di mutua difesa, detto anche Patto della Mecca, non passa inosservata: ma, in questa veste, è una difesa che si muove nella forma della deterrenza, a conferma della natura di quest’alleanza e della coalizione marina a cui partecipa al fine di contenere l’area tra Mar Rosso e Golfo di Aden da scivolamenti rischiosi non solo per la navigazione o per la Penisola Arabica, ma anche per il Corno d’Africa (l’ormai già radicata presenza turca ed egiziana in Somalia, dove, a breve, scadranno le missioni dell’ONU e dell’UA di “State building” e “State enforcing”, è un fattore che, nel breve e medio termine, risulterà per Mogadiscio ancor più vitale).
Insomma, capacità di potenziare e fondere più conflitti separati o di evitarlo e contenerlo: è qui che si misura l’essenza odierna del negoziato. Non solo nello Yemen e a Bab el-Mandeb.





