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La pseudosinistra che cerca il potere

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Si sono svuotati dentro

Si dicono ‘democratici’ perché hanno vergogna di dirsi ‘socialisti’. E fanno bene. Perché sono lontani dal socialismo.

C’è stato un periodo nel quale, illuminato da grandi figure, la tensione politica è stata quella di costruire il futuro. E questo si è fatto preparando il terreno ai quasi trenta anni di riforme nel segno del socialismo democratico che si sposò con il cristianesimo sociale.

Molte, tante riforme: elencarle tutte sarebbe istruttivo per i tanti – davvero tanti – che le hanno dimenticato e hanno perso il ricordo dei balzi in avanti compiuti nella società e nella convivenza sociale.

È una nostra, una mia, storia che piano piano è stata messa in esilio. Sì, ‘esilio’: la scena finale.

Temono la loro stessa ombra ed hanno paura di quella nostra storia, delle bandiere che abbiamo issato. Noi non solo per sventolarle, ma per piantarle su cambiamenti veri. Che abbiamo fatto.

Non hanno cercato un nuovo incontro con il centro. Hanno avuto la presunzione di incorporarlo. Ma quello non era il centro. Quello vero lo hanno inseguito fino a perdervisi dentro. Sempre mantenendo un’aria spocchiosa perché “non bisogna farsi scavalcare a sinistra”.

Cercano invece conforto in alleanze che negano la stessa valenza delle istituzioni e della politica che non sia di piazza; assieme, scambiano il Parlamento per un’aula giudiziaria dove processare gli avversari; fanno dell’esasperazione del moralismo la linea guida del fare politica.

Noi volevamo lo Stato come scudo dei deboli, difendevamo un mercato libero ma solidale, non da economia mista né da programmazione statalista, ma guidato per indirizzarlo alla redistribuzione.

Loro hanno firmato assegni in bianco al mercato ed alla finanza. Soros impera, Rothschild pure. Hanno detto: è finanza cha fa solidarietà, dunque “di sinistra”. In realtà quelli sono i veri padroni.

Hanno confuso modernità, progresso e precarietà. Le privatizzazioni dei servizi, quelli che noi avevamo nazionalizzato, come strumento per essere ‘nuovi’. Ed accusano gli altri di aver fatto passi indietro sul sociale.

La “sezione” è diventata un comitato elettorale, il radicamento nel quartiere sostituito con un post su un social network. E qualche like. Si occupano di diritti civili, terreno di incontro con l’alleato potere giudiziario, per non dover più parlare di diritti sociali. Non oltre la formalità di quei diritti.

Il Partito era una comunità. Ora è una rissa, una riunione condominiale tra inquilini che non discutono di idee, ma di poltrone. Anche la nostra storia non è esente da queste brutture, ma non così ampie.

Ora il ‘Partito’ non esiste più se non come aggregazione che assume significanza solo in funzione di alleanze. E, nei “campi” non seminano grano: piantano il loglio della zizzania.

Non parlano più ‘ai’ lavoratori. Parlano ‘dei’ lavoratori. Come se fossero una specie in via d’estinzione, osservati quasi con distacco antropologico. Restano ancorati a figure professionali vere solo nella letteratura, ormai inesistenti o in estinzione, ma utili per sviluppare proteste politiche in vista di obiettivi che sanno che nessuno, né l’avversario né loro, potranno mai raggiungere.

La presenza dei loro corpi intermedi si è spostata dalle fabbriche e dagli uffici, ai CAF ed ai Padronati. Nel lavoro professionale non c’è mai veramente stata. Negano, così, una guida ai lavoratori reali verso un futuro che incombe ed è senza alcuna speranza di potersi rifiutare.

Sono stati nel palazzo ed ora, fuori di esso, cercano solo reciproca approvazione per rientrare, mentre la gente – che, certo, vuol essere ascoltata ma anche chiede di essere guidata – non sa più a chi gridare la propria rabbia.

Perché quella che arriva a loro – un vociare confuso e disordinato che spacciano per voce del popolo – ebbene quella rabbia viene utilizzata solo per preparare trappole all’avversario, per creare confusione che consenta di riconquistare i posti di comando.

Cosa fare viene “dopo”. Chiedono fiducia a scatola chiusa. E si chiedono poi il perché di svolte a destra, una cultura presente da sempre, scioccamente esorcizzata, che cresce nello spazio da loro lasciato vuoto.

Si sono svuotati dentro. Ormai di sinistra – la sinistra delle riforme, quella socialista – non hanno nulla dentro. Fisicamente si: la mano ed i seggi Parlamentari di quel lato dove poggiano il sedere.

Noi volevamo cambiare il mondo e il mondo – un suo pezzo – per nostra colpa ma soprattutto con la complicità dei loro silenzi ed ammiccamenti, ci ha messo fuori gioco.

E, infine, il mondo ha cambiato loro. La cosa peggiore è che credono di avere ragione.

E cantano Bella ciao.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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