Associazione partigiani d’Italia o Associazione palestinesi d’Italia?
La celebrazione della ricorrenza del 25 aprile appartiene all’Italia, alla sua storia e agli uomini che la storia della Resistenza l’hanno fatta.
Non appartiene ai militanti pro Pal, che nulla hanno a che fare con la Resistenza, mentre appartiene a pieno titolo alla Brigata Ebraica, che la Resistenza l’ha fatta davvero.
L’essere o meno a favore o contro Israele o a favore o contro i palestinesi non ha niente a che fare con la storia della Resistenza e le azioni violente dei pro Pal sono un sopruso e un’offesa all’Italia e alla sua storia.
Scrive Cossiga: “Una delle cose che pochi sanno è che il termine Palestina è stato creato dagli inglesi. Palestina era prima un termine biblico. Quando la Società delle Nazioni, dopo la fine del primo conflitto mondiale, con la dissoluzione dell’Impero ottomano assegnò loro alcune provincie arabe, queste furono identificate come il mandato di Palestina. Io ricordo la famosa brigata dei volontari ebrei, la Brigata Ebraica si chiamava, in gran parte formata da ragazzi nati in quelle terre. Osservai quei soldati sfilare a Roma, da ragazzino, quando ancora non si erano sciolti e non erano passati nell’esercito britannico. Tra quei ragazzi, seppi poi, c’era anche il più grande amico di Papa Giovanni Paolo II. Fu allora che vidi per la prima volta quella che poi sarebbe stata la bandiera d’Israele. La vidi sulle camicie di quei ragazzi. Ricordo bene, poi, quando alla radio fu annunciata la costituzione dello Stato d’Israele. Al tempo le Nazioni Unite, che intanto avevano preso il posto della Società delle Nazioni, volevano già i due Stati, quello israeliano e quello palestinese, ma gli arabi si misero di traverso. Non vollero creare subito, contemporaneamente, il secondo Stato, quello palestinese, perché ciò avrebbe comportato il riconoscimento di Israele”. [i]
Le formazioni partigiane della Resistenza italiana, ricordiamolo, furono i gruppi armati volontari che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, combatterono contro l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana (RSI) fino alla Liberazione nell’aprile 1945.
Si trattava di bande, distaccamenti, brigate e divisioni organizzate su base volontaria, composte da ex militari sbandati, antifascisti, giovani renitenti alla leva della RSI, operai, contadini e donne. Operavano prevalentemente in montagna (Alpi e Appennini) e nelle aree rurali, praticando guerriglia, sabotaggi e azioni di disturbo.
Le formazioni furono coordinate politicamente dai Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), locali, regionali e centrali (CLNAI per l’Alta Italia).
Militarmente, dal giugno 1944, confluirono nel Corpo Volontari della Libertà (CVL), diretto dal generale Raffaele Cadorna, con vicecomandanti Luigi Longo (comunista) e Ferruccio Parri (azionista). Questo organismo mirava a unificare lo sforzo bellico sotto una guida unitaria, pur mantenendo le specificità politiche delle singole formazioni.
Le brigate si distinguevano per orientamento politico, pur collaborando spesso tra loro.
Ecco le più importanti:
Brigate Garibaldi (o Brigate d’Assalto Garibaldi): le più numerose e diffuse (circa 575 formazioni, tra squadre, bande, brigate e divisioni). Organizzate dal Partito Comunista Italiano (PCI), con comando generale a Milano guidato da Luigi Longo e Pietro Secchia. Includevano anche socialisti e indipendenti. Erano presenti in quasi tutte le regioni.
Brigate Giustizia e Libertà (GL), legate al Partito d’Azione (PdA), un partito laico, democratico e radical-socialista. Coordinate da Ferruccio Parri. Erano note per disciplina, rigore nel reclutamento e alta motivazione ideologica. Operavano soprattutto in Piemonte (Divisioni Alpine GL), ma anche in altre regioni.
Brigate Matteotti, ricollegabili al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Meno numerose delle precedenti, ma attive in varie zone. Prendevano il nome da Giacomo Matteotti, martire antifascista.
Brigate Fiamme Verdi (cattoliche): nate da iniziativa di ufficiali alpini, legate alla Democrazia Cristiana (DC) e al mondo cattolico. Forti in Lombardia e Veneto.
Brigate Osoppo: autonome, legate a DC e PdA, particolarmente attive in Friuli-Venezia Giulia.
