
di Marco Pugliese
Economia, ciò che non viene spiegato con chiarezza: la politica dei bassi salari
La politica dei bassi salari e di disoccupazione l’ha prodotta la Germania con il proprio surplus commerciale, la Ue dopo il cambio monetario ha imboccato una via impervia (storicamente economie differenti gestite con una moneta a cambio fisso portano a dissoluzione, saltò la Corona, ad esempio, introdotta nei Paesi Scandinavi) che ha portato Londra ad uscire dalla Ue. Con l’Est il problema è profondo, non erano economie mature per entrare in un sistema economico avanzato, pensiamo a Romania o Bulgaria o alle repubbliche baltiche.
Questo atteggiamento oligarchico ha portato paesi come l’Ungheria a scegliere un nazionalismo di ritorno, stesso scenario in Polonia.
Il patriottismo lasciato alle destre sappiamo dove porta, questo l’errore, anzi il peccato originale, della sinistra europea che ha puntato all’integrazione tra stati diversi in ogni ambito (in realtà dopo il taglio lineare ai debiti tedeschi si preso a modello un qualcosa di aberrante, ovvero il neoliberismo tedesco che mette al centro il debito pubblico). Una spruzzata di verde “etico”, che in realtà ha solo affossato l’industria senza veri risultati ecologici.
Questo sistema ha creato scompensi alle economie variabili (Francia ed Italia) e premiato stati con un forte debito privato (quello che in realtà genera storicamente crisi) che sono diventati paladini d’un finto rigore (i Paesi Bassi ad esempio, uno stato in cui investire “offshore”) che penalizza lavoro e diritti.
La pandemia ha costretto la Ue a liberare i bilanci (dopo aver tagliato per anni la spesa pubblica, quindi sanità e scuola) ed infatti la ripresa targata 2021-22 è figlia di quest’approccio (dovuto dopo i denari stampati da Usa e Cina).
Ora però serve una struttura “keynesiana” o anche la Bce dovrà fare i conti con l’inflazione (stampare all’infinito non è una soluzione, tampona la falla ma il tubo rimane rotto) e si rischierà una nuova crisi.
Se non si mette al centro il lavoro e i salari, quindi la produzione, il rischio è quello di peggiorare la situazione. Ora attendiamo le prossime mosse dell’Europa, che per paradosso dovrà concedere agli Stati maggiore libertà di bilancio e allentare il rigore, esattamente il contrario di quanto oggi raccomanda la Commissione UE.
È il momento di agire, approfittando della debolezza della Germania in piena fase elettorale. L’Italia deve guardarsi intorno, perché non è detto che le soluzioni si trovino solo in Europa. Aspettare troppo potrebbe significare far implodere l’intero continente.





