

Il resto è storia.
Un terremoto finanziario porrà fine agli «anni del toro» lunedì 19 ottobre 1987. Quel «lunedì nero» sarà ricordato come la data in cui si verificherà il più grave crollo borsistico della storia economica con l’indice Dow Jones che perderà il 22,6%: una percentuale più che doppia del peggiore calo accusato dalla borsa statunitense durante la crisi finanziaria del ’29, in un’unica seduta. Da lì una macro-propagazione che nei giorni seguenti coinvolgerà le principali borse mondiali tra cui «Piazza Affari», dove il calo sarà contenuto al -6,4% (sic).
A ben vedere, nessuno riuscirà mai a spiegare l’origine e i motivi del crollo e a distanza di quasi 40 anni non vi sarà una risposta univoca.
Secondo i fautori della «pista asiatica» sarà Hong Kong la causa in quanto la prima, in quella giornata, a dimezzare i valori dei suoi indici con un catastrofico -11 seguito da -33%.
Qualcuno attribuirà la causa al panico scatenatosi tra i traders unito alle avverse condizioni meteorologiche londinesi: nella capitale britannica, per via di una bufera, il venerdì precedente per molti operatori non era stato possibile recarsi presso la sede borsistica, con la conseguenza che alla riapertura delle contrattazioni, visto ciò che accadeva, avevano iniziato a vendere, chiudendo le posizioni accese il giovedì prima e dando vita ad un «effetto domino» (sic).
Altri, ancora, attribuiranno la causa alle avverse «coincidenze tecniche». In particolare, alcuni programmi di cosiddetto «stop loss» (quelli che chiudono la transazione automaticamente al raggiungimento di un valore minimo prefissato) avevano contemporaneamente amplificato le vendite dapprima sul mercato asiatico, inducendo a fare altrettanto anche tra gli operatori di Wall Street.
Quanto accaduto comporterà da un lato il perfezionamento dei programmi basati sull’analisi tecnica, non prevedendo più la chiusura automatica e brusca delle transazioni in corso al raggiungimento di un valore minimo impostato dal trader, e dall’altro la sospensione delle contrattazioni, per i titoli azionari che accusino perdite superiori a una certa percentuale.
Di certo si tratterà della prima, forse più grande, lezione sulla pericolosità dell’informatizzazione finanziaria e del rischio di una rapida diffusione di crisi locali in mercati finanziari integrati.