Brigate del Popolo: anch’esse di ispirazione cattolica.
Formazioni autonome (o “azzurre” / partigiani badogliani): di orientamento militare, spesso monarchico o badogliano, composte prevalentemente da ex ufficiali e soldati del Regio Esercito. Non legate strettamente a un partito, ma antifasciste e patriottiche. Molto presenti in Piemonte. Includevano anche gruppi come l’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno (legata ai servizi segreti alleati).
Altre formazioni minori includevano gruppi liberali, repubblicani, anarchici.
Nel 1944 i partigiani erano stimati intorno agli 80.000-100.000 effettivi, saliti a circa 200.000-250.000 durante l’insurrezione dell’aprile 1945.
Nel 2024, secondo il Bilancio sociale ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), risultavano iscritti all’associazione 351 partigiani ancora in vita (di cui 112 donne). Questi sono i combattenti o patrioti della Resistenza che hanno mantenuto o rinnovato la tessera.
L’ANPI conta oggi oltre 160.000 iscritti totali, ma la stragrande maggioranza è composta da simpatizzanti.
Ora, la domanda inevitabile è: chi rappresenta oggi l’ANPI?
Ieri “Fuori dal corteo” e “Vergogna” sono state, tra le tante, le frasi che alcuni militanti pro Pal hanno rivolto alla Brigata Ebraica presente alla manifestazione del 25 aprile a Milano, che a differenza loro aveva tutti i diritti di sfilare.
Non solo. Gli attivisti hanno bloccato il serpentone all’incrocio tra via Senato e corso di Porta Venezia fino a quando, intorno alle 16.30, la brigata con la stella d’Israele è stata scortata dalle forze dell’ordine fuori dalla manifestazione.
Il presidente di ANPI Gianfranco Pagliarulo ha commentato il fatto dicendo che la Brigata ebraica doveva presentarsi in piazza senza simboli di Israele.
Quelli palestinesi invece, che nulla hanno a che fare con il 25 aprile andavano benissimo?
“In una situazione del genere le bandiere israeliane non sono opportune, immaginiamo se insieme alle bandiere ucraine, che è legittimo che ci stiano, ci fossero state anche le bandiere russe, forse non era una grande idea – ha concluso Pagliarulo -, quindi non si capisce per quale motivo ci siano le bandiere israeliane”.
Cosa hanno a che fare le bandiere ucraine e quelle russe con i partigiani e con il 25 aprile?
È chiaro che il 25 aprile è stato trasformato in un’occasione di propaganda politica che nulla ha a che fare con i fatti che si celebrano e con la storia del Paese.
Pagliarulo ha tutto il diritto, in un Paese libero e democratico, di dire quel che gli pare, così come noi abbiamo il diritto di capire da dove arriva.
Giornalista, ha iniziato la carriera negli anni ’70 lavorando alla federazione milanese del PCI (Partito Comunista Italiano), dopo essersi trasferito da Bari a Milano. Negli anni ’80 è stato vicedirettore e poi direttore del periodico Il Metallurgico della Fiom di Milano. Negli anni 90 ha diretto Il Treno (house organ della Società di mutuo soccorso dei ferrovieri) e in seguito il settimanale La Rinascita della sinistra. Dal 2015 al 2020 è stato direttore responsabile di Patria Indipendente, il periodico ufficiale dell’ANPI.
È stato senatore della Repubblica nella XIV legislatura (2001-2006), eletto in Lombardia. Ha militato nel PCI fino al 1991, poi nel Partito della Rifondazione Comunista (PRC, di cui è stato responsabile della propaganda), nel Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) e brevemente in altri soggetti di sinistra come Sinistra Democratica e PD (fino al 2008).
Niente da dire sulla militanza politica del presidente dell’ANPI, ma è interessante sapere che chi parla a nome dei 351 partigiani ancora in vita (tutti comunisti e pro Pal?) e dei 160 mila simpatizzanti, ha un curriculum vitae politico come quello descritto.
La domanda finale è, necessariamente, oggi, l’ANPI rappresenta le migliaia di partigiani di tutte le appartenenze politiche che hanno dato vita alle formazioni partigiane o una parte politica chiaramente di sinistra estrema del Paese?
A sentire le esternazioni del suo presidente sembra proprio che l’ANPI sia ormai un partito politico di estrema sinistra.
[i] Francesco Cossiga, La versione di K, Rai-Eri – Rizzoli





