Tra derive istituzionali e perdita di senso comune, la lezione dei Classici e il rigore dello studio come unica via per riconquistare un’autentica libertà di pensiero
L’epoca contemporanea è caratterizzata da una progressiva perdita di densità e coesione, una condizione che il sociologo Francesco Morace ha efficacemente definito come «tempo gassoso».
Un’era in cui le strutture sociali, i principi cardine della convivenza e la solidità dei valori tradizionali sfumano in una volatilità pervasiva e virale, dove le opinioni si espandono fino a occupare ogni spazio disponibile per poi svanire senza lasciare traccia, non senza conseguenze. In questa dimensione impalpabile e fluida, le norme del buon senso, la misura delle parole, la raffinatezza del gusto e l’esercizio dello spirito critico subiscono un inesorabile degrado. L’asticella della tolleranza verso la banalità, il cattivo gusto e la sregolatezza si è innalzata a tal punto da normalizzare ciò che un tempo sarebbe apparso impensabile, socialmente inammissibile.
Quando tale deriva penetra nell’alveo delle istituzioni democratiche, la cronaca degli eventi si trasforma nell’analisi di una dinamica noiosa, sfibrante se non decisamente preoccupante. Le notizie riguardanti l’uso di risorse pubbliche — sostentate dal contributo dei cittadini e costituzionalmente destinate al perseguimento del bene comune — per la creazione di dossier o il monitoraggio mirato di chi manifesta forme di dissenso, non costituiscono incidenti isolati, bensì il sintomo manifesto di un’architettura, originariamente buona e utile, che cede sotto il peso della propria evaporazione etica.
Dal punto di vista sociologico, la trasformazione del dissenso da risorsa dialettica a bersaglio istituzionale segna il passaggio dalla democrazia deliberativa a una forma di controllo atomizzato – utilizzare l’abusato termine veterosovietico troika ci pareva brutto.
In un tessuto gassoso, l’esercizio del potere perde la sua veste solida – fatta di responsabilità formale, dibattito e mediazione – per assumere forme fluide, sotterranee e impregnanti.
Le conseguenze sul piano civile e filosofico sono immediate:
- svuotamento della res publica: le istituzioni cessano di fungere da garanzia neutrale dei diritti fondamentali per trasfigurarsi in apparati di autoconservazione partigiani. La funzione pubblica viene così privata della sua sacralità laica;
- intimidazione del pensiero: la consapevolezza che l’espressione critica possa divenire oggetto di catalogazione produce un effetto inibitorio diffuso (chilling effect), inducendo l’individuo all’autocensura e al conformismo;
- atrofia del dibattito: scomparso il confronto di merito, la sfera pubblica si riduce a una polarizzazione di facciata, priva di spessore intellettuale e guidata da dinamiche puramente reattive, istintuali, becere.
L’individuo immerso in questo contesto rischia di smarrire la facoltà di giudizio, accettando la tutela ideologica come forma illusoria e palliativa di protezione dall’incertezza del presente.
Fronteggiare la volatilità del tempo presente richiede un radicale recupero della consapevolezza individuale. Sia ben inteso: non si tratta di aderire a nuove narrazioni contingenti, bensì di sviluppare una struttura analitica autonoma, fondata sullo studio rigoroso e sulla verifica imparziale dei fatti.
«Sapere aude!» – Osa sapere: l’esortazione oraziana, ripresa da Immanuel Kant, rimane il presupposto fondamentale di ogni autentica emancipazione intellettuale, assolutamente necessaria ed urgente per liberarsi da questa odiosa melma mediocratica (ci si perdoni l’ardire di scegliere un neologismo correlato a “mediocrità”).
I classici del pensiero politico e filosofico offrono, in questo senso, un’utile direzione metodologica:
- il rigore metodologico di Tucidide: guardare ai fenomeni storici e sociali spogliandosi delle passioni di parte, per analizzare la realtà con la lucidità necessaria a riconoscerne le costanti strutturali;
- la lezione socratica dell’esame di sé: esercitare il dubbio sistematico nei confronti delle certezze precostituite e dei dogmi ideologici di qualsiasi matrice;
- l’equilibrio dello stoicismo: preservare la propria interiorità di fronte al disordine esterno, fondando l’agire politico, ma anche sociale e filosofico, sulla virtù e sulla ricerca dell’interesse collettivo.
La riconquista di una reale libertà di pensiero non passa certo attraverso la partecipazione acritica all’instabile arena pubblica, richiede, invece, il faticoso ritorno alle fonti del sapere, alla coscienza di sé.
Solo la ricostruzione di un solido bagaglio critico permette all’individuo di affrancarsi dalle logiche di appartenenza e, segnatamente, gli conferisce il diritto di esigere dalle istituzioni il rispetto assoluto della loro funzione originaria.


Mariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.


