Chi controlla la percezione controlla il potere
“La più grande vittoria non è convincere qualcuno di una menzogna, ma indurlo a interpretare la realtà secondo una prospettiva che non ha scelto”.
Ogni giorno ci arrivano notizie per scrivere articoli, le persone aprono un giornale, accendono la televisione oppure scorrono i social e incontrano una sequenza quasi ininterrotta di guerre, crisi, attentati, catastrofi, instabilità economica e tensioni internazionali.
È naturale arrivare a una conclusione, il mondo sta precipitando, è in guerra, si sta frammentando.
Ma siamo davvero di fronte a un pianeta sempre più pericoloso o è il nostro cervello a percepirlo in questo modo?
La psicologia cognitiva offre una chiave di lettura tanto semplice quanto rivoluzionaria.
Esiste un fenomeno ampiamente documentato dalla ricerca, il negativity bias, una distorsione della percezione.
Ricordiamoci che il nostro cervello è guidato da numerosi “bias cognitivi”, che sono schemi mentali automatici che semplificano la realtà, (bias deriva da tiro obliquo) ma che possono alterare il modo in cui percepiamo e interpretiamo gli eventi.
Il cervello umano non osserva la realtà in modo neutrale, tende a privilegiare tutto ciò che rappresenta un rischio, una minaccia o un pericolo, attribuendogli un’importanza maggiore rispetto agli eventi positivi.
Quindi, la mente umana attribuisce un peso maggiore alle informazioni negative rispetto a quelle positive.
Nel 2001 lo psicologo sociale Roy F. Baumeister, insieme a Ellen Bratslavsky, Catrin Finkenauer e Kathleen Vohs, pubblicò uno degli studi più influenti e rivoluzionari sull’argomento, giungendo a una conclusione destinata a diventare un punto di riferimento della disciplina medica psicologica: “Bad is stronger than good”, il male vince sul bene, non in senso morale, ma cognitivo.
Il cervello umano, attribuendo maggiore attenzione alle minacce che alle opportunità, crea il risultato di un’evoluzione che ha privilegiato la sopravvivenza rispetto al benessere.
Gli eventi negativi esercitano un impatto psicologico più intenso, vengono elaborati più profondamente e rimangono più a lungo nella memoria rispetto a quelli positivi.
È un meccanismo evolutivo, per migliaia di anni sopravvivere ha significato riconoscere rapidamente una minaccia, quindi, chi individuava prima il pericolo aveva maggiori probabilità di sopravvivere.
Il nostro cervello, però, è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre il mondo è cambiato radicalmente.
Oggi non siamo più esposti a una minaccia alla volta, ma a un flusso continuo di informazioni provenienti da ogni parte del pianeta.
Una guerra nel Mar Rosso, una crisi nello Stretto di Taiwan, un colpo di Stato nel Sahel, un attacco informatico in Europa, il sabotaggio di un’infrastruttura critica, un’interruzione di un cavo sottomarino o una crisi energetica arrivano simultaneamente sullo schermo del nostro telefono, dando l’impressione che il sistema internazionale sia immerso in un’emergenza permanente.
Ed è proprio in questo spazio che si sviluppa una delle forme di confronto più sofisticate del nostro tempo: la guerra cognitiva.
Non si tratta semplicemente di propaganda o di disinformazione, la guerra cognitiva rappresenta una strategia che mira a influenzare il modo in cui individui e società percepiscono la realtà, interpretano gli eventi e assumono decisioni.
L’obiettivo non è soltanto convincere, ma orientare l’attenzione, modificare la percezione del rischio e influenzare il consenso politico, economico e sociale.
La competizione strategica di questo secolo non si combatte più esclusivamente con eserciti, missili, portaerei, sanzioni economiche o superiorità tecnologica. Si combatte anche conquistando la risorsa più preziosa di tutte, l’attenzione umana.
Le piattaforme digitali, gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale conoscono sempre meglio il funzionamento della nostra mente. Sanno che la paura genera una risposta più immediata della speranza, che l’indignazione produce maggiore coinvolgimento della serenità e che una minaccia cattura l’attenzione molto più rapidamente di una notizia rassicurante.
Non è un caso ma il funzionamento stesso del cervello umano a renderlo vulnerabile.
Chi riesce a determinare ciò che percepiamo come urgente, pericoloso o inevitabile influenza, inevitabilmente, anche il consenso, orienta le priorità politiche, condiziona le decisioni economiche e, in parte, le scelte strategiche degli Stati.
Il potere non consiste soltanto nel controllare un territorio o una risorsa, ma, sempre più spesso, nel controllare la percezione di quel territorio e di quella risorsa.
Per questo motivo la guerra cognitiva non riguarda esclusivamente i conflitti armati. Attraversa ogni ambito dell’informazione contemporanea.
Riguarda il modo in cui vengono raccontate le guerre, le migrazioni, le crisi economiche, la sicurezza, il terrorismo, la salute pubblica, il cambiamento climatico, l’energia e perfino la cronaca quotidiana.
Ogni narrazione contribuisce a costruire una rappresentazione della realtà e ogni rappresentazione influenza il comportamento collettivo attraverso la comunicazione.
Questo non significa che le minacce siano inventate o che le crisi non esistano. Significa comprendere che la loro percezione può essere amplificata, selezionata, gerarchizzata o contestualizzata in modi differenti.
Ed è proprio questa selezione a costituire una delle più efficaci forme di potere del nostro tempo.
Per chi fa informazione si apre, quindi, una responsabilità enorme. Raccontare il mondo non significa soltanto descrivere ciò che accade, ma anche essere consapevoli degli effetti che il modo di raccontarlo produce sulla percezione collettiva.
Il rischio è che il negativity bias trasformi la cronaca in una lente deformante attraverso la quale il lettore finisca per vedere esclusivamente il conflitto, perdendo la capacità di cogliere i processi di riequilibrio, le iniziative diplomatiche, le cooperazioni economiche, le innovazioni tecnologiche e le architetture strategiche che, spesso lontano dai riflettori, continuano a modellare il sistema internazionale.
È proprio questa la sfida di un giornale quotidiano di politica e geopolitica, che non può limitarsi a raccontare le crisi, ma aiutare il lettore a comprenderne il contesto, le connessioni e le conseguenze, senza diventare prigioniero della paura.
La geopolitica non è il racconto del caos ma lo studio degli equilibri.
Comprendere il negativity bias significa comprendere anche perché la guerra cognitiva sia diventata uno dei principali strumenti della competizione internazionale.
Oggi il primo campo di battaglia non è soltanto la terra, il mare, il cielo, lo spazio o il cyberspazio. È la mente dell’uomo.
Chi controlla la percezione non conquista soltanto l’attenzione. Conquista il consenso. E chi conquista il consenso dispone di una delle forme di potere più profonde e durature del nostro tempo.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

