L’Europa diventare adulta
Scrivo questo articolo per far capire la mia posizione. Soprattutto per sottolineare un meccanismo mentale molto diffuso, e abbastanza desolante: la completa incapacità di leggere una posizione politica e strategica fuori dalla logica da curva.
Siccome sono arcicritico verso la Russia di Putin, allora per alcuni devo essere per forza un atlantista, un anglosassone mascherato, uno che fa il tifo per Washington e per il blocco ‘angloamericano’.
Naturalmente è una scemenza.
Ma è la stessa identica scemenza, speculare e contraria, che mi sono sentito vomitare addosso da certi atlantopitechi esaltati quando, sulla vicenda Nord Stream, mi rifiutavo di imbrodare la narrativa liturgica secondo cui “era stata sicuramente Mosca”.
La mia posizione su questo ed altre cose, lo ribadisco, è molto chiara da tempi non sospetti.
Infatti, in quel caso, siccome non ripetevo il catechismo americano, ero diventato automaticamente filorusso, traditore, ambiguo, putiniano sotto copertura. Alcuni arrivarono persino a dossierare, insultare, diffamare, cercare informazioni personali, costruire accuse ridicole, perché avevo osato dire una cosa molto semplice: l’ipotesi di un’azione ucraina con copertura, tolleranza o supporto anglosassone sul Nord Stream era estremamente plausibile. E lo era molto di piu’ di una ipotetica azione russa.
Lo scrissi subito. Lo scrissi più volte. Lo scrissi anche in contrasto piuttosto vivace con analisti che rispetto grandemente. Lo scrissi quando era scomodo dirlo, quando la canea atlantopiteca reagiva come un branco di tacchini elettrificati appena qualcuno osava mettere in dubbio la versione da bollettino parrocchiale.
Poi, mesi dopo, quando quella pista è diventata improvvisamente molto meno “complottista” e molto più concreta, naturalmente molti hanno fatto finta di nulla.
Ed ecco il paradosso: ieri ero filorusso perché non accusavo automaticamente Mosca del Nord Stream; oggi sarei ‘anglosassonista’ perché considero la Russia di Putin una minaccia strategica per l’Europa (e poiché vivo in UK, come infidamente e malignamente qualche cuore nero va a dire in giro).
Questo è analfabetismo geopolitico con la sciarpa della squadra al collo.
Qualcuno mi ha attribuito, in sostanza, una posizione anglosassone. Secondo lui, io nasconderei il ruolo degli USA e del Regno Unito (eppure parlai profusamente dei deliri neoimperiali di controllo dell’Intermarium di Johnson per scipparlo all’EU) nella guerra ucraina, minimizzerei il loro conflitto con la Russia e farei le pulci solo a Mosca.
È falso. Non è una lettura alternativa del mio pensiero. È proprio falso. Di sicuro costui non mi seguiva anni fa, ma si è fatto le sue idee sulla base di letture frettolose e scambi decontestualizzati. Meglio chiarir di nuovo.
Io non ho mai nascosto le responsabilità americane. Anzi: ho scritto più volte che la gestione dell’amministrazione Biden è stata scellerata, sbagliata, imprudente e strategicamente improduttiva.
Una narrativa messianica, moralistica, binaria, da crociata liberal-atlantica, a cui gli europei imbelli e appecorati si sono adeguati senza produrre quasi alcuna linea autonoma.
Risultato? Un enorme assist alla guerra cognitiva russa.
Perché quando tu racconti un conflitto complesso come una favoletta tra buoni assoluti e cattivi assoluti, stai regalando praterie alla propaganda avversaria. Quando fingi che non esistano interessi americani, interessi britannici, errori occidentali, ipocrisie europee e cinismi vari, stai preparando il terreno a chi poi arriva e dice: “vedete? Vi mentono su tutto”.
La propaganda russa ha vissuto per anni anche su questo. Sulle menzogne, le rimozioni, le semplificazioni e le pose moralistiche del cosiddetto “Occidente” scatoletta utile anche per loro, per spacciarsi per paladini ed underdogs, invece che Orsi predatori opportunisti.
Solo da poco, a mio avviso, quella macchina sta iniziando a perdere terreno. E, infatti, si vede il nervosismo. Si vede negli apparati mediatici russi. Si vede in un Solovyov che sbrocca in televisione contro Meloni, rivolgendosi direttamente a lei in italiano. È guerra cognitiva di Stato che perde lucidità e diventa rabbiosa.
Il problema è che molta gente non riesce proprio a capire una posizione terza, fredda, europea e pragmatica.
Io non considero gli Stati Uniti “i buoni”. Gli Stati Uniti sono un impero. Più sofisticato di quello russo, più presentabile, più abile a travestire i propri interessi come valori universali, ma sempre impero.
