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Iran, guerra per procura con la Cina?

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Iran - Cina

In gioco la stabilizzazione del Medio Oriente senza l’lnfluenza del Dragone

Come sempre accade, i titoli sono l’estrema sintesi di un articolo, il quale, per avere un minimo di ragionevole rapporto con la realtà, deve appoggiarsi su dati di fatto, su fonti e su ragionamenti conseguenti.

Inizio con la notizia che ci dà Maurizio Perriello su Domino (3/2026), la rivista di geopolitica diretta da Dario Fabbri: “Se l’iniziativa bellica occidentale avesse ritardato di qualche giorno la Repubblica Islamica avrebbe al fine formalizzato l’acquisto di missili ipersonici antinave CM-32 e vettori plananti DF-17 di foggia cinese”.

Ci sono, secondo quanto riferisce il Washington Post, aziende cinesi che forniscono all’Iran informazioni di intelligence utili e utilizzabili che espongono le forze Usa. Tuttavia, riferisce sempre il Washington Post, si tratterebbe di “aziende private” e, di fatto, il Partito comunista cinese starebbe cercando di “mantenere le distanze”.

Quando è scoppiata la guerra in Iran, gli “investigatori” dei social media, attivi su piattaforme occidentali e cinesi, hanno segnalato un’ondata di post virali che hanno descritto in modo dettagliato le attrezzature presenti nelle basi Usa, i movimenti dei gruppi navali d’attacco americani e altre analisi minuziose.

La Cina, secondo alcuni analisti, avrebbe condiviso informazioni di intelligence tramite i satelliti in orbita, utilizzando il sistema MizarVision.

MizarVision è un’azienda cinese fondata nel 2021, con sede principale a Hangzhou (e presenza a Shanghai), specializzata nell’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione combinate con AI per identificare, etichettare e geolocalizzare automaticamente basi militari, aerei, navi, sistemi di difesa aerea e altri obiettivi strategici.

MizarVision pubblica regolarmente queste analisi su piattaforme cinesi come Weibo, rendendole pubbliche, o semi-pubbliche.

MizarVision ha attirato molta attenzione internazionale per aver pubblicato immagini e mappe dettagliate di dispiegamenti militari statunitensi in Medio Oriente durante le tensioni con l’Iran. Tra gli esempi, posizionamento di caccia F-22, inclusi basi israeliane come Ovda; portatori di aerei, come USS Gerald R. Ford o Abraham Lincoln; batterie THAAD e Patriot; basi aeree in Israele, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait; movimenti navali nello Stretto di Hormuz e nel Mar Arabico.

L’AI dell’azienda identifica automaticamente tipi di aerei, numeri, sistemi di difesa e cambiamenti giornalieri, producendo mappe annotate in cinese.

Alcuni osservatori, inclusi media occidentali e intelligence USA, ritengono che queste pubblicazioni possano aiutare indirettamente l’Iran a migliorare il targeting per missili o droni, accorciando i cicli di intelligence.

Il Pentagono ha minimizzato, ma fonti come ABC hanno riportato preoccupazioni su come questi dati “open-source” possano essere usati per scopi militari.

La Cina, va sottolineato, ha anche fornito all’Iran la tecnologia di riconoscimento facciale usata per individuare chi protesta.

Non v’è dubbio che i rapporti cinesi con l’Iran abbiano consentito a Pechino di starsene in modalità diplomatica e, nel contempo, di utilizzare Teheran e i suoi proxy per far fallire l’estensione degli Accordi di Abramo, con i quali si avvierebbe la Via del Cotone, strategica per l’Europa, in quanto consente gli scambi commerciali tra India e Mediterraneo, attraversando i Paesi arabi e finendo nel porto di Haifa.

L’attacco di Hamas del 7 di ottobre 2023, Operazione Diluvio al-Aqsa, era chiaramente strategico per impedire l’allargamento degli Accordi di Abramo e, la tempistica conta, è successivo di qualche mese al tentativo cinese, del marzo 2023, di mediare per il ripristino delle relazioni diplomatiche complete, interrotte dal 2016, tra Iran e Arabia Saudita.

L’accordo prevedeva la riapertura delle ambasciate entro due mesi, la riattivazione di accordi di cooperazione sulla sicurezza del 2001,e su economia, commercio, tecnologia e culturale del 1998, e l’impegno reciproco a rispettare la sovranità, la non interferenza negli affari interni e a risolvere le dispute attraverso il dialogo.

L’annuncio era stato firmato dai responsabili della sicurezza nazionale dei due Paesi, Ali Shamkhani per l’Iran e Musaad bin Mohammed Al Aiban per l’Arabia Saudita, insieme al top diplomatico cinese Wang Yi.

La Cina ha poi ospitato gli incontri finali, fornendo garanzie politiche ed economiche e Pechino ha presentato l’accordo come una “vittoria del dialogo” e un esempio della sua “diplomazia globale” per risolvere hotspot senza imposizioni esterne.

