Un confronto che ha quattro protagonisti: la Cina, i servi della Cina, Putin e Trump – Guerra ibrida e senza confini – Il Green Deal è guerra di servi all’Europa per favorire la finanza e la Cina –
Dopo i precedenti articoli:
https://www.nuovogiornalenazionale.com/guerre-per-procura-per-un-confronto-globale-parte-1/,
https://www.nuovogiornalenazionale.com/guerre-per-procura-per-un-confronto-globale-parte-2/
affrontiamo la questione del Green Deal, il più grande e disastroso esempio di come si possa essere al contempo servi della finanza e servi della Cina.
Premessa relativa alla distruzione del Vecchio Continente
Il Green Deal, al servizio della finanza, è lo strumento con il quale veniamo progressivamente impoveriti, fino ad essere espropriati, e con il quale si distrugge l’apparato produttivo d’Europa.
La Commissione attuale, che realizza le follie propugnate dal socialista Timmermans e sostenute dalla socialista Ribeira, con la connivenza del PPE e dei Verdi, va mandata al macero al più presto se non si vuol vedere il Vecchio Continente ridotto ad una landa desertica conquistata dai cinesi.
Tutti i 27 Paesi dell’Unione europea, Italia compresa, sono finiti sotto procedura d’infrazione per non aver recepito entro il 29 maggio la direttiva sulle cosiddette «case green», la normativa che punta a ridurre progressivamente consumi ed emissioni degli edifici attraverso ristrutturazioni, nuovi standard energetici e piani nazionali con obiettivi al 2030, 2033 e 2050.
Un attacco a tutti gli Stati membri che non ha praticamente precedenti nella storia dell’Unione. Le capitali hanno ora due mesi per comunicare alla Commissione le misure adottate: senza risposta soddisfacente, Bruxelles potrà inviare un parere motivato, secondo passaggio di un iter che può arrivare fino alla Corte di giustizia UE.
A marzo era già stata aperta un’infrazione contro l’Italia e altri 18 Paesi, tra cui Francia e Germania, per il mancato invio della bozza dei piani di ristrutturazione, ossia il programma di ammodernamento del patrimonio immobiliare.
La direttiva UE è un provvedimento che mira a mettere i possessori di case nelle condizioni di doverle ristrutturare, accendendo mutui in banca o di venderle a prezzi stracciati ad un mercato immobiliare già pronto.
La sequenza potrebbe essere: standard energetici più stringenti, necessità di ristrutturazioni costose, proprietari con scarsa liquidità o accesso al credito, difficoltà a sostenere i costi di adeguamento, riduzione del valore di mercato degli immobili meno efficienti, investitori con maggiore disponibilità finanziaria, acquisto a prezzo scontato con successiva ristrutturazione e rivalutazione.
Questo crea un possibile trasferimento di patrimonio dal piccolo proprietario che non riesce a finanziare la transizione verso soggetti finanziariamente più forti in grado di finanziarla. Ed è qui che entra la finanziarizzazione dell’abitazione.
Il 56% del patrimonio residenziale europeo analizzato ha una classificazione energetica inferiore a D.
La società immobiliare internazionale CBRE ha studiato esplicitamente questo fenomeno e nel luglio 2025 ha pubblicato un’indagine sul mercato europeo del credito immobiliare.
Il risultato è significativo: il 50% dei finanziatori europei applica già criteri minimi di sostenibilità a livello dell’immobile come condizione per nuovi finanziamenti; il 45% richiede un piano di intervento per gli immobili che non rispettano tali criteri; il 42% è disposto a offrire condizioni di finanziamento più favorevoli agli immobili più sostenibili.
Questo è probabilmente il dato più importante di tutta l’indagine, in quanto significa che la questione non riguarda soltanto il valore di vendita, ma anche l’accesso al credito.
In Italia la situazione è drammatica. Secondo il rapporto FIAIP-ENEA 2026, circa il 75% degli edifici residenziali italiani è ancora energeticamente inefficiente.
Le classi E, F e G rappresentano circa il 61% delle villette, fino al 71% degli appartamenti monolocali e trilocali analizzati.
Inoltre quasi il 70% degli operatori immobiliari intervistati ritiene necessari strumenti di valutazione migliori per incorporare nel prezzo il cosiddetto “green premium”, cioè il maggior valore degli immobili energeticamente efficienti. Quindi l’Italia potrebbe essere uno dei mercati europei dove questo fenomeno avrà maggiore rilevanza.
L’UE sta deliberatamente cercando di trasformare la riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare in un campo di investimento e di finanziamento privato.
Comunque la si giri, in azione ci sono i servi della finanza.
