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I molti nodi della guerra all’Iran

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nodi della guerra

In gioco ci sono gli equilibri mondiali

Guerra ibrida, quella in atto nel Golfo Persico, con in gioco una posta altissima: il controllo delle catene di distribuzione del commercio mondiale, a cominciare dai prodotti energetici, con la conseguenza che chi le controlla governa il mondo.

L’attacco d’Israele e degli USA all’Iran ha messo allo scoperto la vera questione che non poteva più essere rimandata: il controllo dei colli di bottiglia o il loro superamento con vie alternative.

Il Medio Oriente è il cuore del Rimland, come è ormai evidente dal blocco iraniano dello stretto di Hormuz e da quello, attuato dagli Houthi, alleati dell’Iran, dello stretto di Bab el Mandeb.

La messa in discussione da parte dell’Iran dei due colli di bottiglia ha costretto le navi a ritrovare la rotta della circumnavigazione dell’Africa, con importanti conseguenze per la centralità del Mediterraneo, come ha ben chiarito Elena Tempestini in un suo articolo di ieri.

Nel valutare il ritorno della centralità del Mediterraneo, vanno tenuti in considerazione alcuni mutamenti sostanziali relativi alle vie delle supply chain.

Gli Stati del Golfo stanno pensando in tempi rapidi di potenziare gli oleodotti che evitano lo stretto di Hormuz e anche quello di Bab el-Mandeb e Netanyahu sta pensando di offrire alle monarchie del Golfo uno sbocco sul Mediterraneo con pipe line che arrivano ad Haifa.

Gli oleodotti e gasdotti potrebbero correre sulla stessa direttrice della via del Cotone, il Progetto Imec, anche se, probabilmente l’approdo dall’India andrebbe spostato in Oman.

La Siria ha già ripreso a esportare petrolio dai suoi sbocchi sul Mediterraneo e, in considerazione dei giacimenti di petrolio e di gas sulle coste di Libano, Israele, Gaza, Egitto, assume una strategica importanza il Progetto East Med, gasdotto sottomarino e terrestre di circa 1.900 – 2.100 km, progettato per trasportare il gas naturale dal bacino levantino (Israele e Cipro) verso l’Europa, passando per Creta, la Grecia e arrivando in Italia (Puglia) tramite il tratto finale “Poseidon”.

Come si può ben arguire e come scrive Elena Tempestini: il “Mediterraneo al centro del ridisegno per l’Europa può tradursi in una maggiore centralità dei porti mediterranei, nel rafforzamento delle infrastrutture logistiche e intermodali e nella possibilità di recuperare peso strategico all’interno delle catene globali, però attenzione perché esiste anche il rovescio della medaglia. Se l’Europa non sarà in grado di controllare la sicurezza marittima, l’energia e i mercati finanziari, rischierà di restare soltanto il terminale passivo di una crisi decisa altrove. Il Mediterraneo sta riacquistando potere, ma la vera domanda è se questo potere diventerà finalmente europeo oppure resterà semplicemente uno spazio attraversato dai flussi globali”.

Se guardiamo ai fatti attuali e alle posizioni europee, la realtà è che l’Europa sarà solo un terminale passivo, perché proprio la sua passività, accompagnata dalla furbizia di bassa lega, è quella che ispira la logica di molti leader europei, ossia quella di stare con i piedi in tutte le scarpe, sperando che altri risolvano i loro problemi.

La posizione dei Volonterosi dell’armata per Hormuz, guidata dagli inglesi, si è conclusa con le solite pezzoline calde.

Nella riunione della coalizione è stata reiterata da più parti la necessità di una soluzione diplomatica che passi attraverso l’ONU, in particolare guardando a una rapida adozione della risoluzione presentata dal Bahrein, la cui strada resta in salita.

Sebbene una nuova bozza del documento abbia eliminato il riferimento al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che consente al Consiglio di Sicurezza di autorizzare misure che vanno dalle sanzioni all’uso della forza militare, Cina, Russia e Francia hanno sollevato obiezioni anche sul nuovo testo, considerato comunque troppo esplicito nella possibilità dell’uso della forza nel Golfo.

Un’operazione militare per liberare ora Hormuz sarebbe “irrealistica”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron.

