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I RESPONSA AI DUBIA E IL PERIMETRO SINODALE

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di Vito Sibilio

Nei suoi Responsa ai Dubia dei Cardinali Brandmüller, Burke, Sandoval Iňiguez, Sarah e Zen Ze-Kiun, presentati alla vigilia dell’apertura del Sinodo dei Vescovi, Papa Francesco ha dato delle chiarificazioni importanti che non solo vanno a perimetrare il cammino e l’ambito dell’assemblea, ma pongono all’ordine del giorno alcuni temi di fondo della teologia contemporanea che non sono mai stati impostati con tanta chiarezza, per cui quelle poche paginette entreranno nella storia come il documento più importante del suo Papato.

E’ nella prima delle risposte che il Pontefice ha posto la chiave di volta del suo discorso. A chi gli ha chiesto se è possibile reinterpretare le norme morali alla luce del sentire che muta nei tempi, ossia a chi voleva costringerlo a sconfessare il neomodernismo o a farne professione, Francesco ha risposto, con insolita chiarezza, che la differenza sta in che cosa si intende per reinterpretare. Ossia che non si tratta di riformulare modificando i principi, ma di adattarli vivendoli nel presente. La terminologia è poco filosofica ed è intrisa di pastoralismo, ma la questione è di grande importanza. Per secoli la Chiesa, predicatrice di un’etica essenzialista, ossia fondata sulla convinzione che le norme siano sempre valide ed esistenti di per sé nel pensiero di Dio, dapprima ancora che Egli creasse gli uomini nel tempo, ha vissuto in epoche in cui le trasformazioni sociali sono state lente e impercettibili. Il che ha implicato che non si accorgesse che vi è differenza tra le essenze delle norme morali, immutabili come l’Essere parmenideo, in quanto parte integrante del pensiero di Dio che con quell’Essere si identifica, e le modalità concrete in cui esse vengono vissute dagli uomini i quali, come soggetti individuali e concreti, non sono immutabili ma in continuo divenire. Gli atti morali, nella loro contingenza, non si identificano mai completamente col proprio archetipo, ma ne sono una imitazione, mediata dal soggetto che li compie, ossia dall’uomo, inteso come persona, come essere sociale e storico. In conseguenza di ciò la religione che ha insegnato che i miti sono beati ha per mille anni predicato le crociate, perché, nel quadro di una società guerriera, anche la lotta armata poteva essere un modo per aiutare in spirito di carità le vittime di una aggressione o di una dominazione malvagia. Finita la lunga epoca costantiniana, la Chiesa si è trovata a rinnovarsi, ad aggiornarsi, con un processo culminato col Vaticano II, e quindi ad interrogarsi col suo passato. Ha oscillato tra una negazione di principio dei propri difetti e una autoaccusa dei propri errori, tra la continuità e la frattura della memoria. Persino nei singoli pensatori vi è discontinuità di posizione: un essenzialista in etica come Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per le colpe della Chiesa, un teologo del magistero come Benedetto XVI ha sconfessato l’uso della tortura nei tribunali ecclesiastici. Ora Papa Francesco, quasi di sbieco, imposta la questione nei suoi termini più esaurienti – una questione sulla quale, nel mio piccolo, mi sono sempre interrogato e scritto molto – ossia che bisogna separare la norma immutabile dalle forme storiche in cui viene vissuta che sono sempre mutevoli. Una mutevolezza che si riscontra persino nelle fonti bibliche. In poche parole, bisogna conservare la norma che comanda all’uomo di unirsi solo alla donna, senza pensare che debbano esistere sempre e comunque restrizioni legali e ostracismo sociale per chi non lo fa. Questa distinzione, che potrebbe apparire ovvia, non lo è affatto, perché implica una valutazione morale delle forme storiche, del costume contingente, che sempre riveste le forme sostanziali dell’etica. Proprio questa valutazione va superata, perché il costume contingente non è mai né buono né cattivo, ma solo congruente o meno con le norme morali immutabili, così come sono vivibili in una data epoca. L’esempio primo venne proprio dal Concilio, dove venne dichiarata la libertà di coscienza e chiusa l’epoca delle Inquisizioni, non perché l’uomo sia libero di scegliere qualsiasi religione davanti a Dio, ma perché senza la libertà di scelta non vi è adesione meritoria. Il che implicava il riconoscimento della Chiesa del passaggio da una società basata sull’oggettivismo e su una verità acquisita dalla società nel complesso e imposta ai singoli, a una basata sul soggettivismo e su una verità fatta propria direttamente dall’individuo responsabile. Erano due forme di società congruenti col principio del monoteismo esigenziale, dell’adesione alla Rivelazione, ma in modi completamente diversi, perché diversi erano i principi su cui si erano formate. Dopo decenni di discussioni tra i teologi sull’ermeneutica dei documenti conciliari, se doveva essere della continuità o della discontinuità, il Papa sposta l’attenzione, almeno implicitamente, sul fatto che la discontinuità non sta nel magistero ma nelle forme storiche di vita, mentre la continuità sta tutta nell’immutabilità delle forme etiche essenziali, scolpite nei Dieci Comandamenti. In questo modo la questione sul modernismo viene depurata di tutto quello che è storico, che va appunto esaminato dagli storici e non dai teologi. Ed è una conquista di grande portata. Per la prima volta la Chiesa non ha bisogno di gestire i suoi cambiamenti con un richiamo al passato da restaurare, ma non ha più nemmeno bisogno del mito tutto contemporaneo del futuro da costruire. Adesso le basta constatare che deve attraversare il tempo, senza pensare di avere un approdo in esso, ma piuttosto credendo di avere dei principi eterni da incarnare nelle sue contingenze.

