
Il Principe ereditario nella guerra di Liberazione
La Festa della Liberazione celebrata ieri in Italia fu istituita il 22 aprile 1946 da Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno, con il Decreto Legge n. 181 controfirmato da Alcide De Gasperi, democristiano, presidente di un governo comprendente sei partiti antifascisti, dai comunisti ai liberali e ai democratici del lavoro, in gran parte monarchici.
Principe ereditario, Umberto di Savoia aveva preso parte di persona alla guerra di liberazione. Con grave rischio della vita sorvolò le linee tedesche in una zona di combattimento che conosceva palmo a palmo, per riferire dove era il nemico. Meritò elogi e onorificenze dagli anglo-americani.
Alla prima Festa della Liberazione, il 25 aprile 1946, Capo dello Stato era ancora Vittorio Emanuele III, che il 25 luglio 1943 aveva revocato Benito Mussolini da capo del governo e firmato i decreti che sciolsero il partito fascista, il gran consiglio del fascismo, la Milizia, tutte le organizzazioni del regime e avviato le trattative armistiziali.
Le clausole della “resa senza condizioni” imposta dai vincitori all’Italia il 3 settembre furono durissime, ma salvarono la continuità dello Stato. Ingannato dagli anglo-americani sulla data della sua pubblicazione e sui loro veri piani di guerra, il governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio non poté attestarsi nella difesa di Roma (comprendente la Città del Vaticano) e si trasferì a Brindisi con i Reali: ne scrive Elena Aga Rossi in “Roma tradita” (il Mulino, 2026).
Dal 16 ottobre 1943 l’Italia fu accolta “cobelligerante” a fianco delle Nazioni Unite contro la Germania di Hitler e i suoi alleati. Era l’accelerazione della Riscossa.
Grazie ai governi del Re (Badoglio prima, Ivanoe Bonomi poi), l’Italia organizzò il Corpo italiano di liberazione e ottenne il riconoscimento del Corpo Volontari della Libertà, comandato dal generale Raffaele Cadorna. Sfilò a Milano a guerra finita, con al collo fazzoletti tricolore.
La “Resistenza” o “Guerra partigiana” fu una parte del tutto, in un Paese tornato nel solco del Risorgimento e della Nuova Italia che, nata in pochi mesi (aprile 1859 – ottobre 1860), in mezzo secolo aveva compiuto progressi civili immensi, inclusa l’abolizione della pena di morte (1889), tutt’oggi praticata negli Stati Uniti d’America e in altri Paesi di discutibile “civiltà”.
Dopo il referendum istituzionale del 2 – 3 giugno 1946, solo il 20 aprile 1948 il Decreto legislativo n. 322 ribadì la Festa della Liberazione: tre giorni dopo la vittoria elettorale della Democrazia cristiana sul fronte popolare, una cui ampia parte si identificava con l’Unione Sovietica, notoriamente regime totalitario.
Il partito comunista aveva tenuto un piede alla Costituente ma un altro sull’acceleratore della “Rivoluzione”: un mito spacciato da varie parti per altri ottant’anni.
Quale antifascismo?
Il 25 aprile, va detto, non dovrebbe limitarsi a rendere omaggio alla “guerra di liberazione” del 1943 – 1945 (riduttivamente detta “Resistenza”) ma all’antifascismo nel suo insieme e nella sua lunga durata. Per chiarezza va precisato che l’antifascismo iniziò nel 1919, esattamente quando, il 23 marzo, venne fondato a Milano il primo Fascio di combattimento.
L’Italia era un Paese in piena confusione politica e ideologica, tanto che alle elezioni del 16 novembre nel collegio di Milano la lista capeggiata da Mussolini comprese Arturo Toscanini, “maestro d’orchestra”, il caposcuola del futurismo Filippo Tommaso Marinetti, Guido Podrecca, anticlericale feroce e altri candidati niente affatto “fascisti” e poi persino antifascisti.
L’antifascismo non prese corpo neppure dopo l’avvento del governo Mussolini (31 ottobre 1922), una coalizione statutaria comprendente cattolici, liberali e democratici sociali. Si organizzò, lentamente, solo dopo il delitto Matteotti (10 giugno 1924).
Assunse più precisa identità con la Concentrazione antifascista costituita in Francia (1927) e con l’azione di partiti e movimenti attivi all’estero e clandestini in Italia, come “Giustizia e Libertà” e il Partito comunista d’Italia, inglobato nella Terza Internazionale di Lenin e poi di Stalin, che liquidava sprezzantemente i socialisti come “socialfascisti”, complici della “borghesia reazionaria”.
La firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) assicurò al regime mussoliniano consenso amplissimo, certificato alle elezioni del 24 marzo e degli anni seguenti sino alla catastrofe del 1943. Ci vollero molti anni prima che una parte dei “politici” e dei “colti” capissero quanti e quali errori erano stati compiuti per spianare la strada al “duce”, che mirava a isolare Vittorio Emanuele III, poi artefice della demolizione del regime e di tutti i suoi apparati.
Ignorati dagli anglo-americani, il 25 luglio 1943 i partiti antifascisti (che nessuno sapeva quale seguito effettivo avessero nel Paese) negarono ogni collaborazione con il nuovo governo presieduto da Badoglio, un militare ignaro di “politica”.
Ottantesimo del Referendum istituzionale
Il “25 aprile” ha senso compiuto se ricorda il percorso della Storia, senza omissioni di comodo. L’imminente Ottantesimo del referendum istituzionale è motivo per studiare la Costituzione della Repubblica e per coglierne la continuità con lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848, specialmente nelle determinazione delle prerogative del Capo dello Stato che “rappresenta l’unità nazionale”, promulga le leggi, ha il comando delle Forze Armate, concede grazia, commuta pene, conferisce onorificenze.
Però è anche occasione per ricordare Vittorio Emanuele III e suo figlio Umberto, Luogotenente generale (5 giugno 1944 – 9 maggio 1946), stimato da quanti lo conobbero: non solo Winston Churchill ma anche Bonomi, Benedetto Croce, Ferruccio Parri e i tanti che il 2 giugno 1946 votarono monarchia (due nomi per tutti, Mario Pannuzio ed Eugenio Scalfari).
Lutto al braccio da quando conobbe la tragica fine di sua sorella Mafalda, Umberto di Savoia, re dal 9 maggio 1946, fu sovrano leale e fiducioso nella Ricostruzione del Paese all’insegna della libertà e dell’armonia tra le parti, il “concerto a sei voci” di cui scrisse Giulio Andreotti, ventiseienne sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Il 2 giugno prossimo farà forse riflettere su un fatto che non può essere cancellato. Ottant’anni addietro circa 10.700.000 italiani votarono per la monarchia, che registrò la maggioranza in quattro province dell’Italia settentrionale: Cuneo, Asti, Bergamo e Padova.
In molte altre la repubblica superò di poco il 50% dei consensi e comunque i suoi indiscutibili 12.700.000 suffragi rimasero lontani dalla metà dell’elettorato, 28 milioni, e poco al di sopra del 50 per cento dei votanti, che furono 25 circa milioni.
Polverizzazione dei voti “monarchici” e Consulta dei senatori del regno
Vi è però un altro quesito: il rapido sfarinamento dei voti favore della monarchia. Il 13 giugno 1946 Umberto II partì dall’Italia per l’estero (non “in esilio”), senza riconoscere l’esito del referendum, perché esso non era ancora ufficiale ma il governo con “gesto rivoluzionario” (parole del re) aveva unilateralmente proclamato la repubblica. Partì Re, non abdicò mai e morì Re.
Che memoria gli italiani hanno di lui? Quale di suo padre, sovrano per 46 anni e ora sepolto nel Santuario di Vicoforte con la Regina Elena?
Forse anche molte istituzioni riconosciute da Umberto II quali continuazione dell’Italia post-unitaria non hanno svolto appieno la “missione” loro assegnata da un re sempre riluttante a identificare la Corona in un “partito”, ma fiducioso nella Memoria.
Di questa considerò depositaria la Consulta dei senatori del regno, sorta a continuazione del Senato istituito nel 1848 da Carlo Alberto re di Sardegna e nel 1861 divenuto “d’Italia”. Ne ripercorriamo rapidamente il profilo.
La Consulta nacque dalla fusione del “Gruppo vitalizio” dei senatori, fondato il 5 giugno 1946, con la “Consulta monarchica”, costituita l’11 novembre 1958. Umberto II nominò i suoi due primi presidenti, Ugo Papi, (1969 – 1983) e Vinigi Cottarelli (1983 – 1986). Alla morte del Sovrano (18 marzo 1983) la Consulta avocò a sé la nomina ed elesse presidenti Emilio Bussi (1986-1989) e Gino Birindelli (1989 – 1993).
Il 30 marzo 1989 con atto notarile otto consultori formalizzarono il «rapporto associativo in un atto pubblico al fine di chiedere il riconoscimento previsto dall’articolo 12 del Codice Civile» vigente nel regime repubblicano.
Per statuto la Consulta considerava «suo dovere risvegliare nel popolo italiano l’apprezzamento per l’istituzione monarchica considerandola parte integrante della storia unitaria d’Italia» e si proponeva «la fusione di tutti i monarchici in una unica associazione nazionale».
