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Dal petrolio a Malacca la crisi non si ferma a Hormuz

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petrolio e crisi

Il mondo prezza il prossimo choke point

Il petrolio corre più della guerra, il mondo prezza la nuova instabilità, 115 dollari con un rialzo mensile vicino al +59%, praticamente il più alto mai registrato.

Per settimane l’attenzione globale si è concentrata sullo Stretto di Hormuz, il vero rubinetto energetico del pianeta. Da lì passa una quota decisiva del petrolio mondiale e ogni tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi, premi di rischio e instabilità dei mercati finanziari.

Ma la vera analisi strategica non si può fermare a Hormuz. Se il presente si gioca nel Golfo Persico, per il futuro della vulnerabilità globale non possiamo non guardare verso Oriente, verso lo Stretto di Malacca, e qui che la situazione si fa ancora più interessante.

Lo Stretto di Malacca collega l’Oceano Indiano al Pacifico, tra Indonesia, Malesia e Singapore, ed è uno dei passaggi marittimi più trafficati al mondo. Non è soltanto una rotta commerciale è una vera arteria sistemica. Per la Cina rappresenta il punto più sensibile della propria architettura economica ed energetica.

Una parte enorme delle importazioni di petrolio e gas dirette verso Pechino transita proprio da questo passaggio. È per questo che la leadership cinese parla da anni della cosiddetta “maledizione di Malacca” e il termine non è casuale.

La paura cinese nasce dal fatto che una potenza industriale costruita sulla continuità delle supply chain e sulla prevedibilità dei flussi energetici dipende da un passaggio stretto, congestionato e facilmente esposto a crisi geopolitiche, incidenti o pressioni militari.

In altre parole, Malacca è il punto in cui la forza della Cina incontra la sua fragilità.

Più il mondo entra in una fase di ridefinizione delle rotte, più questo stretto diventa centrale. Non è solo una questione geografica, ma una questione di comando.

Chi controlla o può influenzare Malacca ha la capacità di incidere sul tempo di percorrenza delle merci, sui costi energetici e sulla stabilità dell’intero sistema asiatico.

Come abbiamo già visto nelle settimane precedenti è il concetto di choke point che assume un significato strategico più profondo, non un semplice passaggio obbligato, ma uno spazio in cui geografia, finanza, sicurezza e potere si sovrappongono.

La paura che oggi si avverte nei mercati non riguarda soltanto il rallentamento del traffico di Hormuz.

Il sistema globale sta già prezzando la possibilità che la pressione si sposti progressivamente verso altri punti sensibili, e Malacca è il primo di questi. Per Pechino questa è una preoccupazione concreta non teorica.

È la ragione per cui da anni investe in corridoi terrestri, infrastrutture alternative, porti e nuove vie energetiche capaci di ridurre la dipendenza da quel passaggio.

La cosiddetta Via della Seta, in fondo, nasce anche da questa esigenza, sottrarsi alla vulnerabilità di Malacca. Il mondo sta capendo che la crisi non è più localizzata non si tratta soltanto di Hormuz.

Si sta ridisegnando la geografia della vulnerabilità globale e lo Stretto di Malacca potrebbe diventare il prossimo punto in cui il potere si misura con la fragilità dei flussi.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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