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Il furto del pensiero

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Il furto del pensiero

I frutti di una nuova antropologia

Qualcuno decide che i maschi devono rasarsi i capelli ai lati e tutti corrono dal parrucchiere, anzi dall’hair stylist.

Gli stessi decidono un’estetica che impone di tatuarsi il corpo e la massa si tatua felice, svuotando anche il portafogli.

Altri decidono che in spiaggia donne e ragazze debbano mostrare le chiappe e, come per incanto, ecco l’esibizione di massa dei glutei, assai utile ai produttori per realizzare con pochi centimetri di stoffa costumi venduti a caro prezzo.

La solitudine degli atomi individualisti senza eredi vi fa star male? Comprate un cane, o due, o più, e diventate clienti dei supermercati specializzati nel benessere dei vostri figli surrettizi.

Ostentiamo ciò che siamo, mostriamo ogni momento della vita nel calderone ribollente dei nuovi media sociali, dimenticando qualsiasi riservatezza, cancellando il pudore degli atti e dei sentimenti, esibendo spensierati pezzi della vita che sempre sono rimasti celati.

La chiamano trasparenza e, chissà perché, è un obbligo, addirittura un valore.

L’elenco potrebbe proseguire, giustificato con parole nuove e vuote, inclusione, resilienza, sostenibilità.

La verità è che gran parte della gente – popolo non siamo più – se le beve tutte, comportandosi esattamente come vuole il potere.

Come è stato possibile condizionare le masse sino a far perdere loro ogni coscienza, pensiero autonomo, ragionamento critico?

La risposta è complessa, ma la società dell’illimitatezza, il materialismo più greve, l’individualismo e l’indifferenza all’altro, al raziocinio, al giudizio personale, sono i frutti di una nuova antropologia.

Un uomo senza qualità su cui regna incontrastato un dominio corrivo volto al consumo, all’oggi senza domani, dimentico di tutto.

Se non sei al tavolo, recita un detto diplomatico, sei nel menu. Ma la maggioranza non lo sa, e comunque non gliene importa nulla, interessata solo all’immediato, ai dubbi piaceri del consumo, progetto di vita unico etero diretto.

Spensierati, cioè privi di pensiero, rubato dal sistema senza che ne accorgessimo, convinti di essere liberi. Le libertà dei diritti senza doveri e del baccano parolaio in rete.

Aveva ragione Friedrich Schiller: l’uomo rivendica la libertà di parola perché aborre quella di pensiero, faticoso esercizio che dà le vertigini, procura il mal di capo e genera il terrore di non essere “come tutti gli altri” e perdersi qualcosa, la sindrome dell’uomo ridicolo (FOMO, Fear Of Missing Out).

Abbiamo rinunciato al pensiero in cambio di tutto ciò che è futile, passeggero, senza sostanza.

Marcello Veneziani scrisse che l’uomo segue il vizio o la virtù con la medesima stolida indifferenza gregaria. Dipende da ciò che i dominanti instillano nella coscienza.

Viviamo in un’epoca di regressione, riscontrabile nel costante declino della musica, volta ad assecondare i gusti più bassi, nell’ascesa di una letteratura e di un’arte (ciò che un pugno di ottimati a fattura chiamano tale) stereotipata, banale, grossolana, priva di stile e sostanza, dal linguaggio infantile e vanità prive di senso.

È evidente nella degradazione morale, che non è semplice accettazione del libertinismo (come lamentano i moralisti un tanto al chilo) ma incapacità di discernere la natura delle nostre azioni, amputazione, paralisi della coscienza.

Assomigliamo a Bartleby lo scrivano, enigmatico personaggio di Hermann Melville privo di spina dorsale, che si limitava a rispondere “preferirei di no”, omini in letargo senza qualità che si tappano le orecchie per vivere più comodamente.

Sia nel declino cognitivo provocato da musica o letteratura degradate, sia nel ritrarsi della coscienza, assistiamo a una diminuzione della nostra umanità, alla sconfitta del pensiero, alla delega in bianco, al rinnegamento di ogni eccellenza, di ogni giudizio personale, spesso con fatuo orgoglio.

Abbiamo regalato queste facoltà alla tecnologia, che ha cessato di essere un’estensione del nostro corpo (una leva, una ruota, un elettrodomestico) ed è diventata essa stessa l’organo che svolge le nostre funzioni di base; solo che non è un organo naturale ma un apparato artificiale che agisce usurpando quelle funzioni, un parassita interno come la tenia.

Le visioni transumaniste che immaginavano un futuro di esseri umani trasformati in cyborg sono diventate realtà senza bisogno di impianti invasivi o ibridazioni tra carne e macchina.

Lo smartphone è l’organo che si sostituisce alle nostre funzioni vitali senza bisogno di interventi chirurgici o mutazioni genetiche, offrendoci il suo dolce touchscreen e il pulsante di notifiche che reclamano la nostra attenzione, grottesca imitazione de L’Aleph di Borges, che conteneva simultaneamente l’intero universo.

