Passati di mano 4 mila miliardi di dollari in 38 giorni
Il blocco dello Stretto di Hormuz sembra, a tutti gli effetti, una enorme machetta nei confronti della finanza globalista.
Con la fine ormai evidente del globalismo, la finanza internazionale ha perso miliardi e, nello stesso tempo, potere.
In trentotto giorni di guerra nel Golfo persico, con gli andamenti altalenanti delle borse, sia in modo legale, sia con una sostanziosa dose di insider trading, gli operatori hanno portato a casa una paccata di miliardi.
Il conflitto (iniziato intorno a fine febbraio 2026 con attacchi USA/Israele) ha causato perdite di market cap globale stimate tra i 4,5 e gli 11,5-12 trilioni di dollari in circa un mese (non sono “soldi passati di mano”, ma valore evaporato per il calo dei prezzi azionari).
Su mercati USA si sono registrati volumi di scambio elevati in giorni di volatilità (esempio: 18-20 miliardi di azioni al giorno su NYSE/Nasdaq)
In alcuni casi singoli annunci hanno mosso centinaia di milioni di dollari in pochi minuti.
Non ci sono cifre attendibili su quanti miliardi di dollari sono passati di mano in borsa, ma il conflitto tra USA/Israele e Iran ha provocato forti oscillazioni nel prezzo del petrolio, con il Brent crude che è passato da circa 70-72 $/barile pre-conflitto a picchi di oltre 119 – 120 $/barile.
Il mercato è stato caratterizzato da un’alta volatilità, con swing giornalieri fino a 35 $/barile.
Se si considera che il consumo globale di petrolio è di circa 100 milioni di barili al giorno il conto è enorme.
Il mercato futures e fisico (inclusi hedging, speculazione e consegne) ha un volume giornaliero molto più alto: storicamente, il solo mercato dei futures sul Brent e WTI vede scambi equivalenti a centinaia di milioni di barili al giorno (spesso 5 – 10 volte il consumo fisico, grazie alla leva finanziaria).
Durante il conflitto, la volatilità ha fatto aumentare enormemente il valore degli scambi, perché trader, compagnie e governi hanno coperto rischi o speculato sui movimenti di prezzo.
Supponendo un prezzo medio durante i 38 giorni intorno ai 90-100 $/barile (con forti oscillazioni) e un volume scambiato giornaliero conservativo di 500-1.000 milioni di barili (tra fisico, futures e derivati, comune in fasi di alta volatilità), il valore giornaliero approssimativo è di 45-100 miliardi di dollari al giorno, che per 38 giorni fa 1.700 – 3.800 miliardi di dollari.
In realtà il notional value degli scambi sui mercati petroliferi (inclusa la speculazione) può essere molto più alto, arrivando facilmente a diverse migliaia di miliardi in periodi di crisi come questo
Questo ha generato trasferimenti di ricchezza enormi: produttori esportatori (come Arabia Saudita, UAE, ma anche USA come produttore) hanno guadagnato di più sulle vendite, mentre importatori netti (Europa, Asia, in particolare Cina, India, Giappone) hanno pagato di più.
Le oscillazioni giornaliere hanno fatto “passare di mano” miliardi extra tramite mark-to-market su contratti futures, opzioni e posizioni speculative.
In sintesi: migliaia di miliardi di dollari (probabilmente circa 4.000 miliardi) hanno cambiato di mano sul mercato petrolifero nei 38 giorni, tra scambi fisici, futures e derivati, proprio grazie alle forti oscillazioni di prezzo.
Per chi ha saputo operare nelle borse mondiali, sia per arguzia, sia per insider trading, in 38 giorni di guadagni si è rifatto dei problemi creati dalla crisi dovuta alla fine della globalizzazione.
In effetti, a ben guardare, Hormuz si presta come un enorme marchettone capace di tacitare le contrarietà finanziarie alla svolta politica in atto.





