La profezia strategica di Eugenio Cefis è il mondo in cui viviamo oggi
Nel 1972 Eugenio Cefis, allora presidente della Montedison, pronunciò all’Accademia Militare di Modena un discorso agli ufficiali che oggi appare quasi profetico.
“A breve ricoprirete ruoli prestigiosi nella società. Vi “consiglio” di trovare un vostro specifico ruolo tecnocratico-dominante all’ombra delle grandi aziende che noi faremo. Il lavoro non vi mancherà. Anche perché, vedete, i politici funzionano sempre meno bene”.
Cefis parlò con straordinario anticipo della trasformazione stessa del potere, che il mondo stava entrando in una fase storica nella quale la forza degli Stati non sarebbe più dipesa esclusivamente dal controllo territoriale o dalla superiorità militare tradizionale, ma dalla capacità tecnologica, organizzativa e industriale di grandi organismi economici sovranazionali.
A distanza di oltre cinquant’anni, quella visione descrive con impressionante precisione il nuovo ecosistema geopolitico costruito attorno all’industria militare globale.
Se prendiamo come esempio il drone, comprendiamo immediatamente la profondità di questa trasformazione. Il drone non è più soltanto uno strumento bellico è diventato il simbolo della nuova guerra industriale del XXI secolo.
La guerra in Ucraina, il conflitto nel Mar Rosso, le operazioni israeliane, le tensioni indo-pacifiche e persino il controllo delle frontiere mostrano infatti un cambiamento radicale.
Il potere militare dipende sempre più dall’integrazione tra intelligenza artificiale, sensoristica avanzata, satelliti, software, cloud militari, cybersicurezza e produzione industriale ad alta tecnologia.
Ed è qui che il discorso di Cefis torna centrale.
Quando affermava che “non contano più tanto e solo le disponibilità di risorse e materie prime, quanto le capacità organizzative e la velocità di aggiornamento al processo tecnologico”, stava anticipando esattamente il paradigma contemporaneo della difesa tecnologica globale.
Il drone rappresenta oggi il punto di convergenza tra industria aerospaziale, semiconduttori, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, cybersicurezza e geopolitica delle supply chain.
Dietro un drone militare non esiste semplicemente un velivolo. Esiste una gigantesca infrastruttura industriale globale composta da software, sensori, data center, microchip, sistemi satellitari, reti di comunicazione e piattaforme di elaborazione dati.
La vera rivoluzione strategica consiste proprio in questo, la superiorità militare dipende sempre meno dalla quantità di soldati e sempre più dalla qualità tecnologica delle reti industriali che sostengono il sistema difesa. Non è un caso che la produzione mondiale dei droni sia concentrata in pochi grandi poli geopolitici.
Gli Stati Uniti mantengono la leadership nelle piattaforme militari avanzate attraverso colossi come Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Atomics.
La Cina domina invece la produzione commerciale e dual use grazie a DJI, che controlla una quota enorme del mercato globale dei droni civili e professionali. La Turchia è diventata una potenza emergente grazie a Baykar, trasformando il Bayra
ktar in uno strumento insieme militare, industriale e diplomatico. Israele resta uno dei principali hub mondiali per droni tattici, sistemi autonomi, sorveglianza e intelligence.
L’Ucraina rappresenta, invece, uno dei casi più significativi della nuova guerra tecnologica contemporanea. Pur non essendo storicamente una delle grandi potenze mondiali del settore, il conflitto iniziato nel 2022 ha trasformato Kiev in un gigantesco laboratorio operativo dell’innovazione militare.
Droni FPV, sistemi navali autonomi, produzione decentralizzata, integrazione tra software, intelligenza artificiale e guerra elettronica hanno reso il modello ucraino un riferimento globale.
La guerra ha dimostrato che la superiorità militare non dipende più soltanto dalla dimensione industriale tradizionale, ma anche dalla velocità di adattamento tecnologico e dalla capacità di integrare reti diffuse di innovazione.
Nel frattempo India, Emirati Arabi, Corea del Sud ed Europa stanno tentando di costruire proprie filiere strategiche per ridurre la dipendenza tecnologica da Washington e Pechino. La vera partita, però, non riguarda soltanto la produzione dei droni, ma il controllo delle infrastrutture industriali che li rendono operativi.
I semiconduttori arrivano soprattutto dall’Asia orientale. I sistemi cloud e di elaborazione dati dipendono dalle grandi piattaforme americane. Le reti satellitari coinvolgono colossi privati e sistemi militari integrati. L’intelligenza artificiale necessaria ai sistemi autonomi viene sviluppata all’interno di ecosistemi dominati da poche aziende globali.
La riflessione di Cefis appare così quasi impressionante nella sua attualità.
