
L’annuncio della presentazione a Roma, mercoledi 15 novembre, alle 17, a Palazzo Englefield (sala presidenza), presso l’Università Popolare, del libro di Raffaele Romano: “Il sindacato italiano visto dalla Cia – Dal fascismo alla Guerra Fredda” (Amazon), con la partecipazione di sindacalisti della Cisl (Raffaele Morese) e della Cgil (Nicolatta Rocchi) e con le conclusioni di Giorgio Benvenuto (Uil), storico protagonista del sindacalismo italiano, mi dà l’occasione per una riflessione che parte da un mio libro del 1997: “L’autonomia sognata – La Uil di Brescia dall’Italia del dopoguerra all’Europa del 2000”, dove l’intervento americano sulle vicende del sindacalismo italiano è abbozzato nelle sue linee essenziali.
Riflettere su quegli anni di immediato Dopoguerra, in presenza del determinarsi della Guerra Fredda, è importante, ma sarebbe significativo inquadrare la riflessione in un orizzonte di attualità, per evidenziare le differenze fondamentali tra quanto accadeva allora con le influenze Usa e quanto avviene ora, tristemente, con le influenze qatarine.
Scrivevo nel libro sulla Uil : “Gli avvenimenti politici nazionali, il determinarsi della “guerra fredda”, la divisione del mondo in due blocchi, le elezioni italiane e la vittoria della Democrazia Cristiana, fecero da cornice al rapido esaurirsi della logica unitaria del sindacato e da levatrici della rottura della Cgil e della conseguente formazione, attraverso un travaglio durato molti mesi, della Cisl e della Uil. Fu in questa atmosfera […] che gli elementi non comunisti e non filocomunisti della Cgil cominciarono a preparare il loro esodo dall’organizzazione, in questo fortemente incoraggiati, anzi spinti, da influenti sindacalisti americani e da agenti del governo degli Stati Uniti [i]. La corrente democratico cristiana fu la prima a staccarsi dalla Cgil. La rottura, già in gestazione, trovò l’occasione di manifestarsi con l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 e a causa del forte clima di tensione che si determinò nel Paese. La Cgil proclamò lo sciopero generale e Mario Scelba, ministro degli Interni, ne chiese la cessazione immediata. La Cgil a sua volta, in risposta alle sollecitazioni del governo, ne decise la fine per il 16 luglio a mezzogiorno. In quelle ore di discussioni febbrili, la corrente sindacale cristiana si riunì e alla fine della riunione Giulio Pastore annunciò che il suo gruppo aveva dato istruzioni per la ripresa del lavoro. I democratici cristiani da quel momento non parteciparono più alle riunioni degli organismi dirigenti della Cgil, mentre le Acli sostenevano che lo sciopero per l’attentato a Togliatti aveva infranto il Patto di Roma. Il 20 luglio del 1948 il Comitato esecutivo della Cgil annunciò che i democratico cristiani con le loro azioni si erano posti al di fuori dell’organizzazione. La rottura si consumò dunque in pochi giorni, a dimostrazione del fatto che era matura e che l’unità, indotta dalla politica ciellenista, era fragile”.
