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IL TERZO TEMPIO, UNA STORIA CHE APPARTIENE A TUTTI

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di Piero Di Nepi

Scrivere e parlare di minoranze non è semplice né facile, nonostante le apparenze indotte più che altro dalle mode del momento –anche politiche- e dalla confusione generata da tifoserie contrapposte che si dividono perfino sulla valutazione e sulla gestione di ciò che di più intimo caratterizza ciascuno, anche nell’epoca dei social, dunque la sessualità e la “parentalità” (devo richiamarmi alla lingua latina perché non saprei come definire in altro modo il desiderio di tramandarsi al tempo futuro). Questa excusatio non petita, e mi servo ancora del latino vera e unica lingua ormai minoritaria della nostra cultura nazionale, intende mettere in evidenza un concetto elementare: ovvero che ogni discorso sulla condizione di minoranza non può che fondarsi sulle culture –appunto– delle minoranze. Sono ormai decenni che dal potere politico arrivano attacchi ingiustificati alla tradizionale, e tutta italiana, tolleranza per la diversità incarnata ormai soprattutto da chi arriva naufrago come Ulisse sulle nostre spiagge. Ma la tolleranza resterà indispensabile in un paese fatto di realtà locali consapevoli e gelose delle proprie tradizioni. Una tolleranza che si manifestò sotterranea anche negli anni nefasti della legislazione razzista, quando non poche famiglie decisero di ignorare almeno nella sfera privata le direttive del governo. In Italia le minoranze, in senso stretto e ben visibili, sono comunque soltanto due. Quella ebraica appare decisamente sovraesposta nei media e perennemente sotto i riflettori, anche per scelta delle stesse Comunità. Dell’altra e ben più numerosa, i Rom nelle varie appartenenze tanto autoctone che immigrate, non si discute certo con la necessaria attenzione e consapevolezza: se non per introdurla in termini del tutto pretestuosi nel dibattito politico di alcune amministrazioni locali impreparate a gestire differenze vere e reali. Chi voglia invece avvicinarsi alla moderna condizione ebraica, Stato di Israele incluso, deve prima di tutto misurarsi con un termine che si presta e si è prestato a equivoci e fraintendimenti. La parola assimilazione costituisce tuttora un tabù per molti ebrei, non necessariamente ultraortodossi, e viene utilizzata quasi a sinonimo di conversione di fronte a divinità straniere, volendo limitarsi agli avvertimenti del Pentateuco e dei profeti. Ma assimilarsi significa semplicemente, e da sempre nelle diaspore ebraiche, il proprio personale conformarsi a determinati comportamenti collettivi della società. Un ebreo osservante con barba foltissima e cappello nero alla guida di un’automobile o a bordo di un jet appare dunque di fatto assimilato, e tanto basti. Gli ebrei italiani risultavano dunque rispettosissimi delle tradizioni, però profondamente assimilati, già nel tempo precedente le emancipazioni e l’unità nazionale. Assimilati al punto da partecipare numerosissimi al Risorgimento con Mazzini, Garibaldi e Cavour, tanto da monarchici quanto da repubblicani. Per giunta patrioti tacitamente oltranzisti, come si conviene nello stile ebraico nascosto alle maggioranze, e come poi si vide con chiarezza nei movimenti per l’intervento in guerra del maggio 1915. I fatti della Seconda guerra mondiale e la Shoah hanno dimostrato agli ebrei che la storia delle diaspore è imprevedibile, e con la fondazione problematica di uno Stato ebraico doveva intendersi soprattutto il concretizzarsi di una inedita assicurazione sulla vita, che avrebbe arricchito di esperienze e conoscenze una condizione antica fatta di confronto e legami profondissimi con gli “altri”. Anche gli arabi di Palestina avrebbero potuto trarne vantaggio, ma qui si ricorda inevitabilmente una ferita dolorosa e aperta tuttora, se le grandi potenze e le neonate monarchie del petrolio si fossero regolate con umanità e lungimiranza. La continuità, la democrazia nella sostanziale laicità e dunque la sicurezza stessa di Israele quale simbolo di libertà dal pregiudizio e dalle violenze che ovunque ne