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L’Iran e il nucleare

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L'Iran e il nucleare

Basta con la favola del nucleare civile, Teheran punta all’atomica

C’è una scena quasi comica, se non fosse tragica, che racconta meglio di qualsiasi analisi il punto in cui siamo arrivati.

Donald Trump da quasi due mesi annuncia di aver vinto la guerra, di aver piegato Teheran, di aver ottenuto la resa, di aver chiuso la partita, di avere l’Iran con il cappello in mano.

Poi passano quarantotto ore e lo stretto di Hormuz è ancora bloccato, le petroliere vengono minacciate, i Pasdaran sequestrano navi, e Washington si ritrova a prorogare cessate il fuoco unilaterali mentre mendica un tavolo negoziale in Pakistan. Una superpotenza ridotta a inseguire gli eventi con i post su Truth Social.

Ma se ci fermiamo alla caricatura di Trump rischiamo di perdere il nocciolo durissimo della questione. Perché dietro il circo mediatico c’è una realtà che non ha nulla di folkloristico: il programma nucleare iraniano è oggi infinitamente più pericoloso di quanto fosse quando Trump, nel 2018, strappò l’accordo firmato da Obama senza avere in tasca uno straccio di alternativa.

All’epoca quell’intesa teneva Teheran inchiodata a un arricchimento del 3,67 per cento, con il 97 per cento delle scorte spedite fuori dal Paese e con due terzi delle centrifughe smantellate. Oggi gli ispettori internazionali parlano di undici tonnellate di uranio arricchito e di circa 440 chili portati al 60 per cento. Tradotto: il mostro che si diceva di voler soffocare è stato lasciato ingrassare indisturbato.

Qui bisogna smetterla con la favoletta del “diritto al nucleare civile”. È una formula buona per i convegni dei pacifisti da salotto, non per chi guarda i numeri. Le centrali civili funzionano con uranio arricchito al 3 o 5 per cento.

Già il 20 per cento, raggiunto dall’Iran anni fa, viene considerato dagli esperti la soglia che separa il programma energetico dal programma potenzialmente militare.

Perché la parte più difficile del lavoro industriale è arrivare lì. Una volta superata quella soglia, il salto verso livelli bellici diventa tecnicamente molto più breve.

E, infatti, oggi Teheran è al 60 per cento. Sessanta. Un livello che non ha praticamente alcuna seria giustificazione commerciale o energetica. Non serve ad accendere lampadine a Teheran, né a curare pazienti oncologici.

Serve a una cosa sola: conservare una capacità di breakout, cioè la possibilità di trasformare in tempi rapidi una riserva formalmente civile in materiale quasi pronto per ordigni nucleari. Questo è il punto che troppi fanno finta di non vedere per comodità ideologica: non siamo davanti a una generica ambizione scientifica, siamo davanti a una scelta deliberata di soglia militare.

Qualcuno dirà: ma la bomba vera richiede il 90 per cento. Certo, se vogliamo immaginare la testata elegante montata sopra un missile balistico. Ma il mondo reale purtroppo è meno cinematografico e più inquietante. Con stock consistenti di uranio al 60 per cento, un apparato statale che disponga di ingegneri militari, laboratori clandestini e volontà politica può avvicinarsi a ordigni atomici grezzi ma devastanti.

Non l’arma patinata da parata militare, ma un congegno trasportabile con un camion, una nave cargo, un container. E la differenza per Roma, Parigi o New York sarebbe accademica: anche un ordigno inefficiente significherebbe centinaia di migliaia di morti e un trauma geopolitico irreversibile.

Ed è qui che il discorso diventa politico, non più soltanto tecnico. Se questo materiale fosse nelle mani del Canada, della Svezia o del Giappone, il problema sarebbe diverso. Ma qui stiamo parlando della Repubblica islamica iraniana: un regime teocratico che da quarant’anni usa milizie proxy come prolungamento armato della propria politica estera, finanzia destabilizzazione regionale, arma Hezbollah, influenza Hamas, soffia sul fuoco in Iraq, Siria e Yemen e considera l’ambiguità strategica una forma di potere.

Consegnare a un simile attore una soglia nucleare permanente significa istituzionalizzare il ricatto.

Per questo Israele, gli Stati Uniti e l’Occidente non hanno il lusso intellettuale di raccontarsi che “in fondo è solo deterrenza”. No. È una soglia che non può essere normalizzata.

Si può discutere dei metodi, si può discutere dell’improvvisazione criminale con cui Trump ha gestito questa crisi, si può discutere del fatto che oggi Washington stia cercando disperatamente di negoziare proprio ciò che otto anni fa aveva demolito. Ma su un punto non ci sono margini: l’arricchimento deve essere sospeso, le scorte esportate o diluite, i controlli resi invasivi e permanenti.

Perché qui non si discute di un programma energetico. Si discute se il mondo accetti che uno dei regimi più spregiudicati del pianeta sieda stabilmente a pochi passi dalla bomba.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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