Quando parlava delle multinazionali come soggetti destinati a influenzare più degli Stati gli equilibri economici e strategici, stava intuendo la nascita di un potere transnazionale capace di muoversi oltre i confini politici tradizionali.
Oggi quel potere si manifesta nelle Big Tech, nei conglomerati della difesa, nei produttori di semiconduttori, nelle piattaforme satellitari e nelle industrie dual use che alimentano la nuova architettura della guerra tecnologica.
La stessa figura del militare, descritta da Cefis come sempre più legata ai meccanismi economici e tecnologici globali, è ormai realtà. La guerra non si combatte più soltanto sul campo di battaglia. Si combatte nei data center, nei corridoi logistici, nelle fabbriche di chip, nei satelliti, nelle reti digitali e nelle infrastrutture industriali globali.
Ed è forse proprio questa la vera eredità strategica del discorso di Modena del 1972. Rivolgendosi agli ufficiali, Cefis spiegava che il futuro potere sarebbe stato sempre più intrecciato ai grandi organismi economici e tecnologici, mentre la politica nazionale avrebbe progressivamente perso capacità di controllo davanti a economie ormai organizzate su scala globale.
Ma è il contesto storico nel quale Cefis pronuncia il suo intervento che è fondamentale da comprendere per capire questo presente. Siamo nel 1972, appena un anno dopo la nascita a Davos, per iniziativa dell’economista e ingegnere tedesco Klaus Schwab, dello European Management Forum, quello che diventerà successivamente il World Economic Forum. È il momento esatto in cui il mondo occidentale entra nella nuova fase della globalizzazione moderna.
Nel 1971 Richard Nixon interrompe infatti il sistema di Bretton Woods sganciando il dollaro dall’oro e aprendo la strada alla finanziarizzazione globale dell’economia. Crescono rapidamente commercio internazionale, multinazionali e reti industriali transnazionali, mentre tecnologia, capitale e produzione iniziano progressivamente a superare i confini tradizionali degli Stati.
Davos diventa così il luogo simbolico nel quale iniziano a incontrarsi grandi corporation, finanza internazionale, governi, banche e tecnocrazie globali, anticipando quella nuova architettura del potere economico che avrebbe segnato i decenni successivi.
Ed è proprio qui che il discorso di Cefis assume una dimensione quasi profetica. Quando parla delle multinazionali come soggetti destinati a influenzare gli Stati e ridefinire gli equilibri mondiali, sta leggendo con straordinario anticipo il passaggio dal capitalismo nazionale al capitalismo globale, dalla centralità della sovranità territoriale a una governance economica sempre più transnazionale, nella quale tecnologia, industria e finanza diventano strumenti centrali del potere geopolitico contemporaneo.
Il cerchio si chiude simbolicamente, se il World Economic Forum nato a Davos aveva rappresentato per decenni il luogo simbolo della globalizzazione, dell’integrazione dei mercati e della governance tecnocratica internazionale, il discorso di Mark Carney non a caso a Davos, ha fotografato un mondo entrato in una nuova fase storica, frammentazione geopolitica, ritorno della sovranità strategica, guerre tecnologiche, sicurezza energetica e ritorno industriale, quel processo attraverso cui Stati e imprese riportano produzioni e filiere strategiche all’interno di aree considerate geopoliticamente più sicure, concetti che stanno progressivamente sostituendo l’idea di una globalizzazione lineare e senza confini.
È come se il sistema nato negli anni Settanta attorno alla finanziarizzazione globale, alle multinazionali e all’interdipendenza economica stesse entrando in una fase nuova, più instabile, competitiva e strategica.
Quello che sta emergendo non è però una semplice fine della globalizzazione, ma una sua trasformazione radicale. Le imprese non sono più soltanto attori economici, ma strumenti di potenza nazionale e geopolitica.
Allo stesso tempo gli Stati tornano a intervenire direttamente nell’economia, sostenendo filiere strategiche, proteggendo tecnologie sensibili e ridefinendo le catene globali del valore.
Ed è anche per questo che i droni rappresentano oggi uno dei simboli più evidenti di questa trasformazione globale. Più di altre industrie, concentrano dentro un unico sistema intelligenza artificiale, cybersicurezza, produzione industriale, dati, semiconduttori, satelliti e capacità militare.
Il drone non è soltanto un’arma o una piattaforma industriale è il punto di incontro tra guerra tecnologica, infrastrutture globali e competizione geopolitica.
Raccontare l’industria dei droni significa quindi raccontare il modo in cui il potere contemporaneo si sta riconfigurando.
Il discorso di Cefis appare oggi ancora più impressionante, aveva intuito con decenni di anticipo sia l’ascesa delle grandi strutture economiche transnazionali sia il momento in cui tecnologia, industria e potere geopolitico sarebbero diventati un unico sistema integrato. Esattamente l’architettura mondiale che oggi si sta muovendo sotto i nostri occhi.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