“Già dal 1947, del resto – aggiungevo -, l’unità tra le componenti era evidentemente in crisi. I comunisti, che avevano il controllo della Cgil, spingevano per passare dal principio dell’uguaglianza nella formazione dei gruppi dirigenti a quello dell’effettiva rappresentatività. I democratici cristiani e il Psli (Partito socialista italiano del lavoro) erano nella difficile posizione di apparire contrari all’applicazione di una formale democrazia interna alla Cgil. Giovanni Rapelli, che aveva sostituito Grandi, dopo la sua morte avvenuta il 28 settembre 1946, come segretario democristiano nella Cgil, protestò che con l’applicazione della rappresentanza proporzionale il partito più forte avrebbe controllato l’organizzazione e si mostrò pessimista sulla possibilità di esistenza dell’unità sindacale. I socialdemocratici del Psli indicarono la proposta comunista come una minaccia all’unità sindacale, protestando perché la rappresentanza proporzionale avrebbe significato il predominio dei leader politici di un partito sui lavoratori di altri partiti; ma era evidente, d’altronde, che i comunisti avrebbero portato la loro posizione nella Cgil e che il Psi l’avrebbe appoggiata. Il 18 ottobre si tenne un’assemblea costituente, nel corso della quale fu fondata la Libera Confederazione Generale Italiana del Lavoro (Lcgil), con Giulio Pastore come segretario generale. I sindacalisti repubblicani e del Psli, presi di sorpresa dall’azione dei democratici cristiani e risentiti per non essere riusciti a compiere un’azione coordinata con essi, decisero, nel frattempo, di rimanere nella Cgil e condannarono comunisti e democratici cristiani come responsabili della rottura”. [ii]
Ed è qui che si fa sentire l’America
“Le pressioni degli States – scrivevo nel mio libro nel 1997 – si fecero consistenti e continue, con contatti personali e offerte d’aiuto economico. Gli americani, tuttavia, non avevano fatto bene i conti con le profonde radici del sindacalismo italiano e con una tradizione dello stesso che non era, come quella statunitense, di sindacato di sistema. Tutti questi segnali fecero dunque crescere, nella base socialdemocratica e repubblicana, l’insofferenza verso la progettata unificazione fra Lcgil e Fil. Da Milano, Giulio Polotti, allora sindacalista del Pri, che era uscito dalla Cgil con la sua corrente e aveva partecipato alla fondazione della Fil, scrisse ad Enrico Parri una lettera di netto dissenso. La Fil aveva stipulato, in vista dell’operazione di confluenza, un patto di unità d’azione con la Lcgil. Polotti chiedeva che un uguale patto fosse stipulato con la Cgil. Affermava inoltre che il problema di un’eventuale unità organica con la Lcgil dovesse in ogni caso essere discusso in un congresso: “Se no, caro Parri, io e gli altri amici di Milano salutiamo la Fil”.[iii] Nelle fabbriche lombarde ci fu allora una cospicua minoranza di operai che nelle elezioni per i rinnovi delle commissioni interne, manifestarono dissenso verso la progettata bipolarizzazione. E’ significativa in proposito la testimonianza di Bruno Corti, allora giovane sindacalista socialdemocratico, il quale afferma: “Nei grandi stabilimenti del Nord, e in particolare nel Bresciano e nel Milanese, registravamo adesioni spontanee del 10-15 per cento. Si trattava di gente che era stanca di stare nella Cgil, ormai dominata dai comunisti, e che non intendeva aderire all’organizzazione di Pastore, definita il sindacato dei preti”.[iv] Una testimonianza, quella di Corti, che in estrema sintesi dà pienamente il senso della distanza notevole che separava le correnti laiche dalla cattolica Lcgil. Una distanza che era il portato della storia del nostro Paese e della quale gli americani non avevano tenuto ben conto. “Lo stesso errore – aggiunge Corti[v] – che gli americani fecero in politica, con l’appoggio totale alla Dc. Essendo gli americani in prevalenza di religione protestante ed ebraica, questa Italia terra del Papa non li vedeva particolarmente entusiasti, ma la Chiesa era una struttura organizzata capillarmente e la Dc e la Cisl erano ad essa intimamente legate. Gli americani fecero pertanto un ragionamento di real politik e scelsero di appoggiare chi era in grado di contrastare il comunismo. Soltanto le organizzazioni massoniche americane, nelle quali c’erano anche alcuni emigrati come il socialista Vanni Montana, esiliato durante il periodo fascista oltre oceano, lavorarono per aiutare i laici e per impedire che l’Italia fosse divisa tra cattolici e comunisti. La Uil fu aiutata da questi ambienti e da uomini come Vanni Montana, massone e responsabile di un sindacato dei tessili e da Walter Reuter, anche lui massone e responsabile del Cio, il sindacato dell’auto. Il Dipartimento di Stato americano, e lo posso affermare con cognizione di causa, visto che ero io stesso a tenere i rapporti con l’America per conto della Uil, guardò alla Chiesa, alla Cisl e alla Dc, non certamente a noi”.
Nel frattempo, il 5-6 febbraio 1950, al congresso della Fil a Napoli, si era avuta l’espulsione dei sindacalisti repubblicani Giulio Polotti, Raffaele Vanni e Aride Rossi, attivi nella battaglia “antifusionista” e la Fil marciò, sia pure tra contrasti interni non sopiti, verso l’unificazione. Il primo di maggio del 1950 venne costituita ufficialmente la nuova organizzazione, frutto della fusione, con il nome di Confederazione Italiana Sindacati dei lavoratori (Cisl)”.
