di Vito Sibilio
Largo Sant’Egidio è l’indirizzo della palazzina vaticana nella quale viveva la famiglia Orlandi, a pochi passi da quella del Corvo, Paolo Gabriele, in via di Porta Angelica 23. Che le vicende di Emanuela e di Paoletto siano fitte della presenza di barbe finte, è pacifico. Forse è il caso di fare il punto di quello che sappiamo ad oggi delle infiltrazioni in Casa Orlandi, alla luce delle recenti rivelazioni sullo zio, Mario Meneguzzi, relative anche alle sue attenzioni indebite verso la nipote Natalina, sorella di Emanuela Orlandi.
Pietro e Natalina Orlandi, nel corso di una ennesima conferenza stampa strombazzata ai quattro venti, si sono scandalizzati del fatto che si voglia addossare la responsabilità della sparizione della sorella a un parente. Evidentemente per costoro appare più credibile addossarne la responsabilità al Papa. Ma a parte questo riferimento polemico, già sagacemente fatto da Pino Nicotri, le recenti rivelazioni su Mario Meneguzzi, marito della sorella di Ercole Orlandi, non vertono sulle sue responsabilità ma sui suoi contatti strutturati col SISDE, in qualità di confidente con un piede a Montecitorio, quale direttore della caffetteria, e uno in Vaticano. La famiglia Orlandi è una delle pochissime famiglie laiche che vivono nella Città del Vaticano. Nessuna meraviglia se anche al suo interno avvenga la penetrazione di corpi politici estranei che contraddistinguono da sempre la vita del piccolo Stato, i cui abitanti sono sulla carta mille e nella realtà ottocento. Meneguzzi era in relazione coi servizi e la cosa era nota ai rapitori della nipote e fu loro utile, anzi fu uno dei requisiti che li determinò a scegliere la loro vittima. Come ha rivelato Fabrizio Peronaci, i detentori di Emanuela Orlandi chiamarono Casa Meneguzzi la sera stessa del 22 giugno 1983, il giorno della sparizione, e rivelarono all’attonita cugina, Monica, che la ragazza era stata rapita a scopo di ricatto e che doveva essere proprio lo zio a fare il primo appello. I sequestratori volevano che la matrice politica della sparizione venisse immediatamente accreditata negli ambienti più riservati, volevano un filo, sebbene indiretto, col SISDE, volevano che il servizio segreto civile italiano si occupasse della cosa. E così fu: Meneguzzi fece le veci di Ercole Orlandi, il quale, forse per restrizione mentale o forse per consiglio dello zio Mario, disse che non poteva reggere l’angoscia di un confronto telefonico coi sequestratori della figlia e che voleva che il cognato fingesse di essere lui. Finzione inutile per i sequestratori, visto che dall’altro capo del filo sapevano benissimo chi era colui che si spacciava per il padre di Emanuela. La controparte voleva che lo zio, in quanto uomo vicino al SISDE, gestisse le prime trattative. Fu inoltre Meneguzzi a portare in Via di Porta Angelica Giulio Gangi, spasimante di sua figlia Monica e agente SISDE, a indagare sulla nipote. Come i sequestratori avevano previsto, dalla sera stessa della telefonata a Casa Meneguzzi, Monica chiese aiuto al suo spasimante, appunto Gangi, che credeva fosse un agente di pubblica sicurezza ma la cui vera identità professionale non era ignota agli onniscienti detentori della Orlandi. Il rapporto affettuoso con Monica Meneguzzi fu una buona scusa per il SISDE per far entrare Gangi in Largo Sant’Egidio, almeno agli occhi del mondo. Del resto, non fu l’unico agente del servizio segreto civile a varcare quella soglia. Gangi sarebbe stato protagonista delle indagini iniziali sul Caso Orlandi, indagini promettenti, poi bloccate dai superiori i quali, con Vincenzo Parisi in testa, avevano deciso di acclarare l’ipotesi della tratta delle bianche, per non irritare il potere superiore che deteneva le sorti della giovane scomparsa. Infine, fu ancora lo zio Mario a supportare in Casa Orlandi il suggerimento dell’ufficiale SISDE Gianfranco Gramendola di adottare come legale Gennaro Egidio, che poi fu assunto anche dai Gregori, e che era strettamente connesso ai nostri servizi segreti civili, i quali gli pagarono tutte le parcelle.
Il ruolo di Mario Meneguzzi finisce qua. Le somiglianze più o meno inventate con l’Uomo della Avon nel luogo della sparizione della nipote, le molestie – più proposte che realizzate – alla nipote Natalina, il fatto che egli fosse pedinato nei primissimi tempi dagli investigatori nell’ambito di una inchiesta sulla possibile matrice domestica del sequestro non contano nulla, almeno a posteriori. Meneguzzi non era in città quando la nipote scomparve e, se anche fosse stato responsabile di qualcosa, non aveva né interesse né capacità di montare tutta la faccenda dei comunicati e delle trattative, specie se fosse stato mosso da intenti libidinosi. Di certo c’è che Ercole Orlandi asserì, nella sua ultima intervista, che la figlia era stata rapita dai servizi segreti.
Ha destato meraviglia che il cardinale Agostino Casaroli chiedesse conferma al confessore colombiano degli Orlandi dell’esistenza di molestie di Meneguzzi verso Natalina Orlandi, e che le avesse. Ma la missiva, conseguenza di una richiesta specifica della magistratura italiana, dimostra semplicemente che il Segretario di Stato era stato informato di quanto accadeva tra zio e nipote e voleva sincerarsi di quanto il fatto fosse fondato. Il Segretario di Stato conosceva bene la matrice politica della sparizione di Emanuela e non nutriva alcun dubbio su di essa, come ancora non ne nutrono i suoi ultimi discepoli superstiti, come il cardinale Giovanni Battista Re. Non è però vero che delle molestie di Meneguzzi fossero a conoscenza solo Natalina, il fidanzato, lo zio e il confessore. C’erano altre persone. Quelle che avevano messo la pulce nell’orecchio ai magistrati romani. Le domanda che ci facciamo sono allora queste: il SISDE – non Meneguzzi – sapeva quel che si stava preparando contro la Orlandi, come il SISMI seppe quel che si preparava contro Moro? E fino a che punto, qualora sapesse, fu complice? Inoltre, focalizzandoci sullo zio Mario, qualora i sequestratori sapessero delle sue avances alla nipote Natalina, quanto avrebbero potuto condizionarlo? E, soprattutto, da quando e perché? Su di lui, questi sono gli unici veri dubbi. Dubbi che attanagliarono anche Giulio Gangi, il quale aveva svelato a Meneguzzi che la polizia lo pedinava, nelle prime fasi delle indagini sulla sparizione della nipote, e se ne era poi pentito. In ogni caso, se si deve riannodare il filo delle indagini, è perfettamente logico che il promotore di giustizia vaticano, Diddi, e la magistratura romana, inizino proprio dalla famiglia. L’attacco preventivo dei nipoti appare quindi inopportuno e persino sospetto. (Continua)