Il telefono cellulare, diventato il nostro organo più prezioso, si comporta come un cancro che divora le nostre vite. Lo fa in senso letterale, rubandoci una parte crescente del tempo senza causare angoscia o esasperazione, ma un senso narcotico di benessere.

Nell’allegra inconsapevolezza con cui cediamo i beni più preziosi – tempo e pensiero – cessiamo di essere umani. La consapevolezza del trascorrere del tempo – tempus fugit – è stata, in ogni epoca passata, lo stimolo costante a dedicare la vita alle imprese più nobili, oltreché un implacabile censore dell’apatia.

Misteriosamente, lo smartphone, l’organo che ci divora, è riuscito a ridurre drasticamente le nostre vite, rubandoci molte ore ogni giorno senza che ce ne avvedessimo, attraverso un brillante inganno.

Ha mascherato la nostra abulia in attivismo maldestro, facendoci credere di soddisfare le nostre curiosità (che invece alimenta), di risolvere i nostri bisogni (ma crea solo bisogni superflui), di semplificare le procedure più complesse mentre le moltiplica e le complica. Così colma il vuoto che ha creato.

Ma la tecnologia divora le nostre vite in modi ancora più insidiosi. Avanzano i deficit cognitivi che l’uso compulsivo della tecnologia ci sta infliggendo, compromettendo la nostra capacità di concentrazione e riducendo le nostre sinapsi neuronali.

Effetti che si moltiplicano con l’avvento dell’intelligenza artificiale, che impone una delega completa del pensiero, esonera dal giudizio critico e dal discernimento morale, atrofizza le facoltà mentali.

È la funzione che fa l’organo: se non viene più utilizzato si indebolisce mentre l’apparato artificiale che lo sostituisce diventa ipertrofico.

Che ci piaccia o no, la tecnologia ci sta già trasformando – con il nostro consenso, poiché chi tace acconsente – in una specie regredita, distinta dalla specie sapiens.

Sin qui i fatti, brutali, generalmente non creduti, poiché l’uomo respinge le verità sgradevoli. L’uomo derubricato a individuo – l’esito del liberalismo e del materialismo – infatuato di progresso, è stato privato di radici. Senza storia, senza limiti, è solo volontà sommata a diritti.

È la secolarizzazione compiuta: muore Dio e si spegne l’idea di natura umana, resta solo l’individuo che rivendica, pretende, esige, dominato dagli istinti, dagli impulsi, dalle pulsioni. I dominanti lo sanno e ci riempiono di diritti che si volgono in altrettante dipendenze.

Il mezzo più potente che hanno a disposizione, dopo aver piegato ai loro obiettivi psicologia, neurologia, scienza e tecnica, è la pubblicità, indistinguibile dalla propaganda. Il gatto e la volpe.

Pubblicità per plasmare l’homo consumens volto alla soddisfazione dell’immediato, insensibile alla voce dell’anima, deprivato della coscienza.

Da un secolo la pubblicità è diventata scienza, il sapere umano il cui compito è mentire nell’interesse del potere plutocratico, come ammisero brillanti teorici, Edward Bernays, Walter Lippman e altri.

Della pubblicità non si può dire male; è un intangibile tabù postmoderno: paga tutto e tutti, alimenta il PIL, diffonde una visione generale dell’esistenza che ha scacciato lo spirito, il pensiero, l’autonomia morale dell’homo sapiens.

È il vettore della moda, ossia di ciò che vale oggi e deve essere seguito sino a nuovo ordine, la cornucopia che sparge, generalizza, impone valori e disvalori, abitudini e comportamenti. È il tubo aspirante che trasferisce risorse dal basso verso l’alto.

È mezzo e messaggio del Dominio. Con falso sorriso ti dice: tu devi fare ed essere ciò che io ti impongo a nome dei miei mandanti. Paga sport, politica, intrattenimento, spettacolo, cultura, mezzi del suo messaggio esistenziale.

In una parola, dirige le nostre vite. A nostra insaputa, poiché ci ha rubato pensiero, autonomia, giudizio. Decide il bello e il brutto, il bene e il male.

È il pifferaio magico della postmodernità, Mefistofele che compra l’anima di Faust, lo spartito obbligatorio delle nostre vite, il pastore che ingrassa il gregge per consegnarlo ai lupi.

Pensa e sceglie al posto degli schiavi sazi e addormentati; animali dopo il pasto. La sua vittoria più impressionante è che l’uomo depensante – collaborazionista al servizio del nemico invasore – non ha più i mezzi, le parole, i principi, la volontà per ribellarsi.

Ai superstiti resta il ruolo della sentinella di Isaia: a che punto è la notte? O di Cassandra, che diceva la verità senza essere mai creduta.

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