“Mentre la Cisl si strutturava ed assorbiva quanto possibile del sindacalismo organizzato nella Fil – scrivo sempre nel mio testo sulla Uil -, i sindacalisti socialisti autonomi, nel frattempo staccatisi dalla Cgil e i gruppi della Fil che si erano opposti all’unificazione, si erano resi definitivamente indipendenti, fondando il 5 marzo del 1950 una nuova confederazione col nome di Uil, Unione Italiana del Lavoro. Il convegno costitutivo del marzo del 1950 lasciò impregiudicato il problema della dirigenza. Fu eletto soltanto un comitato direttivo di quarantasei membri, tra i quali il bresciano Bruno Corti, che aveva già avuto esperienze di direzione nazionale come segretario della Fiot e membro del comitato centrale della Cgil, che da allora mantenne, fino alla fine degli anni Sessanta, un ruolo di primissimo piano nell’organizzazione. Il documento che i trecento delegati votarono come atto costitutivo della nuova organizzazione sindacale si articolava in cinque punti.
La Uil si impegnava a: 1) raccogliere e realizzare, nella lotta contro l’egoismo delle classi capitalistiche e l’insufficienza della politica del governo, le aspirazioni della classe lavoratrice in piena indipendenza da ogni ingerenza politica, governativa o confessionale, nella visione di una migliore società; 2) darsi, ai fini della sua funzionalità e per il conseguimento dei suoi obbiettivi, la massima articolazione strutturale nelle categorie, opportunamente coordinandole, nell’assoluto rispetto della loro autonomia; 3) imprimere allo sviluppo dell’azione sindacale una procedura rigidamente democratica tale da rendere i lavoratori partecipi e coscienti delle lotte che affrontano; 4) impegnarsi ad imporre alle altre organizzazioni sindacali, nei limiti più ampi possibili ed attraverso un sano e coerente indirizzo sindacale, impostazioni e soluzioni unitarie dei problemi che interessano i lavoratori; 5) intervenire attivamente in tutti i problemi di politica sociale ed economica ed ogni volta che, direttamente o indirettamente, siano in gioco le sorti della classe lavoratrice”. [vi]
Il sindacalista del recente passato che la Uil elesse a proprio ispiratore fu Bruno Buozzi.
I riferimenti ideali e politici della nascente Uil furono quelli di un sindacalismo autonomo, laico, non dogmatico, vicino alla tradizione del socialismo riformista e libertario, dei repubblicani, degli azionisti come Ferruccio Parri, applauditissimo al congresso di fondazione e del socialismo liberale di Carlo e Nello Rosselli.
Questi i tratti essenziali di quella lontana vicenda, che teneva conto della situazione internazionale e, di conseguenza, di quella di politica interna dell’Italia, uscita sconfitta dalla guerra e passata, di gran corsa, ad associarsi agli alleati, fingendo di esserlo stato sempre.
Giustificati gli interventi dall’estero? In un contesto come quello difficile pensare che il Bel Paese, passato di corsa da Mussolini a Badoglio e dal Re alla Repubblica potesse esserne esentato.
Diversa, ovviamente, la situazione attuale e qui, andrebbe fatta una riflessione su ben altre influenze, altrimenti si fa storia, ed è ottima cosa, ma si evitano gli scogli dell’attualità.
La questione del Qatargate non è solo una questione di corruzione, che ha coinvolto sindacalisti ed ex sindacalisti, ma di influenza politica sul Parlamento Europeo da parte di uno Stato che appoggia e finanzia Hamas.
Al centro del presunto scandalo di corruzione che ha coinvolto il Parlamento europeo c’è l’ex eurodeputato Pier Antonio Panzeri, considerato la mente del cosiddetto Qatargate, da poco rilasciato sotto condizioni. Lo ha riferito la procura federale del Belgio, precisando che non potrà lasciare il Belgio né avere contatti con gli altri indagati. Arrestato il 9 dicembre 2022, Panzeri si trovava ai domiciliari dal 6 aprile dopo quattro mesi passati in carcere. Il 17 gennaio aveva patteggiato con la giustizia belga una pena ridotta a un anno di reclusione in cambio delle sue confessioni.
Pier Antonio Panzeri è un politico italiano, europarlamentare del Pse dal 2004 al 2019, è stato segretario generale della Camera del Lavoro di Milano dal 1995 al 2003 e responsabile delle politiche per l’Europa dal 2003 al 2004. Dal 1997 al 2003 è stato presidente dell’associazione culturale “Archivio del lavoro”. In qualità di responsabile delle politiche europee della Cgil ha seguito le tematiche relative all’allargamento dell’Unione Europea a 25 Paesi, con particolare attenzione ai temi del lavoro, delle condizioni sociali, dei diritti fondamentali dei cittadini.