Da questa risposta, derivano quelle, di incalcolabile portata, sulla nozione di sinodalità, sulla benedizione alle coppie gay, sul sacerdozio femminile. Nella prima,  il Papa fa chiaramente intendere che sinodalità è sinonimo di comunione missionaria, di partecipazione di tutti i battezzati alla responsabilità della Chiesa, senza però che questo implichi co-decisione assieme alla Gerarchia, e addita come esempio proprio la sottoposizione dei Dubia alla sua persona. Il termine è dunque nuovo, ma il concetto è antico, biblico, espresso dalle metafore della vite e del corpo, anche se reso attuale dall’ecclesiologia di comunione che si è affermata dalla Mystici Corporis di Pio XII  e dalla Lumen Gentium del Vaticano II. Questa partecipazione, inoltre, non viene identificata con nessuna forma precostituita, a dimostrazione della consapevolezza che Francesco ha del fatto che essa è destinata ad esprimersi in modi differenti in base ai tempi e ai luoghi, secondo i principi espressi nel primo Responsum.

Nella seconda, il Pontefice ribadisce senza mezzi termini che il matrimonio è solo uomo-donna, ma specifica che le benedizioni, che sono sacramentali, possono essere date anche a chi è in peccato grave e che sono sempre per i singoli, anche se si presentano in coppia a riceverle. In questo modo, se non riesce a dare piena e credibile legittimità a questa nuova prassi, Francesco senz’altro enuncia il principio su cui essa si basa senza sfumature di eterodossia.

Nella terza il Papa asserisce esplicitamente che il sacerdozio è solamente maschile, dimostrando che la concessione, da lui fatta, dei ministeri anche alle donne non prelude a nessuna sovversione dell’insegnamento immutabile della Chiesa. Tuttavia coglie in fallo i suoi interlocutori, che gli pongono il dubium sul tema a partire dalla lettera Ordinatio Sacerdotalis di Giovanni Paolo II, nella quale quest’ultimo, senza definire alcun dogma, dichiarava che l’ordinazione maschile è parte del deposito della Rivelazione e non può essere messa in discussione. Francesco infatti, con acume, rileva che questa modalità di magistero è insolita, in quanto le verità di fede o sono state definite per fugare le eresie o, a partire dal Vaticano I, per coronare un principio oramai universalmente acquisito col crisma dell’insegnamento infallibile. Si tratta quindi, secondo il Papa, di una anomalia per la quale l’oggetto di dibattito diventa non la materia della dichiarazione, ma la sua forma. Implicitamente, Francesco ammette che l’immutabilità dell’ordinazione solo maschile viene dalla Tradizione precedente e dal magistero anteriore a Giovanni Paolo II, molto più che dal suo pronunciamento.

Colpisce inoltre che il quinto dubium, sul “diritto al perdono”, sia stato presentato quasi che il Papa, con la sua espressione colloquiale riferita a chi si confessa, volesse dire che esso può essere concesso anche a chi non è pentito. Come Francesco dice, nulla di più lontano dal vero. Piuttosto, come sa chiunque si confessa regolarmente, magari dei medesimi peccati ogni volta, basta una goccia di pentimento, anche per l’esortazione del confessore, o già manifestata dal fatto di essersi recati a chiedere perdono al prete, per “catturare” l’assoluzione impartita. Una nozione di sacramentaria che nella Chiesa è sempre esistita e che anzi prevede persino che il penitente si penta sul serio solo subito dopo la confessione. Il Papa, nella sua espressione a braccio su tale diritto ad essere perdonato, ha riecheggiato in effetti una altrettanto forte contenuta nelle Rivelazioni del Signore a Santa Maria Faustina Kowalska, dove si legge che maggiori sono le colpe, maggiore è il diritto alla Misericordia, dove il senso credo sia abbastanza chiaro e lontano da ogni lassismo come da ogni rigorismo.

Si può dire senz’altro che con queste precisazioni il Papa abbia chiarito che il tema del Sinodo è la Chiesa come comunione, anche se definita sinodale. Egli ha tracciato un perimetro sicuro per il processo avviato, un perimetro ortodosso. Un perimetro che in un certo senso ha racchiuso anche le sue esternazioni, spesso fatte a braccio. Queste enunciazioni, destinate a durare come tutti i pronunciamenti magisteriali, sono di capitale importanza. Magari non tutti gli abusi che oggi allignano nella Chiesa all’ombra del “rinnovamento” verranno sradicati, ma nessuno potrà più giustificarli con interpretazioni fumose della dottrina di sempre. Un punto fermo che Francesco, il quale da molto tempo esorta anche la Chiesa tedesca, praticamente eretica, a riportare i propri dibattiti nell’alveo della sinodalità universale, ossia della comunione cattolica tutta intera, non poteva non mettere prima della fine del suo Pontificato, che ovviamente ci auguriamo sia ancora lontana. Nessuna consultazione fuori della Tradizione, nessuna consultazione della parte al posto del tutto.

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  • Redazione

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