L’Italia celebra la fine di una guerra civile, un cambio di forma di Stato ma non il giorno dell’unità nazionale
L’Italia è probabilmente l’unico Paese al mondo che, dovendo scegliere una data da scolpire nel marmo della propria memoria, ha preferito la cicatrice al volto.
Celebra la fine di una guerra civile, la conclusione di una guerra perduta e il cambio della forma dello Stato, ma non il giorno in cui diventò una nazione.
È una singolarità che meriterebbe l’attenzione degli psichiatri prim’ancora che quella degli storici.
Il 2 giugno è una data importante, certo. Segna il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Ma una forma di Stato è un vestito istituzionale: si può cambiare senza cessare di essere ciò che si è.
L’Italia esisteva prima del referendum e sarebbe esistita anche se le urne avessero dato un esito diverso. Il 2 giugno riguarda il modo in cui la nazione si governa; non il fatto che la nazione esista.
L’Unità d’Italia, invece, riguarda il momento in cui gli italiani smisero di essere soltanto piemontesi, toscani, veneti o napoletani e divennero, almeno sulla carta, una comunità politica. È l’atto di nascita. Ma gli atti di nascita, in questo Paese, si tengono in soffitta. Si preferisce esibire i certificati di divorzio.
Qualche dotto sprovveduto obietta che celebrare il 17 marzo significherebbe rendere omaggio ai Savoia. È un ragionamento degno di chi, visitando una cattedrale, vede soltanto l’impalcatura.
L’Unità non fu il trionfo di una dinastia: fu il compimento del Risorgimento, il punto d’arrivo di una storia secolare, il tentativo – riuscito o meno è altra questione – di dare una patria politica a un popolo che da secoli possedeva già una lingua, una cultura e una memoria.
Ma l’Italia contemporanea diffida delle proprie radici come un erede scialacquatore diffida dell’albero genealogico. Preferisce commemorare ciò che divide piuttosto che ciò che unisce. Si trova più a suo agio tra le macerie che nel contemplare le fondamenta.
E non finisce qui.
Se si sfogliano i nostri calendari civili, si scopre che non esiste quasi traccia della prima, vera, grande Italia della storia: quella romana. Come se il Tevere avesse iniziato a scorrere nel Novecento. Come se i secoli dell’Urbe fossero un ingombrante mobile antico, ormai fascistizzato, da tener nascosto in cantina.
Così accade che il cittadino romano medio, quando esclama «Forza Roma!», non pensi ai Cesari, ai giuristi, alle legioni, alle basiliche, alle strade che fecero “città quel che prima era mondo”. No. Pensa a una squadra di calcio dalle alterne fortune.
È il destino delle nazioni stanche: ridurre la storia a tifo e la memoria a calendario sportivo.
Eppure, Roma resta lì, gigantesca e silenziosa, come una montagna davanti a un gruppo di miopi.
Capitale non soltanto d’Italia, ma dell’unico impero che abbia davvero mantenuto la promessa di essere sine fine: non quello di Augusto, che pure fu immenso, bensì quello di Pietro, che, da duemila anni, continua ad allargare i propri confini senza muovere una legione.
Noi, nel frattempo, continuiamo a celebrare il giorno in cui una famiglia reale uscì di scena e a ignorare quello in cui una nazione entrò nella storia.
Un Paese normale farebbe il contrario. Ma l’Italia, da molto tempo, preferisce specchiarsi nelle proprie fratture. Le fondamenta sono sottoterra: non si vedono. Le crepe, invece, stanno in facciata. E fanno più notizia.





