La burocrazia italiana, nonostante le tante riforme indirizzare alla “semplificazione”, continua ad essere caratterizzata da procedure eccessive, ritardi e una sempre limitata digitalizzazione.
Una indagine condotta dall’Osservatorio sui Conti Pubblici (OCP) dell’Università Cattolica di Milano diretto dal prof. Carlo Cottarelli, ha individuato quelle che sono state definite con il termine di “disavventure burocratiche”. Dalla ricerca emerge che in testa abbiamo “le procedure eccessive, cioè i casi che richiedono molteplici adempimenti. Abbiamo poi la scarsa digitalizzazione e a seguire, al punto da complicare la vita di utenti e cittadini, i tempi lunghi.
Prendendo in esame gli enti e le istituzioni destinatari di tali anomalie, emerge che il 27% riguarda lo Stato, il 17% i Comuni, l’11% l’Inps e il 10% l’Agenzia delle Entrate. L’analisi evidenzia anche la tipologia delle degenerazioni, che per i Comuni riguardano i ritardi, specie per le attività delle imprese. Per le amministrazioni centrali la lamentela è quella della eccessiva complessità delle procedure.
Il problema italiano è la burocrazia e i burocrati, quelli che gli economisti Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri chiamano “I signori del tempo perso”, cioè i burocrati che frenano l’Italia.
Un autorevole studioso come il giurista Feliciano Benvenuti, fa risalire la crisi delle burocrazia sin dalle norme introdotte dal ministro dell’interno Urbano Rattazzi nel 1859, che sono all’origine di un modello di “puro formalismo giuridico” che ha sempre mal funzionato e i cui effetti si sono riprodotti da decennio in decennio. Benvenuti evidentemente conosceva le osservazioni del sociologo americano Robert K.Merton , che negli anni trenta aveva individuato i rischi di una degenerazione della burocrazia in “vuoto ritualismo”. Tra l’altro, come osserva Abbott L. Lowell, presidente dell’Università di Harvard dal 1909 al 1933, “se i burocrati pensano che il loro status non sia sufficientemente riconosciuto, cercheranno di non passare al politico informazioni importanti, in tal modo inducendolo a compiere errori ai quali lui sarà il responsabile”. L’interesse particolare induce ad opporsi al cambiamento quando questo mina i propri vantaggi e privilegi.
Da tempo riscontriamo la grande difficoltà nel riformare la Pubblica Amministrazione, al fine di arginare i suoi effetti collaterali: l’immobilismo e la corruzione. Scrive il prof. Sabino Cassese, già presidente della Corte Costituzionale e ministro della Funzione pubblica nel governo Ciampi, “che nei settanta anni di vita repubblicana, più della metà dei governi ha avuto un ministro incaricato di riformare l’amministrazione pubblica”. Dei 34 titolare della funzione, “una decina hanno anche proposto ambiziosi disegni riformatori”. Qualche cambiamento nella giusta direzione c’è stato, ma è stato, come afferma Cassese, “sopravanzato dai mali amministrativi cronici : lentezza, assenza di motivazione, formalismo, culto dei precedenti, fuga dalle responsabilità, eccesso di controlli inutili, squilibrata distribuzione sia del personale e sia delle risorse finanziarie”. Cassese afferma che “gli Stati si reggono su due basi, la politica e l’amministrazione. La prima stabilisce i fini, la seconda appresta gli strumenti, Se la politica vacilla, solo una buona amministrazione, attenta ai bisogni dei cittadini, può salvare il Paese dal declino”. Osservazione condivisibile, che tuttavia lascia senza risposta la domanda: chi riforma l’amministrazione, se non la politica?
Le molte riforme della Pubblica amministrazione che si sono susseguite negli anni non hanno mai cambiato nulla. Giavazzi e Barbieri hanno affermato che i governi finora hanno cercato di riformare l’amministrazione con la “triade”, cioè più leggi, più Stato e più repressione. I due economisti propongono una soluzione molto diversa, cioè “più liberalizzazioni, più concorrenza, meno leggi e regole”. Anche il Governo di Giorgia Meloni, nel suo programma elettorale ha previsto la riforma della Pubblica amministrazione, puntando a realizzare “il principio della pari dignità tra la Pubblica amministrazione e il cittadino, la delegificazione e anche la deregolamentazione per razionalizzare il funzionamento della Pubblica amministrazione, nonché la digitalizzazione, l’efficientamento e anche l’ammodernamento della Pubblica amministrazione”. Non resta che attendere per verificare la concreta azione dell’attuale governo.




