Home Politica estera Gli USA e gli alleati, verso nuove modalità?

Gli USA e gli alleati, verso nuove modalità?

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Gli USA e gli alleati

L’equilibrio sta nelle possibilità che si concedono

C’è qualcosa che si muove sotto la superficie delle parole ufficiali, qualcosa che non fa rumore ma regge il peso di tutto.

Io lo vedo così: mentre il dibattito politico si accende, si divide, prende posizione e spesso si irrigidisce, sotto quel livello visibile esiste un altro piano, silenzioso, concreto, operativo, dove le cose non si dicono, si fanno.

Gli alleati della NATO non stanno sfilando compatti dietro agli Stati Uniti in modo dichiarato nella guerra contro l’Iran, ma nemmeno si stanno tirando indietro. È una presenza discreta, quasi trattenuta, ma fondamentale.

Non è fatta di proclami, è fatta di infrastrutture, di accessi, di concessioni che sembrano tecniche, ma in realtà sono decisive. Perché la guerra moderna non è solo fuoco e bersagli. È soprattutto movimento, possibilità e continuità.

Concedere una base, permettere un sorvolo, garantire rifornimento, manutenzione, logistica: queste non sono azioni secondarie, sono l’ossatura stessa della capacità militare.

Senza questo tessuto, anche la potenza più grande si ritrova rallentata, esposta, più fragile di quanto voglia ammettere. E allora emerge una verità che mi colpisce: più si allarga la distanza politica tra Washington e molte capitali europee, più si rivela, nei fatti, una dipendenza operativa reciproca che non può essere negata.

È un paradosso solo in apparenza. In realtà, è la fotografia autentica del nostro tempo. Da una parte c’è Donald Trump che usa la NATO come bersaglio retorico, quasi a voler ridisegnare i rapporti di forza, a marcare una distanza, a rivendicare autonomia.

Dall’altra ci sono i governi europei che pubblicamente rallentano, chiedono de-escalation, si tengono cauti, misurati e a volte freddi. Ma poi guardo la mappa e la realtà è un’altra.

Il Regno Unito apre le sue basi, anche se con prudenza iniziale. Il Portogallo mette a disposizione le Azzorre, che non sono un dettaglio geografico ma un nodo strategico. La Germania, pur prendendo le distanze sul piano politico, mantiene attivo un hub fondamentale come Ramstein.

L’Italia consente accesso e sorvolo, ma pone il filtro della legittimazione parlamentare, quasi a voler tenere insieme responsabilità e cautela. La Francia sostiene, ma delimita: presenza sì, attacco diretto no. Ognuno traccia il proprio confine. Nessuno si espone completamente.

Eppure, tutti in forme diverse partecipano. L’unica vera rottura è quella della Spagna, guidata da Pedro Sánchez, che sceglie una linea coerente e netta: niente basi, niente spazio aereo, niente ambiguità. È una posizione chiara, quasi rara in un contesto dove invece domina la sfumatura. E questa sfumatura dice molto più di qualsiasi dichiarazione.

Mi sembra di rivedere dinamiche già vissute, come durante la Guerra in Iraq: allora come oggi, il sostegno politico non sempre coincideva con quello operativo. Anzi, spesso lo contraddiceva.

C’è una lezione che emerge con forza: gli Stati Uniti possono avere la capacità di agire, ma per farlo in modo efficace hanno ancora bisogno di una rete che passa dall’Europa.E l’Europa, anche quando prende le distanze, continua a essere parte di quella rete. Non per ideologia. Non per entusiasmo. Ma per struttura.

E allora capisco che il vero equilibrio non sta nelle parole che si pronunciano, ma nelle possibilità che si concedono. L’Europa forse non vuole assumersi il peso politico di un’altra guerra in Medio Oriente. Ma resta, nel profondo, una componente indispensabile del meccanismo che quella guerra la rende possibile.

È una posizione scomoda, quasi ambigua, ma profondamente reale. E in questa realtà io vedo un tempo in cui le alleanze non si rompono davvero – si trasformano, si adattano, si nascondono dietro linguaggi più prudenti ma continuano a esistere, perché non possono fare altrimenti.

Alla fine, ciò che conta non è chi dice “sono dentro” o “sono fuori”. Conta chi, nel momento decisivo, tiene aperta la porta.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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