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IL CRIMINE MOSTRUOSO” DI ANNECY

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di Vito Schepisi

Bisogna riflettere su tutto. Non è più tempo di far finta di niente, pensando che le cose s’aggiustino da sole.


Si deve aver paura di coloro che giustificano e minimizzano gli atroci fatti di cronaca, e che sottovalutano il degrado che dilaga nelle città europee.
Fuori di dubbio è che, già dai primi anni del terzo millennio, sia in atto uno scontro di civiltà.
C’è però chi si ostina a negarlo, come se i percorsi dei popoli non siano stati diversi e come se le comunità, cioè i nuclei di uomini e territori in cui si sono formate le lingue, i costumi ed i territori nazionali, nonostante i conflitti, i dominii e le conquiste, non facciano parte di quelle diversità – che arricchiscono lo spirito e la conoscenza di tutti – da rispettare.
L’integrazione non può essere né il cedimento e né il doversi arrendere.
Ci sono valori etici, su cui s’è andata ad evolversi la civiltà giudaico-cristiana, che hanno coinvolto credenti e non credenti nella scelta e nel rispetto di principi universali quali la vita, la pace, la fratellanza e la solidarietà.
Sono le scelte che ha fatto anche il nostro popolo, dotandosi d’una Costituzione democratica, pluralista e liberale.
Ai tempi di Papa Benedetto XVI (il Papa colto), laici e cristiani, in più circostanze, hanno ribadito che quella cristiana era un’etica di vita, prima che una scelta religiosa universale.
Passava il principio d’una civiltà da preservare, più che la volontà fondamentalista di dettare i principi dell’etica.
Non una barriera da interporre, come un pregiudizio, ma certamente una strada su cui incamminarsi con riflessione, senza cedimenti, e nella ricerca del dialogo possibile.
Non era neanche un invito a porgere l’altra guancia, però.
Vivere la fede in modo libero e laico significa fortificarsi nello spirito del cristianesimo, interpretandolo come un pensiero (filosofico) più che come una dottrina.
Un pensiero che può valere per credenti e non credenti.
Non solo Benedetto Croce, s’è soffermato a riflettere sul “perché non possiamo non dirci cristiani”.
L’han fatto in tanti credenti e non credenti.
L’islamismo può diventare un incubo per l’Italia e per l’Europa, se ci prestassimo a non far rispettare ciò che in tema di diritti e di libertà i popoli liberi hanno conquistato.
Se la libertà induce a pensare che tutto sia possibile, non lo è invece pensare che non ci debbano essere le condizioni uguali per tutti.
Tutti gli stati hanno una loro carta fondamentale e hanno un contesto di leggi emanate che sanciscono i limiti di questa libertà.
Eccoli in linea generale, per rammentarli a chi non riesce a fissarli nella propria mente:
– ogni fede religiosa merita rispetto, non può configgere con chi fa scelte diverse, né limitare la libertà di dissociarsi e/o fare altre scelte;
– un uomo ed una donna hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri;
– la responsabilità genitoriale non può sconfinare nell’imposizione e nel limite della libertà dei figli;
– la segregazione in casa è un reato;
– anche la mutilazione dei genitali è un reato;
– non si può predicare odio e violenza, qualsiasi siano le ragioni, perché le leggi lo vietano;
– libertà religiosa e rispetto dei simboli rappresentativi della religiosità sono diritti imprescindibili per tutti;
– nessuno può imporre, sostenendo di sentirsene offeso, di rimuovere ciò che fa parte della tradizione popolare (crocifissi, presepi, alberi di natale, etc. etc.);
– i matrimoni combinati, senza il consenso degli sposi, è un atto arbitrario;
– sottrarre i figli dai cicli scolastici obbligatori è reato.
Premesso che poco importa se nei paesi di provenienza sia diverso, sarebbe bene che coloro che non vogliano prendere atto delle scelte legittimamente fatte dai paesi ospitanti, sappiano che non sono bene accetti.
Se, pertanto, già non scegliessero di farlo di loro iniziativa, sarebbe bene che se ne tornino volenti o nolenti nei loro paesi.
Nessuno si strapperà le vesti … con ciò che costa l’armocromista!

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