Da parte sua, Tajani ha ribadito la disponibilità dell’Italia a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali per garantire il passaggio sicuro delle navi nello stretto. Ma questo deve avvenire tassativamente sotto mandato Onu e una volta finite le ostilità.

Cooper ha riferito che a questa prima riunione seguiranno colloqui tecnici di pianificazione logistica fra responsabili militari dei Paesi coinvolti per programmare un futuro pattugliamento della “libera navigazione” di merci attraverso lo stretto, dopo un cessate il fuoco.

Per l’immediato, il percorso individuato resta invece quello politico e diplomatico, puntando alla de-escalation e facendo pressione su Teheran, anche attraverso nuove sanzioni economiche, evocate nel corso della riunione.

In buona sostanza il nulla all’ennesima potenza, con aggiunta di vuoto spinto.

Ebrei, persiani, arabi e turcomanni

Un altro nodo che sfugge all’analisi dei più è che nell’area si confrontano l’idea della Grande Israele, l’idea imperiale dei persiani, diventati sciiti per liberarsi dei sunniti arabi che li avevano conquistati, l’alleanza tra Israele e le monarchie arabe sunnite e la logica imperiale della Turchia, erede dell’Impero Ottomano.

In altri termini, ebrei, persiani, arabi e turcomanni a confronto.

Importante non perdere di vista il fatto che Israele è sempre di più una realtà medioorientale non occidentale.

Quando lo Stato di Israele si costituì, a dargli vita furono gli ebrei askenaziti di area germanica e slava con un’impronta laica e socialista.

Israele guardava all’Europa e alle sue reazioni come ad una radice sensibile.

Oggi non è più così. Israele è uno Stato Medio Orientale, con una popolazione assolutamente diversa da quella delle origini.

La popolazione di Israele (dati aggiornati al 2025 – inizio 2026, basati principalmente sull’Ufficio Centrale di Statistica israeliano – CBS) è composta da oltre 10 milioni di abitanti.

Gli ebrei e “altri” (non ebrei non arabi, inclusi cristiani non arabi, persone senza classificazione religiosa e immigrati ai sensi della Legge del Ritorno che non sono registrati come ebrei) sono circa 7,7 – 7,8 milioni, pari al 76 – 78,5% della popolazione.

Gli arabi israeliani (musulmani, cristiani arabi e drusi) sono circa 2,1 – 2,15 milioni, pari al 21-21,5%.

L’Ufficio Centrale di Statistica (CBS) non pubblica più divisioni etniche ufficiali dettagliate nel censimento (a causa dell’alto tasso di matrimoni misti e della terza/quarta generazione nata in Israele), ma studi demografici, sondaggi e analisi forniscono stime affidabili aggiornate al 2023 – 2026.

In base a queste analisi, i Mizrahi (ebrei “orientali”, originari di Paesi del Medio Oriente e Nord Africa: Iraq, Marocco, Yemen, Iran, Siria, Egitto, ecc.) sono stimati intorno al 40 – 45% della popolazione ebraica (o fino al 50 – 61% se si includono discendenze parziali).

Rappresentano il gruppo più numeroso tra gli ebrei israeliani oggi, grazie alle grandi ondate migratorie degli anni 50 – 70.

Gli Ashkenazi (ebrei di origine europea, principalmente Europa centrale e orientale, inclusi molti immigrati dall’ex URSS negli anni 90) sono circa il 30-45% e includono una quota significativa di “russi” (ebrei o con ascendenza ebraica dall’ex Unione Sovietica).

Ci sono poi i Sefarditi (originari della penisola iberica, spesso assimilati o sovrapposti ai Mizrahi).

I misti (discendenza Ashkenazi + Mizrahi/Sefardita) sono in forte crescita. Oltre il 25- 35% dei bambini ebrei e più del 50% della popolazione ebraica complessiva ha almeno una parziale ascendenza mista.

Gli ebrei etiopi sono sono  circa 170.000 – 200.000.

