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In attesa delle immancabili polemiche per la parata del 2 giugno

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parata del 2 giugno

La gara a chi per primo griderà al fascista

Oggi sfileranno gli incursori, grideranno “Decima” e, prima di sera, qualcuno avrà rivisto il fascismo.

Si può scrivere prima che accada, senza rischiare la figuraccia. Perché è già successo e succederà di nuovo. Il copione si recita uguale ogni anno.

Andò così nel 2023. Michela Murgia, la defunta ideatrice del pregevole e invidiato da tutto il mondo test “Il Fascistometro”, montò il video di una compagnia del Comsubin che sfilava ai Fori Imperiali.

Ci scrisse sopra “entra in parata col saluto romano” e annunciò che la Repubblica normalizzava il fascismo sotto gli occhi di Mattarella.

Saviano, che all’epoca ancora non era stato condannato per aver dato della bastarda a Giorgia Meloni, colse l’occasione al volo e rincarò lo stesso giorno.

Paolo Berizzi completò il terzetto.

Tre nomi che dalla caccia al fascismo hanno tratto un lavoro e un’identità. La tesi fu univoca: quel braccio alzato era un saluto romano, quel grido “Decima” un inno a Salò.

La Marina smentì nel giro di poche ore. Il braccio alzato è il comando con cui l’ufficiale avverte il reparto che lo segue. Quando scende, la colonna gira la testa verso la tribuna e rende onore alle autorità.

Lo stesso gesto, identico, lo eseguirono quel giorno altri reparti, altre armi, altre uniformi.

Il grido “Decima” è il motto del Gruppo Operativo Incursori, erede della Decima Flottiglia del Regno, quella rimasta fedele al Re, non della Decima Mas di Borghese, che aderì alla Repubblica di Salò e impiccava i partigiani.

Due unità diverse e distinte, che l’8 settembre 1943 separò per sempre. Bastava studiare, come suggerì asciutto il portavoce del Presidente del Senato.

Tutto chiarito, dunque. E, invece, no.

Nel 2024, per non dare altro fiato alla polemica, gli incursori sfilarono muti. Ma un reparto inquadrato non tace per timidezza: tace per ordine.

Qualcuno, lungo la catena di comando, evidentemente decise che la storia di quegli uomini era diventata impronunciabile.

La sinistra festeggiò come per una vittoria. Servì un anno perché il reparto si riprendesse la propria voce e nel 2025 il grido tornò. Tra poche ore si ascolterà ancora.

Fermiamoci qui, perché il punto non è la parata. È un altro.

Una bufala smentita dalla Marina Militare e dal ministro della Difesa, nel giro di poche ore, ha continuato a marciare per anni tra gli adepti della sinistra e ha fatto ammutolire uno dei reparti più decorati d’Italia.

Come è possibile?

È possibile per via di una parola.

“Fascista” è l’unico aggettivo che in Italia sospende la verifica dei fatti.

Qualunque enormità, se etichettata fascista, viene creduta prima di essere controllata, perché verificarla sembra già un atto di complicità.

Capovolge l’onere della prova. Di norma, chi accusa dimostra. Con “fascista” deve discolparsi l’accusato e chi prova a difenderlo finisce nel mucchio dei sospetti.

Per questo la bufala vola e la smentita arranca con le pezze d’appoggio in mano.

Provate a immaginare un reparto accusato di inneggiare a Stalin. Qualcuno chiederebbe il video, la fonte, il contesto. Ma di’ che fa il saluto romano e parte la condivisione a pioggia, senza che nessuno guardi davvero quel braccio.

La stessa cultura che pretende sfumature, contesto e cautela per ogni cosa, davanti alla parola “fascista” smette di pensare. L’aggettivo non informa. Assolve chi lo pronuncia dall’obbligo di verificare.

E non cadde a caso sugli incursori. Cadde su di loro perché erano militari. Per la stessa area di sinistra che li vorrebbe braccianti al posto di soldati, che non vuole un euro speso in difesa.

Che chiama guerrafondaio chiunque parli di difendere la patria, che davanti a ogni divisa fiuta una minaccia, così l’uomo in uniforme è già condannato in partenza.

Gli arguti osservatori non scambiarono per errore un comando di marcia con un saluto romano. Lo fecero perché il fascismo, in un militare, lo davano per scontato. L’uniforme era la prova.

Sono andati a cercarlo dove avevano deciso in anticipo di trovarlo.

Con un paradosso che li inchioda. Brandiscono, meglio, stiracchiano a piacere la Costituzione, utilizzando l’articolo 11, il ripudio della guerra, per disprezzare le Forze Armate.

Ma dimenticano, o forse omettono, l’articolo 52: la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Sventolano una metà della Carta per insultare ciò che l’altra metà consacra.

E lo fanno il 2 giugno, contro gli uomini che la Repubblica manda a sfilare in suo onore e a morire quando serve.

Oggi, allora, godetevi lo spettacolo. Non quello degli incursori, che sarà impeccabile. L’altro: la gara a chi per primo griderà al fascista.

Vincerà chi pubblicherà più in fretta, non chi avrà guardato meglio. Perché per costoro “fascista” non è un’accusa da provare. È una parola magica che dispensa dal pensare.

E un Paese che fa ammutolire i propri soldati da una parola magica non sta combattendo il fascismo. Sta solo confessando di non avere più nient’altro da dire.

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