Una trattativa sul controllo del futuro di Gaza
C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui la guerra smette di essere soltanto una questione militare e diventa una questione di architettura politica. È quello che sembra aprirsi questo inizio di settimana a Gaza.
La sequenza degli ultimi giorni è significativa, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Nickolay Mladenov, sono arrivati domenica 16 agosto al Cairo per incontrare i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia e, soprattutto, per riaprire un canale diretto con Hamas.
Kushner ha incontrato il leader politico dell’organizzazione, Khalil al-Hayya. Lunedì 17 agosto è stato il passaggio successivo verso Gerusalemme, dove gli emissari americani hanno incontrato Benjamin Netanyahu.
Non è una semplice missione diplomatica, ma il tentativo americano di mettere in sequenza tutti gli attori necessari alla fase successiva del conflitto, praticamente toccare il vero nodo.
Il piano americano prevede una Gaza demilitarizzata, il disarmo verificabile di Hamas, il ritiro progressivo delle forze israeliane, il trasferimento della governance a una struttura palestinese tecnocratica e una successiva fase di ricostruzione internazionale.
Ma il problema è l’ordine delle condizioni.
Hamas chiede garanzie sul cessate il fuoco e sul ritiro israeliano prima di procedere al disarmo. Netanyahu, al contrario, sostiene che Israele non possa ritirarsi finché Hamas non sarà completamente disarmata.
È una differenza apparentemente tecnica, ma in realtà è il cuore politico di tutta la trattativa.
Chi compie il primo passo senza una garanzia sul secondo rischia di perdere la propria principale leva negoziale.
Washington sta cercando di costruire qualcosa di più complesso di una semplice tregua. Il progetto riguarda il “giorno dopo”: chi governerà Gaza, chi ne garantirà la sicurezza, chi controllerà il disarmo, chi organizzerà la ricostruzione e quale ruolo avranno gli attori regionali.
La presenza simultanea di Egitto, Qatar e Turchia non è casuale.
Il Cairo rappresenta la principale cerniera territoriale e logistica con Gaza. Il Qatar conserva un canale di interlocuzione con Hamas. La Turchia porta nella trattativa una dimensione regionale e diplomatica che va oltre la questione palestinese.
Washington sta costruendo una geometria nella quale gli attori regionali non sono semplicemente mediatori, ma diventano parte dell’eventuale sistema di garanzie.
La questione Gaza assume una dimensione ancora più ampia.
Il Medio Oriente che emerge da questa crisi non può più essere letto soltanto attraverso la contrapposizione Israele – Hamas.
Attorno a Gaza si sta ridisegnando una rete di rapporti che coinvolge Stati Uniti, Israele, Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Pakistan, mentre il tema della sicurezza regionale si intreccia con quello delle rotte energetiche, dei corridoi commerciali e della futura ricostruzione.
È la stessa logica che abbiamo osservato guardando a Hormuz, al Mar Rosso, al Mediterraneo e ai nuovi corridoi eurasiatici, il potere contemporaneo non consiste soltanto nel controllare un territorio, ma nel determinare chi può attraversarlo, governarlo, ricostruirlo e collegarlo al resto della regione.
Per questo l’incontro tra gli emissari di Trump e Netanyahu può essere più importante di quanto sembri.
Washington non sta semplicemente chiedendo a Israele di accettare un cessate il fuoco. Sta cercando di ottenere da Israele l’ingresso in una nuova architettura, nella quale la sicurezza non sarebbe più affidata esclusivamente alla forza israeliana e nella quale Gaza dovrebbe passare dalla logica della guerra a quella della governance.
L’ostacolo decisivo è che Netanyahu ha respinto pubblicamente la roadmap nella sua forma attuale, mentre diversi Paesi arabi e musulmani hanno criticato la posizione israeliana e chiesto agli Stati Uniti di intervenire per far avanzare il piano.
Ed ecco che la partita, si è spostata, non soltanto una guerra per il controllo di Gaza, ma una trattativa sul controllo del futuro di Gaza: è una differenza enorme.
Se il piano americano riuscisse a trasformare il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano, la nuova amministrazione palestinese e la ricostruzione in un unico processo verificabile, Washington avrebbe costruito non soltanto una tregua, ma una nuova architettura di sicurezza per il Medio Oriente.
Se, invece, le parti resteranno ferme sulla sequenza delle condizioni, Gaza tornerà rapidamente alla logica precedente: una guerra congelata, una tregua incompleta e nessun vero “giorno dopo”.
La diplomazia americana è arrivata al punto più difficile, convincere ad accettare un nuovo ordine.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