La società ebraica israeliana si divide tradizionalmente in quattro grandi categorie di autoidentificazione (basate su sondaggi Pew e CBS, con dati relativamente stabili negli ultimi anni, anche se con lievi fluttuazioni)

Ci sono:

  • Gli Hiloni (secolari): circa il 33 – 45% (spesso intorno al 40%). Poco osservanti delle norme religiose, ma molti mantengono tradizioni culturali ebraiche.
  • I Masorti (tradizionalisti): circa il 24 – 30%. Osservano alcune tradizioni (Shabbat parziale, feste, cucina kosher), ma non in modo rigoroso. Molto comune tra i Mizrahi.
  • I Dati (religiosi/nazionali-religiosi o “Modern Orthodox”): circa il 9-13%. Osservanti, sionisti, integrati nella società (esercito, lavoro, università).
  • Gli Haredim (ultra-ortodossi): circa il 7 – 13% (in crescita demografica grazie a tassi di fertilità elevati, intorno a 6 – 7 figli per donna). Vita molto devota, studio della Torah prioritario per gli uomini, bassa partecipazione al mercato del lavoro e all’esercito (anche se in lieve aumento recente).

Gli Haredim crescono più rapidamente per motivi demografici e rappresentano una quota crescente dei giovani ebrei (fino al 25% proiettato per il 2050 in alcuni scenari).

La fertilità complessiva degli ebrei israeliani è alta (intorno a 2,9 – 3 figli per donna), trainata soprattutto dagli ultra-ortodossi e dai religiosi.

Circa l’80% degli ebrei israeliani è nato in Israele.

La fotografia etnico religiosa ci dice che ormai Israele ha una sensibilità propria che è lontana da quella degli europei e, più in generale, da quella occidentale che era propria dei fondatori.

La popolazione di Israele è ormai da considerare a tutti gli effetti Medioorientale, con tutto ciò che ne consegue nei rapporti con il resto del mondo.

L’amicizia con gli USA è importante anche grazie alla quantità di ebrei che vivono negli States, all’incirca 7 milioni, mentre in Europa sono circa 1,3 milioni.

Forse è giunta l’ora di fare i conti con questa realtà, che non è più quella degli anni Cinquanta e nemmeno di quella degli anni Settanta.

Per quanto riguarda la Persia, senza voler fare un trattato, che non mi compete, vorrei solo ricordare che la sua storia è una delle più antiche e ricche del mondo, con civiltà che risalgono alla preistoria sull’altopiano iranico.

Nel III millennio a.C. emerse il regno di Elam (sud-ovest, con capitale Susa), che interagì con i Sumeri e i Babilonesi. Nel II millennio a.C. arrivarono migrazioni indoeuropee, tra cui Medi e Persiani. Nel VII secolo a.C. i Medi unificarono gran parte dell’Iran e, alleati con i Babilonesi, distrussero l’Impero Assiro. Furono i primi a creare un’entità politica iranica significativa.

La vera storia imperiale della Persia inizia con Ciro II il Grande (559- 530 a.C.), della dinastia Achemenide. Ribellatosi ai medi (553 – 550 a.C.), li sconfisse e li unì ai persiani. Ciro conquistò poi la Lidia (547 a.C., in Anatolia, sconfiggendo il ricco re Creso) e Babilonia (539 a.C.), liberando gli Ebrei dalla cattività e guadagnandosi fama di sovrano tollerante.

Il suo successore Cambise II aggiunse l’Egitto. Sotto Dario I il Grande (522 – 486 a.C.) l’impero raggiunse la massima estensione: dai Balcani e dal Danubio a ovest, fino alla valle dell’Indo a est, includendo Egitto, Mesopotamia, Anatolia e Asia Centrale. Fu uno dei più grandi imperi della storia antica per territorio e popolazione (fino al 44% della popolazione mondiale stimata all’epoca).

Le guerre greco-persiane (V secolo a.C.) segnarono un limite: Dario fu sconfitto a Maratona (490 a.C.), Serse I a Salamina e Platea (480 – 479 a.C.).

L’impero declinò per lotte interne e ribellioni, fino alla conquista di Alessandro Magno (334 – 330 a.C.), che sconfisse Dario III e distrusse Persepoli.