Il 4 gennaio 1993, il figlio di Umberto II, Vittorio Emanuele di Savoia (12 febbraio 1937 – 3 febbraio 2024) avocò la nomina del presidente e l’approvazione delle cooptazioni. Nel 1994 la Consulta risultò composta da 47 membri, quattro dei quali “per diritto dinastico” e in armonia (Vittorio Emanuele e suo figlio Emanuele Filiberto, Amedeo di Savoia – Aosta e il figlio Aimone). Nel 1998 Vittorio Emanuele ne nominò presidente il duca Gianni de Giovanni di Santaseverina.
Nell’estate del 2001 ebbe una svolta drastica. Il 14 settembre Vittorio Emanuele si complimentò con Santaseverina che «in poche settimane» aveva «risanato la grave crisi di funzionalità e la scarsa operatività» dell’«Organismo» ma concluse: «La Consulta non risponde più alle finalità della sua fondazione e ho deciso di scioglierla e di nominare Te liquidatore nonché custode del suo archivio che sarà depositato dovrai [sic] deciderai e gestito da una commissione composta da Te e da due altre persone che nominerai».
Così, “motu proprio”, senza convocazione dell’Assemblea né informazioni ai suoi componenti, la Consulta dei senatori del regno, ispirata, voluta e apprezzata da Umberto II quale continuazione del Regio Senato, avrebbe avuto fine ingloriosa.
Che fare?
Le reazioni al gesto di Vittorio Emanuele di Savoia furono di diverso tenore. Quanti da tempo non partecipavano ad assemblee e consideravano il rango come una sorta di onorificenza, anche perché comportava automaticamente il conferimento delle insegne di grand’ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, per quanto attòniti rimasero silenti.
Altri, intuìta la motivazione “istituzionale” di quel gesto, ritennero che la sopravvenuta inefficacia dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione che privavano dei diritti politici i discendenti di Casa Savoia e vietavano il rientro e il soggiorno in Italia ai discendenti maschi di Umberto II potesse valere un “assonnamento” (ma non l’estinzione) della Consulta.
Molti, invece, giudicarono irricevibile l’“ukase” fulminato dal principe contro un Corpo vitalizio e rivendicarono l’autonomia dell’Istituzione da interferenze contrarie allo Statuto Albertino, suo fondamento. Nel suo corso secolare il Senato del Regno aveva cassato nomine già avallate dal re.
Vittorio Emanuele III aveva riconosciuto l’elettività del presidente della Camera Alta, espressione del Consesso, non suo succubo. I continuatori degli antichi “patres” non rimasero pertanto proni a decisioni di chi non ebbe il garbo di convocare quanto meno un’assemblea straordinaria per eventualmente deliberare dolorose decisioni.
Continuità…
“Sic stantibus rebus”, previ scambi di valutazioni, numerosi consultori chiesero la convocazione della Consulta. L’Assemblea si adunò all’Hotel Excelsior di Roma alle 15 del 22 novembre 2001, presente il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Aosta. Mentre alcuni si pronunciarono per lo scioglimento perché “per il monarchico vige l’obbedienza”, il consultore Enrico Venanzi, vaticanista insigne, lo respinse con fermezza.
Di pari avviso fu Mario Miale, che esortò ad «andare avanti come nulla fosse accaduto». Un altro presentò un sintetico ordine del giorno, approvato a larga maggioranza, che respinse scioglimento e liquidazione e affermò la continuità della Consulta sulla base del suo statuto.
Richiamato il Messaggio inviato il 3 febbraio 1955 da Umberto II al Gruppo Monarchico di cui la Consulta si volle ed è erede storica e morale, poiché i suoi componenti sono vitalizi e irrevocabili a prescindere dalle contingenze dell’associazione, i suoi fautori dichiararono di continuare a perseguire l’Opera, di concerto con il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta.
Da ottobre alcuni Consultori avevano comunicato a Santaseverina, ai componenti del Consiglio di presidenza e a Franco Mattavelli, segretario particolare di Vittorio Emanuele di Savoia, il loro netto rifiuto di sottostare alla «raffica di provvedimenti contraddittori» susseguitisi nel volgere di un paio di mesi: commissariamento, scommissariamento, reintegro del Consiglio di presidenza e infine «scioglimento e liquidazione su due piedi».
Alcuni consultori deprecarono la consegna degli atti del “sodalizio” (comprendenti delicati carteggi privati) a un Archivio della Repubblica, un “sovrapprezzo”, rincarò Miale, aggiunto al suo scioglimento, «pagato per invogliare il governo repubblicano all’abolizione della XIII disposizione transitoria della Costituzione», sopra richiamata.