Hanno una loro agenda, un loro complesso militare-industriale, una loro proiezione globale, una tendenza storica a trattare gli alleati come clienti, pedine o strumenti.
La narrativa Dem USA è quella di un imperialismo all’acqua di rose, intriso di belle chiacchiere, diritti universali recitati a memoria, conferenze stampa luminose e bombe sganciate con la colonna sonora umanitaria.
Quella MAGA è semplicemente più nuda, più brutale, più scomposta, piena di follie da esaltati pseudoreligiosi che sono il vero zoccolo duro di una certa America profonda. Cambia la musica, non cambia il fatto essenziale: è sempre potenza imperialistica.
C’è, però, un punto che va detto con chiarezza: anche negli Stati Uniti esiste una parte che ci è sinceramente amica, una componente politica, culturale, strategica e persino militare che, pur dentro una potenza imperiale, non disdegnerebbe affatto di vedere nascere un’Europa adulta, indipendente, credibile e capace di porsi come partner alla pari, non come vassallo obbediente.
Questi americani esistono, e sono precisamente quelli con cui una vera Europa sovrana dovrebbe dialogare: non per chiedere permesso, ma per costruire rapporti maturi fra potenze alleate, autonome e rispettose dei reciproci interessi.
Allo stesso tempo, la Russia di Putin non è un innocuo contrappeso multipolare. È uno stato che era partito come bonapartista-plebiscitario ed è finito come una specie di cupola revanscista, euroasiatica, aggressiva, che non riconosce veramente la piena sovranità dei paesi nel proprio ex spazio imperiale e che considera l’autonomia europea una minaccia tanto quanto, e forse più di, Washington.
E, soprattutto, non si sente europea, rinnegandone la totalmente mente la sua natura, appunto europea. Soprattutto vuole tornare ai fasti imperiali più retrivi e oscurantistici.
Non è che non dobbiamo vederla nemica!! Lei si percepisce nemica! Senza sconti! E chi non lo capisce dovrebbe approfondire la questione seriamente: alla fine a malincuore trovera’ le stesse conclusioni che ho trovato io. Le chiacchiere amicali, or ora, sono solo маскировка!!!
Quanto al Regno Unito, la mia posizione è altrettanto chiara e non ha nulla a che vedere con l’odio, il tifo o la caricatura. Io vivo nel Regno Unito, è un paese che abito e che amo, e vorrei vederlo un giorno rientrare in una grande casa europea, dove storicamente e strategicamente appartiene.
Ma per ora non lo ritengo pronto. Lo considero ancora immaturo, ancora troppo prigioniero delle proprie oscillazioni imperiali, della nostalgia atlantica, delle sue ambiguità strategiche e della sua difficoltà a considerarsi parte organica di un destino europeo comune.
Quelli che vogliono stare fuori vanno rispettati e quanto a quelli che vorrebbero rientrare per tornaconto, ebbene.. non basta. In questo momento, purtroppo, un Regno Unito così com’è rischierebbe di danneggiare pesantemente il processo di integrazione europea più che di rafforzarlo.
La porta storica dovrebbe restare aperta. La porta politica, per ora, no.
Quindi, no: non faccio il tifo per Washington.
No: non faccio il tifo per il Cremlino.
No: non faccio il tifo per l’asse angloamericano.
No: non faccio il tifo per nessun pseuso-impero.
Faccio il tifo per l’Italia dentro un’Europa che diventi finalmente soggetto geopolitico, non un oggetto. Se proprio mi volete inquadrare come araldo di un impero, ebben scelgo il “il mio”.
Ed è proprio qui che molti vanno in cortocircuito.
Perché sono talmente abituati alla polarizzazione, ai gridi da curva, ai pacchetti preconfezionati, che se critichi Mosca devi essere un servo degli yankee; se critichi Washington devi essere un agente del Cremlino; se dici che l’Ucraina serve strategicamente all’Europa sei un guerrafondaio; se dici che il sabotaggio del Nord Stream aveva probabilmente una matrice ucraina con copertura anglosassone sei un traditore filorusso.
È il trionfo di una sorta di cretinismo binario.
La mia posizione, invece, è sempre stata coerente: l’Europa deve emanciparsi da qualsiasi dipendenza. Non deve essere provincia americana e non deve diventare area cuscinetto russa, né, tantomeno, come qualcuno con la mentalità da servo, appendage dei cinesi! Non deve cambiare padrone. Deve diventare adulta.
Questo vale anche per l’energia. La Germania ha commesso un errore enorme costruendo una dipendenza strutturale dal gas russo e rinunciando al nucleare, fingendo che il commercio avrebbe neutralizzato la geopolitica. Ma sostituire quella dipendenza con una dipendenza da GNL americano è solo cambiare guinzaglio.