Dopo Alessandro, la Persia passò ai Seleucidi (greco-macedoni), ma l’influenza ellenistica fu parziale. Nel III secolo a.C. emersero i Parti (o Arsacidi), popolo iranico nomade che creò un impero duraturo (circa 475 anni), basato su cavalleria e commercio lungo la Via della Seta. Sconfissero più volte i Romani (es. battaglia di Carre, 53 a.C.) e mantennero un equilibrio con Roma/Bisanzio. Nel 224 d.C. Ardashir I fondò la dinastia Sasanide, originaria del Fars come gli Achemenidi. Fu l’ultimo grande impero pre-islamico persiano (224 – 651 d.C.), con forte centralizzazione, rinascita della cultura iranica e zoroastrismo come religione di Stato.

I Sasanidi rivaleggiarono duramente con l’Impero Romano d’Oriente (Bisanzio), con guerre prolungate che indebolirono entrambi. Sotto sovrani come Khosrow I Anushirvan (531 – 579 d.C.) fiorirono scienza, filosofia e amministrazione; tradussero testi greci e indiani.

Ed eccoci arrivati ad un nodo fondamentale, la conquista araba.

Tra il 633 e il 651 d.C. gli Arabi musulmani, dopo aver sconfitto i Bizantini, conquistarono l’Impero Sasanide (battaglie di Qadisiyya e Nahavand). La Persia fu islamizzata gradualmente, lo zoroastrismo declinò, mentre l’Islam (inizialmente sunnita) si diffuse.

La lingua persiana sopravvisse, arricchita da elementi arabi, e la cultura iranica influenzò il mondo islamico (poesia, scienza, amministrazione).

Seguirono dominazioni dei Selgiuchidi (turchi, XI-XII secolo), dei Mongoli di Gengis Khan e Hulagu (XIII secolo) e dei Timuridi (Tamerlano, XIV secolo).

Nel 1501 la dinastia Safavide riunificò la Persia, dichiarando lo sciismo religione di Stato (distinguendosi dagli Ottomani sunniti).

Questo è probabilmente il vero nodo al quale dobbiamo guardare per capire l’Iran attuale, dove lo sciismo è un elemento di distinzione netta dagli Stati arabi sunniti e dalla Turchia.

Fare i conti con l’Iran significa anche fare i conti con la sua storia, che è storia imperiale.

Un’altra storia imperiale è quella turca.

L’Impero ottomano (o osmanico), è stato uno degli imperi più longevi e vasti della storia. È esistito per oltre 600 anni, dal 1299 al 1922, e ha controllato territori in Europa sud-orientale, Asia occidentale e Nord Africa.

L’Impero è nato alla fine del XIII secolo nell’Anatolia nord-occidentale (odierna Turchia), fondato dal condottiero turco Osman I.

Osman e i suoi successori (come Orhan) iniziarono espandendosi ai danni dell’Impero bizantino, indebolito. Nel 1354 gli ottomani attraversarono i Dardanelli e iniziarono la conquista dei Balcani, trasformando un piccolo principato in un impero transcontinentale.

Il momento simbolo fu il 1453: il sultano Mehmed II il Conquistatore (Maometto II) conquistò Costantinopoli dopo un lungo assedio, ponendo fine all’Impero bizantino millenario. La città divenne la nuova capitale, ribattezzata Istanbul.

L’espansione raggiunse il culmine sotto Solimano il Magnifico (1520 – 1566), detto “il Legislatore”. Durante il suo regno l’impero controllava i Balcani (fino quasi a Vienna), il Vicino Oriente, l’Egitto, il Nord Africa (fino all’Algeria) e parti dell’Arabia.

Nel XVIII – XIX secolo gli ottomani subirono pesanti perdite territoriali. Nel XIX secolo perse gran parte dei territori balcanici e nordafricani. Nel 1911 – 1912 la guerra italo-turca portò all’Italia la Libia e il Dodecaneso, segnando un forte cedimento.

Gli ottomani si allearono con gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria) nella Prima Guerra Mondiale (1914 – 1918). La sconfitta accelerò il crollo. Nel 1922 l’ultimo sultano, Mehmed VI, fu deposto. Mustafa Kemal Atatürk guidò la Guerra d’Indipendenza turca, abolendo il sultanato.

Nel 1923 nacque la Repubblica di Turchia moderna, laica e nazionalista, sulle ceneri dell’impero. Il califfato fu abolito nel 1924.

