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Non più persone, ma theriani, animali intrappolati in corpi umani

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Rivendicare una specie contro la biologia, fino a che punto si può spingere l’autopercezione

Senza guinzaglio. C’è chi è convinto di essere un cane. E pretende che il veterinario lo curi come tale.

È l’ultimo gradino di una scala pericolosa che da anni cercano di farci salire: quella dell’autopercezione.

Prima ci si sente, poi si è, infine si esige che il mondo si adegui. Avevamo visto la transizione rivendicare un corpo contro l’anagrafe. Ma questa le batte tutte: rivendica una specie contro la biologia.

L’Ordine dei Medici Veterinari del Portogallo ha diramato un protocollo. Vieta ai propri iscritti di visitare, diagnosticare, curare esseri umani che si dichiarino animali. E non l’ha fatto per capriccio.

Un reportage della CNN portoghese aveva mostrato giovani mascherati che pretendevano d’essere ricevuti in ambulatorio, qualche caso puntuale era già affiorato. Nessun veterinario iscritto ne ha ancora formalizzato uno, forse per non passare lui stesso da matto.

Ma l’Ordine ha preferito armarsi prima.

Ha tenuto un punto che altri non osano più tenere: chi si dichiara animale resta, per il diritto, una persona. Non burocrati suggestionabili. L’unica istituzione che, davanti alla moda, non si è inginocchiata.

C’è una frase, nel documento, che vale l’intero dibattito. La legge portoghese, scrivono, tutela l’autodeterminazione dell’identità e dell’espressione di genere, ma non prevede alcuno statuto giuridico di identità animale.

Tradotto: lo Stato ha già riconosciuto che ci si autodetermina contro l’anagrafe del corpo e ora deve spiegare perché ci si ferma alla specie.

Il theriano, questo il nome di chi si percepisce animale, non chiede nulla di nuovo. Reclama la stessa chiave che è già stata consegnata a un altro. E, davanti a quella porta, il legislatore che l’aveva spalancata trova d’improvviso il coraggio di dire no.

Su quale fondamento, non lo dice. Aveva proclamato una strada senza confini e adesso pianta un paletto a metà, sperando che nessuno gli chieda perché.

Chi sono, allora? Non bambini. Adulti anagrafici, adolescenti dentro. Il raduno di San Nicolás, nella provincia di Buenos Aires, non era una recita scolastica.

Erano maggiorenni in piazza a rivendicare un’identità di specie, con tanto di contromanifestazione pronta a marciare.

Si tolga lo scudo dell’età e resta nudo il fatto: persone fatte e finite che si dichiarano cane, lupo, gatto, uccello e pretendono che il mondo si adegui. Non chiedono tolleranza.

Chiedono riconoscimento. E in fondo alla scala, chiedono cure.

Il nome di questa stranezza, a voler essere gentili, qualcuno lo pronuncia: disagio. Danila D’Angelo, etologa della Federico II di Napoli, davanti ai suoi studenti ogni giorno, non parla di folklore.

Parla di mutazione profonda, di fragilità psicologica delle nuove generazioni, di personalità mal strutturate che nell’animale cercano un rifugio. Dice che il theriano non va deriso, ma accolto e indirizzato a chi cura la mente.

Una diagnosi senza disprezzo. La prova che si può chiamare disagio un disagio senza umiliare chi lo porta.

Ma è una voce quasi sola. Perché altrove, sugli stessi ragazzi a quattro zampe, gli esperti convocati dai media recitano il copione opposto: non è un disturbo, è esplorazione, è ricerca dell’identità, guai a stigmatizzare.

Stesso fenomeno, due scienze. Una accende l’antenna sul malessere. L’altra spegne la luce e applaude la moda.

La diagnosi, dunque, non è impossibile. È proibita. E qui sta il punto che nessuno vuole nominare. Non si tace per ignoranza, si tace per calcolo.

Da anni una propaganda quotidiana, esplicita e insieme strisciante, ha stabilito che tutto è normale, che ogni autopercezione per quanto bislacca deve essere celebrata, che dubitarne è il solo peccato rimasto.

Ha un nome, anche se molti fingono di non conoscerlo: ideologia woke.

Nata nelle università americane, ha infettato i campus, poi le scienze sociali, poi le redazioni. Non è una corrente di popolo. È una minoranza, esigua e militante, che ha occupato i posti dove si decide la lingua consentita: le cattedre, i giornali, le giurie.

E il suo metodo non è la persuasione. È la violenza.

Da quella che non lascia lividi sulla pelle, ma fa saltare il posto di lavoro ed espone alla gogna che in un giorno rade al suolo trent’anni di reputazione.

A quella dei corpi, con le presentazioni assediate, i ministri zittiti nei saloni del libro, le sale circondate finché l’evento non salta “per ragioni di ordine pubblico”, formula con cui si certifica che la forza ha vinto e l’autorità si è inchinata.

È squadrismo e va chiamato così. Lo stesso gesto di chi un secolo fa entrava in tipografia a fermare le rotative: zittire l’altro col corpo, non con l’argomento.

Cambia solo la divisa. Allora in nome della nazione, oggi in nome della tolleranza. E in nome della tolleranza si tollera tutto, tranne chi dissente.

Chi obietta non viene confutato. Viene messo all’indice. Marchiato, espulso, trasformato da chi dissente in chi odia. E davanti alla minaccia di diventare un mostro pubblico, la maggioranza senziente fa il conto e abbassa la testa.

Non perché non veda. Perché ha visto anche cosa costa dirlo.

È questo il nichilismo che logora il Paese. Non quello di chi non capisce. Quello di chi capisce benissimo, vede la china e ha deciso che parlare non conviene.

Il silenzio più colpevole, perché informato. La torre di Babele non è crollata sotto l’ira di un Dio. È stata abbandonata dai suoi ingegneri migliori, quelli che videro la crepa per primi e calcolarono che segnalarla non valeva il prezzo.

Più si moltiplicano le lingue private, più diventa impossibile giudicarle e chi avrebbe gli strumenti per tradurre depone la penna. A furia di rispettare ogni idioma, si è persa la voglia di parlarne uno comune.

Hanno aperto le porte del manicomio e l’hanno chiamata libertà. Ma non era pietà per i malati, era la resa.

Distinguere il sano dal disagio significa giudicare e giudicare oggi è il reato dei reati. Così il theriano resta in piazza e la folla gli passa accanto senza voltarsi. Non per crudeltà. Per quel menefreghismo che è l’unica posizione consentita quando tutto è lecito e niente è dicibile.

Il ragazzo a quattro zampe non è il problema. È il sintomo. Il problema è chi lo osserva dal marciapiede, ha studiato, ha capito dove porta la china e sceglie il silenzio per non finire all’indice.

Lo Stato che ha tolto il guinzaglio alla parola “essere” credeva di liberare. Ha solo lasciato ognuno solo, con la sua lingua che nessuno parla.

E, in mezzo a tutti questi uomini senza più freno, gli unici davvero senza guinzaglio restano i pochi che abbaiano la verità mentre gli altri tacciono.

I soli cani sciolti rimasti. E li trattano da randagi.

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