derivano, sono questioni di interesse collettivo. Come si è ben compreso anche nelle due grandi capitali di regimi forti, e cioè a Nuova Delhi e Pechino. La crisi politica e sociale di Israele appare al punto di svolta in giorni che per gli ebrei sono di natura duramente simbolica. Un simbolo che condiziona una delle strutture di mentalità collettiva meglio nascoste e meno esibite. Giovedì 27 luglio 2023 coincide infatti con il 9 del mese di Av 5783 nel calendario ebraico, che è lunare e conta gli anni dalla data della Creazione come dedotta nella Torà/Pentateuco. Perfino per i più lontani dall’osservanza e dichiaratamente atei, nell’approccio a certi fatti decisivi della storia non ci sta spazio per la laicità quale viene di norma intesa nella tradizionale visione dell’occidente. Gli eventi storici rivelano, a chi sappia interpretarli, l’intervento di un’autorità suprema nelle vicende umane, non sempre immediatamente decifrabile.  “Affanna e suscita, atterra e consola”, quindi “Allor che sui boni fa cader la sventura, Ei dona ancora il cor di sostenerla”. E’ il Dio biblico –e cristiano– che fu di Alessandro Manzoni, ed è tuttora nella concezione ebraica. Era il 9 di Av del 587 a.C. quando l’esercito di Nabucodonosor II prese Gerusalemme e rase al suolo il Primo Tempio, il Tempio di Salomone. Ricostruito e riconsacrato nel 515, il Secondo Tempio fu ampliato e portato a splendore da Erode il Grande. E infine nuovamente distrutto dalle legioni di Tito, nell’anno 70 dopo la nascita di Cristo secondo il vigente calendario giuliano. Si deve digiunare per 25 ore, come a Yom Kippur giorno di espiazione. Il 9 di Av 5252, 31 luglio 1492, vennero a scadenza i quattro mesi di moratoria concessi da Isabella la Cattolica prima della definitiva espulsione degli ebrei da Sefarad, la Spagna delle tre religioni. Sono in pochi a sapere (ma tutti gli ebrei ne sono invece perfettamente consapevoli) che con la fondazione del movimento sionista destinato a ricostituire uno Stato ebraico sulla terra delle origini, Theodor Herzl dovette misurarsi, a partire dal 1896, con una precisa e antica proibizione rabbinica. I Maestri del Talmud avevano infatti fortemente ammonito la diaspora del proprio tempo sul rischio del ritorno nella Terra di Israele formandovi di nuovo un “regno”. Generazioni di interpreti e di storici si sono scontrati sulla questione. Benché moltissimi ultraortodossi non riconoscano la sovranità di Israele, l’esistenza dello Stato viene considerata un ribaltamento miracoloso del destino ebraico, equivalente alla visione messianica del Terzo Tempio. Quando si proclamò l’indipendenza il 14 maggio del 1948, il rabbinato convinse David Ben Gurion e i padri fondatori che uno Stato Ebraico non avrebbe potuto avere altra costituzione che non fosse la Torà. Israele nacque dunque con una serie di leggi fondamentali sul modello britannico, ma sprovvisto di una costituzione. Ed è questa la vera posta in gioco, non la natura democratica dello Stato in sé. Il partito decisivo nella coalizione che sostiene il governo attuale di Benyamin Netanyahu è un partito di religiosi fondamentalisti che vorrebbero estendere le prescrizioni e la giurisprudenza della Alachà all’intera società israeliana. La riforma giudiziaria è soltanto un malfermo cavallo di Troia. E qui occorre spiegare con chiarezza. Tutti conoscono almeno nominalmente la Sharia, il sistema normativo che deduce dal Corano, il Libro Sacro dell’Islam, le regole necessarie per la vita sociale e spirituale dei singoli come degli Stati. La Alachà ebraica è equivalente ma forse perfino più rigorosa. Nel corso di tremila anni ha elaborato sulla base del complesso sistema dei testi sacri le regole per gli individui, uomini e donne, come anche le procedure dei tribunali rabbinici. La conoscono in buona sostanza soltanto le Comunità, talvolta anche per rifiutarla in blocco se riformiste, in quanto fondata sul presupposto che le regole sono immutabili de facto atque de jure. In questi termini, e su tali presupposti, non esisterebbe più Israele come fino a oggi il mondo l’ha visto e considerato.

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