Ora Erdogan rivendica quell’eredità e si pone come un attore imperiale nel Medio Oriente odierno.

Due imperi, monarchie, uno Stato ebraico sempre più identitario e mediorientale, sono il mix geopolitico con il quale fare i conti. Cosa che gli europei fanno con grande difficoltà, avendo ormai perso da tempo la capacità di analisi.

La crisi petrolifera

La questione non è nuova. La crisi petrolifera degli anni 70, in particolare quella del 1973 – 1974, fu uno shock energetico globale scatenato dalla guerra del Kippur (attacco di Egitto e Siria a Israele).

A seguito di tale conflitto, i Paesi arabi produttori di petrolio (OAPEC) decisero di utilizzare il petrolio come arma politica, tagliando la produzione e imponendo un embargo verso i paesi occidentali che supportavano Israele.

Durante il 1973 – 174, il prezzo del greggio quadruplicò. Questo periodo accelerò la volontà dei Paesi arabi di prendere il controllo diretto delle proprie risorse, riducendo il potere delle compagnie internazionali come la BP a favore delle compagnie petrolifere nazionali.

In sintesi, il 1973 – 1974 ha segnato la fine dell’epoca del petrolio a basso costo e la riduzione del controllo diretto della BP nei paesi arabi, in favore di una maggiore sovranità di questi ultimi sulle loro risorse energetiche.

L’impennata dei prezzi del petrolio favorì allora gli speculatori e i grandi investitori, così come avviene oggi, con la differenza che oggi la speculazione è, anche grazie ai nuovi mezzi d’informazione in tempo reale, alla luce del sole.

In queste settimane di continue notizie alternanti, le borse hanno continuamente oscillato, consentendo operazioni anche di insider trading, con la conseguenza che qualcuno ha fatto i miliardi.

La rottura tra Londra e Washington

La guerra all’Iran ha fatto scoppiare del tutto il contrasto, ormai quasi irrimediabile, tra Londra e Washington e a mettere la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione del 4 marzo quando i Lloyds di Londra (un mercato assicurativo indipendente gestito dalla Corporation of Lloyd’s e supervisionato dalle autorità britanniche) hanno deciso di non assicurare più le navi in transito nello stretto di Hormuz, costringendo Trump ad attivare un proprio sistema assicurativo e facendo esplodere la portata della guerra iraniana, che era regionale, in crisi mondiale, con un effetto anti USA evidente a chiunque.

Il blocco dello Stretto di Hormuz sta contribuendo a un’impennata dei costi dell’energia che colpisce direttamente i portafogli dei cittadini europei e statunitensi, accrescendo l’impopolarità del conflitto presso l’opinione pubblica e aggravando la crisi del costo della vita.

Il Regno Unito, in particolare, ha tenuto sin dall’inizio un atteggiamento cauto per niente apprezzato dalla Casa Bianca, con effetti di medio – lungo periodo che potrebbero contribuire a deteriorare quel poco che resta della Special Relationship tra USA e UK.

Nell’immediato dell’avvio delle operazioni belliche, il governo britannico ha negato all’esercito americano l’utilizzo delle basi militari dispiegate nella regione, come quelle localizzate nelle Chagos Island.

Quando il 2 marzo un missile iraniano ha attaccato le basi britanniche di Cipro, l’offensiva ha messo in evidenza la debolezza strategica dell’esercito britannico.

La cosiddetta Special Relationship, ovvero il legame atavico e simbiotico che  legherebbe Londra e Washington attraverso cultura, storia e strategia comune, sembra essere del tutto compromessa.

Nello stretto di Hormuz una rotta alternativa

Mentre si litiga e si combatte per chi lo controllerà alla fine della guerra, una svolta nello Stretto di Hormuz sembra essere in atto.

Secondo i sistemi di tracciamento marittimi, infatti, tre imbarcazioni omaniti, due petroliere e una nave gassiera, lo stavano ieri attraversando per uscire dal Golfo Persico.

La novità è nella rotta che stavano seguendo che non è quella classica di prima del conflitto, al centro dello Stretto, né quella radente alla costa dell’Iran, che nelle ultime settimane i pasdaran hanno imposto con la minaccia, ma una terza rotta vicina alle coste dell’Oman.