Il fallimento della finanza in Russia
Per capire il Green Deal è necessario partire dal fallimento della finanza nella strategia di controllare l’immensa miniera che è la Russia grazie agli oligarchi convenuti a Davos, i quali avevano preso il potere di fatto dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Putin li ha sottomessi al potere statale o li ha messi in galera.
Il presidente russo ha inoltre perseguito una progressiva nazionalizzazione della sovranità finanziaria russa, limitando l’accesso del capitale straniero ai settori strategici e contrastando soprattutto quelle organizzazioni e reti finanziarie occidentali che il Cremlino considera strumenti di influenza politica.
Questa impostazione è interessante anche perché permette di distinguere tre fenomeni diversi: il contrasto alla finanza straniera, il contrasto alle ONG-reti di influenza occidentali e la progressiva emarginazione degli oligarchi russi legati ai circuiti finanziari occidentali.
Nel novembre 2015 le autorità russe hanno dichiarato le Open Society Foundations un’organizzazione «indesiderabile», impedendone di fatto l’attività in Russia.
Già nel 2008 la Russia aveva introdotto una normativa che sottoponeva a forti limitazioni gli investimenti stranieri nelle imprese considerate strategiche per la difesa e la sicurezza nazionale.
La legge prevedeva, tra l’altro, autorizzazioni preventive per l’acquisizione di partecipazioni e il controllo di società strategiche.
Dopo il 2022, ossia dopo l’avvio della guerra con l’Ucraina, Mosca ha ulteriormente limitato la capacità degli investitori provenienti dai Paesi considerati «ostili» di movimentare liberamente capitali e disporre di determinati asset russi.
Un esempio sono i cosiddetti conti di tipo C, utilizzati per congelare o sottoporre a restrizioni determinati fondi stranieri. Parallelamente, la Russia ha sviluppato strumenti per sottrarre imprese strategiche al controllo societario straniero.
Putin, salito al potere nel 2000 è diventato la bestia nera della finanza speculativa.
La Grande truffa ipocrita del Green globalista
L’ipocrisia verde delle multinazionali che delocalizzano e ripuliscono i bilanci con i certificati, lasciando inalterata la realtà inquinante, è alla luce del sole.
Sono infatti le multinazionali estere che operano in Cina ad acquistare certificati verdi cinesi per dimostrare di utilizzare energia pulita nelle loro filiere produttive e rispettare i propri obiettivi di sostenibilità.
Le multinazionali occidentali che hanno delocalizzato nella terra del Dragone e i loro fornitori locali che hanno stabilimenti in Cina sono tra i principali acquirenti e utilizzatori dei GEC (Green Electricity Certificates, i certificati verdi cinesi).
Aziende come Apple, BASF, BMW o Decathlon hanno obiettivi aziendali globali (come l’iniziativa RE100 o i report sugli standard ESG) che le vincolano a dimostrare che la propria produzione mondiale utilizzi il 100% di energia rinnovabile.
La fabbrica di un’azienda occidentale in Cina è fisicamente collegata alla rete elettrica locale cinesica, che pesca da un mix indistinto di carbone, solare, eolico e idroelettrico.
Poiché non può scegliere da quale centrale arrivino gli elettroni fisici al proprio contatore, l’azienda acquista un numero equivalente di certificati verdi (GEC) generati da impianti eolici o solari cinesi.
Una volta acquistato e ritirato dal mercato, il certificato attesta che “1 MWh di energia pulita” è stato immesso in rete a copertura dei consumi di quella fabbrica, permettendo all’azienda di azzerare sulla carta le proprie emissioni indirette.
Sebbene le multinazionali estere siano state le pioniere nell’uso di questi strumenti in Cina per soddisfare i propri azionisti e consumatori in patria, la situazione sta evolvendo rapidamente.
Con l’introduzione del meccanismo di addebitamento del carbonio alle frontiere europee (CBAM), anche i giganti industriali cinesi che vendono in Europa (come produttori di batterie, acciaio, alluminio e pannelli solari) acquistano certificati verdi per non subire dazi sul carbonio all’ingresso nell’UE.
Il governo cinese ha iniziato a imporre quote minime obbligatorie di consumo di energia rinnovabile alle proprie grandi industrie energetiche statali, che usano i GEC per dimostrare la conformità alle leggi nazionali.
In sintesi, i certificati verdi usati in Cina servono fondamentalmente come strumento di tracciabilità contabile globale: consentono alle imprese (soprattutto estere o orientate all’export) di attestare che la propria impronta energetica in Cina è bilanciata da produzione rinnovabile locale.
I principali colossi occidentali dei settori chimico, automobilistico, tecnologico e della moda – come BASF, BMW, Volkswagen, Apple, Nike e Decathlon – acquistano in Cina i Certificati di Elettricità Verde (Green Electricity Certificates o GEC) o stringono accordi di acquisto diretto di energia pulita (Power Purchase Agreements – PPA).