Le ambasciate sono state riaperte, sono stati organizzati incontri trilaterali, Cina – Iran – Arabia Saudita: uno a Riyadh nel novembre 2024 e un altro a Teheran nel dicembre 2025 per monitorare l’attuazione dell’accordo di Pechino.

Tuttavia i progressi sono stati limitati e pragmatici: riduzione delle ostilità dirette, ma senza una piena “amicizia” e le rivalità regionali (soprattutto per procura) non sono scomparse del tutto.

La ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita ha mostrato la Cina come attore diplomatico globale capace di mediare dove gli USA, storico alleato dell’Arabia Saudita, erano rimasti ai margini.

Tuttavia, l’accordo era più un “cessate il fuoco diplomatico” che una riconciliazione profonda.

È chiaro che l’attuale guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele ha completamente buttato all’aria la possibilità che la Cina possa avere un ruolo ulteriore nel giocare nel quadrante Medio Orientale, mettendo in difficoltà al tempo stesso Israele e gli Stati Uniti.

La questione di una stabilizzazione del Medio Oriente, che abbia come attori le Monarchie arabe sunnite e Israele, è fondamentale per gli Stati Uniti, in quanto consente loro di non essere pesantemente coinvolti nell’area e di potersi concentrare sulla sfida del pacifico che è ritenuta da Washington sempre più fondamentale e vitale.

Ovviamente, per una stabilizzazione del Medio oriente è necessario eliminare la proiezione dell’Iran sull’area, che è non solo volta all’eliminazione di Israele, ma anche a controllare il Libano, con gli Hezbollah.

Mai dimenticare, per capire lo scontro in atto, che l’eliminazione dello Stato di Israele, spesso definito “regime sionista” o “tumore canceroso”, è un pilastro ideologico centrale della Repubblica Islamica dell’Iran fin dalla sua fondazione nel 1979.

La Costituzione della Repubblica Islamica, approvata nel 1979 e rivista nel 1989, non contiene riferimenti diretti a Israele. Non c’è alcun articolo che ordini esplicitamente la “distruzione” o l'”eliminazione” dello Stato ebraico.

Tuttavia la Costituzione contiene principi ideologici che il regime interpreta come base per la sua politica anti-israeliana.

All’articolo 154 si legge che la Repubblica Islamica aspira alla felicità degli esseri umani in tutte le società e sostiene la lotta degli oppressi, mustad’afin, contro gli oppressori, mustakbirin – in tutto il mondo.

Questo principio di “esportazione della rivoluzione” e sostegno alle lotte anti-imperialiste viene applicato alla causa palestinese, vista come resistenza contro l'”occupazione sionista” e l’imperialismo occidentale.

Altri articoli enfatizzano l’opposizione all’oppressione, la difesa dei musulmani oppressi e l’ideologia islamica rivoluzionaria contro il “grande Satana” (USA) e il “piccolo Satana” (Israele).

La Costituzione non nomina Israele, ma fornisce il quadro ideologico-religioso che giustifica il rifiuto della sua esistenza come entità legittima.

L’ostilità verso Israele è esplicita e costante nella retorica e nelle azioni dei leader, da quelli fondatori a quelli attuali.

L’Ayatollah Ruhollah Khomeini (fondatore della Repubblica Islamica) definì Israele un “tumore canceroso” da rimuovere e disse che “Israele deve essere cancellato dalla mappa”. Questa frase è stata ripetuta da tutti i leader successivi.

Ali Khamenei (Guida Suprema fino alla sua morte) ha ribadito più volte che l’eliminazione del “regime sionista” è un obiettivo strategico e inevitabile. Ha parlato di “cancellare Israele dalla pagina del tempo”, ha previsto la sua scomparsa entro 25 anni (o entro il 2040-2041) e ha pubblicato documenti come “9 domande chiave sull’eliminazione di Israele”.

Presidenti come Mahmoud Ahmadinejad hanno reso famosa la frase “Israele deve essere cancellato dalla mappa”, citando Khomeini.

Dovrebbe risultare chiaro che, fino a quando l’Iran sarà governato dai fanatici della Repubblica Islamica, Israele riterrà di essere un obiettivo da eliminare e gli Usa non potranno pensare di lasciare la presa sull’area, dedicandosi a quello che ritengono lo scontro epocale con il dragone cinese.

Ci si è chiesti se sia stato Israele e trascinare gli Usa nell’attuale conflitto. Le due strategie sono chiaramente diverse, ma convergenti. Israele vuole essere sicuro che il suo nemico mortale sia eliminato e gli USA lo vogliono depotenziato per stabilizzare l’area e potersi dedicare al Pacifico.

L’attuale guerra, per ora congelata per due settimane, sembra sempre più essere una sorta di conflitto per procura, così come lo è stato ed è quello dell’Ucraina.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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