Nel caso l’attraversamento fosse completato sarebbe il primo che non passa dal cosiddetto “casello iraniano”.

L’Iran e l’Oman, inoltre, starebbero elaborando un protocollo per “monitorare il transito” nello Stretto di Hormuz.

Lo riporta Cncb citando l’agenzia iraniana Irna.

Il traffico “dovrebbe essere supervisionato e coordinato dai due Paesi”, ha detto il vice ministro degli esteri iraniano Kazem Gharibabadi. ‘Questi nuovi requisiti non comporteranno restrizioni.

Serviranno a garantire un passaggio sicuro oltre a fornire servizi migliori alla navi”, ha aggiunto Gharibabadi, ribadendo che Teheran istituirà un pedaggio, come ricorda Bloomberg. Il parlamento di Teheran ha, infatti, approvato nei giorni scorsi i piani per introdurre una tassa sul transito.

Un pedaggio significa che lo Stretto rimane a disposizione dell’Iran e, come detto sin dall’inizio, chi controlla i colli di bottiglia governa il mondo. Cosa, pertanto, che non sarà accettata dalle monarchie del Golfo e tanto meno dagli USA.

Non a caso, gli Emirati si apprestano a entrare in guerra.

«Secondo quanto riferito da funzionari arabi – scrive in esclusiva il Wall Street Journal – gli Emirati Arabi Uniti si stanno preparando ad aiutare gli Usa e altri alleati ad aprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Questa mossa li renderebbe il primo Paese del Golfo Persico a entrare in conflitto, dopo essere stato colpito dagli attacchi iraniani».

Questa sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra, successiva a un’auspicata risoluzione che dovrebbe essere (forse) adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

«I diplomatici emiratini – spiega il WSJ – hanno esortato gli Stati Uniti e le potenze militari in Europa e Asia a formare una coalizione per aprire lo Stretto con la forza. Un funzionario degli Emirati ha dichiarato che il regime iraniano ritiene di combattere per la propria sopravvivenza ed è disposto a trascinare con sé l’economia globale nella morsa dello Stretto.

Lo stesso ha affermato che il suo Paese ha esaminato le proprie capacità di contribuire alla sicurezza dello Stretto, compresi gli sforzi per bonificarlo dalle mine e altri servizi di supporto».

Inoltre, ambienti di governo dello Stato del Golfo hanno chiesto agli Stati Uniti di occupare le isole in posizione strategica, tra cui Abu Musa, che è sotto il controllo dell’Iran ed è rivendicata dagli Emirati Arabi.

Anche l’Arabia Saudita e altri Paesi interessati direttamente dal fuoco incrociato della guerra si stanno mobilitando e provano a formare una coalizione, prima di tutto diplomatica, contro gli ayatollah.

Il Bahrein, stretto alleato degli Stati Uniti e sede della Quinta Flotta della Marina statunitense, è il promotore della risoluzione delle Nazioni Unite.

Tuttavia, hanno fatto sapere fonti diplomatiche, gli Emirati sarebbero comunque pronti a unirsi a un’iniziativa di guerra per liberare lo Stretto di Hormuz, anche senza la ‘benedizione’ dell’ONU.

E questa è una presa di posizione fondamentale, perché parte da un presupposto ritenuto vitale per tutti gli Stati del Golfo Persico: l’Iran non potrà mai avere una ‘supervisione’ permanente sullo Stretto di Hormuz, compreso un sistema di pedaggi. Per questo, tutti in realtà pensano che la migliore delle soluzioni sia la guerra, condotta fino in fondo e con il rovesciamento del regime.

Scenario probabile: allargamento regionale della guerra

Non a caso un laboratorio di analisi dei possibili scenari di guerra e che usa l’intelligenza artificiale, tra i vari scenari possibili (uscita negoziata, vittoria di una delle parti, sottomissione coercitiva, degradazione, stallo di logoramento, guerra regionale, frattura del regime e scatto nucleare), assegna alla guerra regionale il 50 per cento delle possibilità, mentre le altre non raggiungono il 20 per cento.

Lo scenario più probabile, quindi, è l’allargamento del conflitto regionale, con il coinvolgimento degli Stati arabi del Golfo.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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