Collocata nel suo esatto contesto storico, vale a dire la trattativa in corso tra Vittorio Emanuele di Savoia e lo Stato per ottenere la sospensione dell’esilio, la Consulta, che ne era e ne rimase all’oscuro, deliberò che andava dunque respinta la decisione unilaterale dello scioglimento e della liquidazione, a parte ogni considerazione su tempi, modi e loro conseguenze, incluso il discredito perpetuo che sarebbe ricaduto su di essa e su ciascun suo componente ove tali arbitrarie decisioni fossero state subìte supinamente.
… ed Atti conseguenti
In una “memoria” inviata al Duca d’Aosta il Consultore Enrico Venanzi osservò che «la Consulta, composta alla stregua del Senato del Regno da membri vitalizi non revocabili se non per accertata indegnità personale, incarna il “patto” tra Sovrano e Popolo che ispirò lo Statuto e che legittimò e legittima la stessa sovranità del Monarca o l’aspirazione del pretendente al trono.
Sotto tale profilo, il più importate di tutti, lo scioglimento e messa in liquidazione della Consulta, ancorché inani, acquistano la dimensione d’una manifestazione di disprezzo di quel patto, d’un attentato alle garanzie statutarie, alla Tradizione e al rispetto della “volontà della Nazione”».
Come la Nottola di Minerva si leva al tramonto, così proprio nel 2001 Aldo Pezzana, presidente del Consiglio di Stato, libero docente di diritto romano all’Università “La Sapienza” di Roma e di storia degli ordinamenti negli Stati italiani nella libera Università San Pio V, pubblicò il profilo della Consulta dei senatori del regno (1955 -2001) in appendice al volume “Gli uomini del Re. Il Senato durante e dopo il fascismo” (Foggia, Bastogi, novembre 2001). Vi produsse l’Elenco dei consultori cooptati con approvazione sovrana dal 12 maggio 1960 alla morte di Umberto II e l’elenco di quelli in carica nel 2001.
Di rientro dall’Assemblea del 22 novembre 2001, nella prefazione al citato volume un consultore fece in tempo a dare notizia dell’avvenuto in termini non equivoci: «Alla benauspicante presenza di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta» la Consulta era «viva e vitale», con ininterrotta continuità formale e sostanziale.
Era comprensibile che Vittorio Emanuele di Savoia desse un segno di buona volontà verso la Repubblica disconoscendo la Consulta, ma nel nome del Re mai abdicatario i suoi componenti dovevano rimanere al posto loro assegnato dalla Storia, come Papirio nella Roma invasa dai Galli Boi.
Il 4 febbraio 2002, avuta notizia del giuramento di fedeltà alla Repubblica prestato il giorno prima da Vittorio Emanuele di Savoia e da suo figlio, Emanuele Filiberto – giuramento non richiesto né dovuto da parte di chi non ricopra cariche pubbliche – Gian Nicola Amoretti e Sergio Boschiero, presidente e segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, riconobbero che il Principe Amedeo di Savoia Duca di Aosta era “fedele interprete dei valori storici del Risorgimento e della Monarchia sabauda”, come già attestato dalla Consulta.
Grazie a un direttivo presieduto da Enrico Venanzi, affiancato da Arrigo Luca di Windegg, Alessandro Cremonte Pastorello e Michele Pazienza, nel corso del 2002-2003 la Consulta proseguì i lavori. Il 3 ottobre 2003, per iniziativa di Gino Birindelli, già presidente, e Michele Pazienza, l’Assemblea si riunì in Roma, stilò il programma d’azione degli anni seguenti, varò cooptazioni, elesse il nuovo consiglio di presidenza e il presidente.
Senza alcuna pregiudiziale ideologica o partitica, come era l’antico Senato, comprendente anche repubblicani, radicali e socialisti riformisti convinti che la monarchia era pilastro portante dello Stato, la Consulta si prefisse di “salvaguardare il patrimonio morale del Risorgimento italiano: indipendenza, unità e libertà del regno d’Italia conseguite con Vittorio Emanuele II, re costituzionale, e completate regnante Vittorio Emanuele III” e di “produrre studi e formulare proposte su tutti i problemi rilevanti per Stato e cittadini”.
La Consulta è uno spicchio dell’Italia che festeggia la Liberazione quale momento solenne per tutti i cittadini. Nessuno dovrebbe turbarsi se lo scudo sabaudo qui e là ricomparisse nel tricolore. Il 23 marzo 1848 esso sostituì la bandiera azzurra su decisione di Carlo Alberto in marcia contro l’impero d’Austria “per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana”.
Il tricolore con scudo sabaudo fu innalzato da Giuseppe Garibaldi, che ebbe per insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, e fu cantato da Giosue Carducci, senatore del regno e massone: “Fior tricolore, /tramontano le stelle in mezzo al mare/ e si spengono i canti nel mio core”.