Sì, avete capito: qualcuno mi aveva già inquadrato come “plauditorre del GNL americano”… chi mi conosce da anni ridera’ pensando a quello che ho sempre scritto a riguardo.
Questo vale per la difesa. Se gli americani si fanno i fatti loro, l’Europa non può mettersi a piangere come un adolescente abbandonato. Deve riarmarsi, integrarsi, coordinarsi, costruire industria, deterrenza, intelligence, capacità autonoma. Non perché “la guerra è bella”, ma perché nel mondo reale chi non sa difendersi viene amministrato da chi sa farlo. È sempre stato così e sempre lo sarà.
Questo vale per l’Ucraina. Non sostengo l’Ucraina perché credo alle favole romantiche sul bene assoluto. Posso rispettare militarmente un popolo che combatte contro un invasore più forte, certo. Ma il mio ragionamento è molto più freddo: l’Ucraina serve all’Europa.
Serve come profondità strategica, come spazio industriale, agricolo, militare, logistico e politico. Sono in grado di ripararci con il Know How che hanno sviluppato con sangue e lacrime sul campo!
E, soprattutto, vuole entrare nella casa europea, mentre la Russia di oggi non vuole lei e vuole impedirlo perché non accetta che i suoi vicini siano davvero sovrani, e tanto meno vuole che si uniscano in una Potenza.
E questo vale anche per la Russia. Io sono favorevole, in teoria, a una futura architettura europea capace di includere anche la Russia. Una Europa grande, continentale, adulta, forte, capace un giorno di chiudere la frattura storica con Mosca.
Ma non con questa Russia. Non con un potere che si percepisce come impero separato, che vuole clientes e zone cuscinetto, che tratta l’Europa come un oggetto da dividere, intimidire, manipolare o corrompere.
Inoltre, come ho detto a tanti amici che hanno affetto verso Mosca: la Russia può considerarsi amica veramente, solo con chi rispetta. E il linguaggio che veramente comprende a livello di inconscio collettivo di popolo questo linguaggio si chiama forza.
Anche una Russia democratica potrebbe prendere sul serio un’integrazione solo con una realta’ forte. Forte non solo economicamente, forte con il ferro.
Il punto, quindi, non è “Russia cattiva, Occidente buono”. Questa è roba da bambini o da editorialisti in cattiva fede.
Il punto è: quale assetto serve all’Italia e all’Europa?
A me interessa questo. Non la purezza morale. Non il santino europeo. Non il catechismo americano. Non il rosario putiniano. Non l’indignazione in confezione famiglia.
Mi interessa una Europa (con)-federale, sovrana, armata, industriale, mediterranea e continentale. Una Europa capace di parlare con tutti, anche con i nemici, ma da posizione di forza. Perché “parlare con tutti” quando sei debole e’ richiesta di permesso, non chiamatela ‘diplomazia’! Vi prendete prendete in giro da soli. La diplomazia la fanno i forti.
E mi interessa che l’Italia smetta di ragionare da cortile. Perché quando sento dire che il vantaggio italiano starebbe solo nell’indebolimento di Germania, Francia o Regno Unito, sento l’eco di secoli di provincialismo suicida. Come quello dei comuni rinascimentali, come quello degli Stati preunitari.
Certo, Berlino, Parigi e il Regno Unito hanno spesso danneggiato interessi italiani. Lo so benissimo. Ma se mio fratello o mio cugino si comportano da egoisti, non corro tra le braccia dell’estraneo ostile per fargliela pagare. Costruisco potere, alleanze, pressione, capacità negoziale. Sposto il baricentro europeo verso il Mediterraneo. Faccio politica di potenza, non vendetta da condominio.
La guerra cognitiva russa si innesta proprio su queste fratture: rancori nazionali, complessi storici, fastidio verso i tedeschi, disprezzo per i francesi, irritazione verso gli inglesi. Prende tutto questo materiale emotivo e lo trasforma in una conclusione prefabbricata: “allora Mosca è la soluzione”.
No. Mosca non è la soluzione. Mosca è un altro impero.
E io non voglio scegliere fra imperi. Voglio che l’Europa smetta di essere il campo di gioco degli imperi altrui.
Questa è la mia posizione. Lo è stata ieri, quando la canea atlantopiteca mi dava del filorusso per il Nord Stream. Lo è oggi, quando qualche antiamericano automatico mi dà dell’anglosassonista perché considero la Russia di Putin una minaccia.
Lo sarà domani, quando altri ancora troveranno il modo di non capire nulla e attribuirmi qualche altra scemenza.
Pazienza.
Io non scrivo per i tifosi. Scrivo per chi ha ancora voglia di ragionare senza farsi mettere il collare da Washington, da Mosca o dalla propria curva di riferimento.