Tra gli indagati, l’assistente di Panzeri, Francesco Giorgi, il quale ha coinvolto l’eurodeputato del Pd Andrea Cozzolino, presidente della delegazione per le relazioni con i Paesi del Maghreb e delle commissioni parlamentari miste Ue-Marocco. Era anche componente della commissione diritti umani, dalla quale sono passate le risoluzioni più problematiche per il Qatar. Gli inquirenti vogliono capire se avesse avuto o meno un ruolo nella vicenda: tra gli elementi al vaglio degli investigatori, anche i suoi rapporti con l’ambasciatore marocchino in Polonia, Abderrahim Atmoun, accusato di aver consegnato alcuni “regali” a Panzeri e famiglia.
Cozzolino, che più volte ha negato ogni coinvolgimento. Dopo aver trascorso quattro mesi ai domiciliari, il 15 giugno la Corte d’Appello di Napoli gli ha revocato gli arresti. Nel frattempo è stato posto in stato di fermo a Bruxelles e poi rilasciato.
Sulla base degli atti parlamentari, gli inquirenti hanno anche evidenziato alcune prese di posizione dell’eurodeputato Pd ritenute morbide nei confronti del Qatar. Agli atti è allegata, inoltre, una mail che lo stesso eurodeputato aveva inviato ai colleghi prima del voto. “Si sostiene che la Coppa del Mondo sia stata assegnata dalla Fifa al Qatar grazie ad abusi e corruzione. Il Parlamento europeo non dovrebbe accusare un Paese senza prove. E in ogni caso, se vogliamo discutere di corruzione nello sport, allora forse sarebbe necessario riflettere su tutto, compresa la Coppa del Mondo che si è giocata in Germania nel 2006”, si leggeva. Contattato da Repubblica, Cozzolino (che, ripetiamo, non è indagato) ha spiegato di aver sostenuto pubblicamente quelle valutazioni, senza subire alcuna pressione.
Non entro nel merito delle questioni giudiziarie, in quanto chi è coinvolto nello scandalo delle influenze qatarine deve essere giudicato e potrebbe uscire totalmente assolto da ogni addebito.
Chiunque, sino a sentenza passata in giudicato, è da ritenersi innocente.
Lo scandalo qatarino apre una finestra sulla questione delle influenze esercitate sul Parlamento europeo e sul sindacato, visto che ha interessato anche il presidente del sindacato europeo e mondiale, poi scagionato da ogni addebito.
Il tema non è giudiziario, ma politico.
Come scrive Alberto Negri sul Manifesto, “in Europa siamo tutti qatarini. Il Fondo di investimento del Qatar ha a disposizione una cifra stimata in 400 miliardi di dollari […], 45 sono investiti in Gran Bretagna. E ancora, 25 miliardi di euro in Francia, qualche dozzina in Italia e in Germania. […]. La metà (47%) dei finanziamenti e degli investimenti infrastrutturali per i Mondiali di calcio in Qatar (200 miliardi in totale) è arrivata da banche, fondi pensione e compagnie assicurative europee, che hanno chiuso un occhio, o anche due, sulle documentate violazioni dei diritti umani, soprattutto dei lavoratori migranti. Secondo Fair Finance International – una rete internazionale di organizzazioni della società civile che cerca di incoraggiare banche e istituzioni finanziarie a rispettare gli standard sociali – la sola Deutsche Bank ha contribuito con il 42% dei finanziamenti europei, 15,7 miliardi di dollari. È bene ricordare che in Germania il Qatar – con quote di Porsche, Volkswagen e accordi energetici importanti – detiene una partecipazione del 6,1% in Deutsche Bank attraverso l’ex premier Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani. Il maggiore investitore europeo nel settore in Qatar e in obbligazioni sovrane qatariote è Allianz, con oltre 4 miliardi di dollari”.
Il Qatar ha reagito dichiarando che saranno «rivisti» alcuni investimenti nella capitale, dove la Qatar Investment Authority possiede i grandi magazzini Harrods, l’iconico edificio Shard, è comproprietaria di Canary Wharf, possiede Chelsea Barracks, gli hotel Savoy e Grosvenor House e ha una partecipazione del 20% nell’aeroporto di Heathrow.
In realtà gli investimenti futuri di Doha saranno «ridiretti» in altre città britanniche e resta invariato il piano presentato in maggio a Londra dall’Emiro Tamin bin Hamad al Thani all’ex premier Ben Johanson che prevede in Gran Bretagna un flusso di denari qatarini per 11,6 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, Rolls Royce inclusa.
In Francia il 24 novembre è intervenuto direttamente Macron, per smorzare le polemiche sulla Coppa del Mondo a Doha, con una dichiarazione dove si afferma che in Qatar «sono in corso cambiamenti reali» riguardo al trattamento dei lavoratori migranti. Il Qatar possiede mezza Parigi nel portafoglio del Fondo statale o direttamente tra i beni della famiglia dell’emiro Al Thani.
In Italia il Qatar ha investito – oltre che nel marchio Valentino – una decina di miliardi (ufficialmente 5) in alberghi di lusso tra Roma, Venezia, Milano, Costa Smeralda ed è il traino del futuristico quartiere di Porta Nuova a Milano.
Utile ricordare, scrive Negri, i legami in Italia tra Qatar e Fratelli Musulmani. Ne parlava un libro dal titolo “Qatar Papers”, scritto dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot che rivelava i finanziamenti nel 2014 di Doha a moschee e centri islamici in Europa: 72 milioni di euro di cui 22 soltanto in Italia.
“Da noi – scrive Negri – l’indignazione per i mondiali in Qatar è stata espressa dal comico Rosario Fiorello che in tv a Raidue ha detto che «i qatarini sul loro zerbino hanno scritto “diritti umani” e loro li calpestano ogni giorno»”.
I sindacati, quello italiano, quello europeo e quello mondiale (questi ultimi diretti dal sindacalista Uil Luca Visentini, il quale è uscito dalla cerchia degli indagati della magistratura belga, ma è stato rimosso dall’incarico dell’organizzazione) non hanno sollevato problemi sullo sfruttamento qatarino dei lavoratori in occasione dell’apprestamento delle strutture dei mondiali.
Visentini, arrestato il 9 dicembre 2022 dalla polizia di Bruxelles, era stato immediatamente rilasciato solo due giorni dopo senza accuse. Tuttavia, l’allora segretario dell’Ituc aveva ammesso di aver ricevuto una donazione dell’importo complessivo di circa 50 mila euro da Fight Impunity, l’ong guidata dall’ex eurodeputato Pier Antonio Panzeri. Denaro che, come aveva dichiarato lo stesso Visentini, gli era stato versato “per “rimborsare alcuni dei costi della campagna per il Congresso dell’Ituc”. Versamento sul quale la magistratura non ha trovato alcun collegamento a tentativi di corruzione o influenza esterna. Già il 21 dicembre Visentini aveva rinunciato al suo incarico per non compromettere il sindacato internazionale, rimettendosi ad una futura decisione del Consiglio generale, il quale riunitosi l’11 marzo scorso per esaminare il rapporto della commissione speciale istituita per fare luce sulla vicenda ha deciso che non vi fossero più le condizioni per reintegrare il sindacalista italiano. “Abbiamo appreso lezioni importanti”, ha commentato il presidente Akiko Gono, sottolineando che “gli eventi degli ultimi mesi hanno causato danni significativi alla reputazione dell’Ituc”. Il rapporto della Commissione speciale del sindacato ha tuttavia confermato che “non sono state trovate prove di donazioni provenienti da Qatar e Marocco che influenzassero la posizione di Ituc”.
A mettere le mani sull’Europa non c’è solo il Qatar.
A questo punto, probabilmente, sarebbe interessante veder nascere un nuovo libro sul sindacato che affronti, come è stato per gli Usa e la Cia, le influenze di altri soggetti, ossia quei soggetti che stanno determinando gli assetti economici e politici attuali.
[i] Vedi in proposito S. Turone, Storia dell’Unione Italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990
[ii] Vedi in proposito D. L. Horowitz, Storia del movimento sindacale in Italia, Il Mulino, Bologna, 1970 –
[iii] In S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag.75
[iv] In S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag.75
[v]Testimonianza resa all’autore
[vi]Documento riportato dalla Voce Repubblicana del 7 marzo 1950 e citato in S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag. 93 e in Aldo Forbice, Scissioni sindacali e origini della Uil, Ed. L.I. Roma, 1981.