L’uso di questi certificati solleva severe critiche da parte di centri di ricerca (come NewClimate Institute e Carbon Market Watch) e analisti del clima, che ne denunciano il potenziale uso come strumento di greenwashing.
Come funzionano i certificati verdi
Un certificato verde (GEC) attesta che 1 MWh di energia rinnovabile è stato immesso nella rete elettrica cinese. Tuttavia, la rete fisica continua ad alimentarsi a carbone per oltre il 50%.
Acquistare certificati unbundled (separati dalla fornitura di energia fisica) consente all’azienda di azzerare sulla carta le proprie emissioni elettriche indirette (Scope 2) senza garantire l’addizionalità, ossia senza la certezza che quell’acquisto abbia effettivamente portato alla costruzione di nuovi impianti solari o eolici che altrimenti non sarebbero sorti.
I certificati verdi coprono esclusivamente il consumo di energia elettrica. Non riducono le emissioni dirette delle fabbriche, come la combustione in loco di gas o carbone per generare calore ad alta temperatura, i fumi di raffineria o le emissioni chimiche di processo (Scope 1).
Un’industria chimica o siderurgica può risultare “100% verde” sul piano dell’elettricità tramite i GEC, continuando al contempo a produrre sostanze inquinanti nei propri impianti fisici.
I grandi marchi dell’elettronica o della moda affidano la produzione a centinaia di fornitori cinesi terzi. Richiedere ai fornitori la copertura tramite certificati economici anziché imporre la riconversione reale dei processi produttivi permette ai brand di dichiarare obiettivi Net Zero nelle loro sedi occidentali mantenendo filiere ad alto impatto ambientale. (Scope 3).
Quali settori ne fanno maggiore uso in Cina
Il settore chimico e quello ceramico sono tra i primi grandi acquirenti di energia verde e GEC in Cina. La chimica di base richiede enormi quantità di energia termica ed elettrica e l’acquisto dei GEC permette di decarbonizzare i bilanci elettrici mentre i processi ad alta temperatura restano legati ai combustibili fossili.
Non è da meno il settore automobilistico. Le case automobilistiche occidentali (ad esempio BMW, Volkswagen) usano i GEC e i PPA per dichiarare che le gigafactory di batterie e gli stabilimenti di assemblaggio in Cina funzionano a “energia pulita”, compensando l’impronta carbonica dell’elettricità prelevata dalla rete cinese.
Ci sono poi la tecnologia e l’elettronica (esempio Apple e la sua filiera), con marchi tecnologici che aderiscono all’iniziativa RE100 e spingono i propri partner cinesi (come Foxconn) ad acquistare certificati verdi nazionali per poter dichiarare i propri dispositivi “impatti zero” nella fase di produzione.
Mentre l’acquisto di soli certificati GEC sul mercato finanziario è considerato la forma più debole di impegno (poiché spesso si limita a un’operazione contabile), la stipula di PPA a lungo termine garantisce il finanziamento diretto di specifici parchi eolici o solari cinesi.
Ciononostante, anche le aziende che utilizzano i PPA restano esposte alle critiche quando il resto del loro ciclo produttivo industriale continua a fare affidamento su fonti fossili non convertibili al solo uso elettrico.
La globalizzazione si avvale del lavoro degli schiavi
Il tema delle pratiche lavorative nelle filiere produttive in Cina – e del coinvolgimento delle multinazionali occidentali – è al centro di un acceso dibattito internazionale che intreccia geopolitica, diritti umani e normative sul commercio.
Le accuse di sfruttamento e di ricorso al lavoro forzato (definito da diverse organizzazioni ed enti di ricerca come una forma di schiavitù moderna) si concentrano prevalentemente sulla regione autonoma dello Xinjiang.
Lo Xinjiang produce circa l’80% del cotone cinese e oltre il 20% di quello mondiale. Rapporti diffusi da ONG per i diritti umani (tra cui Amnesty International e Human Rights Watch) e da centri di ricerca internazionali (come lo Australian Strategic Policy Institute – ASPI) sostengono che centinaia di migliaia di uiguri e altre minoranze musulmane siano stati sottoposti a programmi di lavoro forzato nei campi di detenzione e nei programmi di “trasferimento della forza lavoro” statali verso fabbriche tessili.
Analoghe denunce riguardano l’estrazione e la lavorazione del polisilicio (materiale chiave per i pannelli solari) e la catena di fornitura per l’elettronica di consumo e l’automotive (assemblaggio di componenti, lavorazione dell’alluminio e batterie).
I grandi marchi occidentali della moda, della tecnologia e dell’automobile (tra cui Apple, Nike, Adidas, Volkswagen, BMW, H&M) sono stati oggetto di forti pressioni pubbliche, accusati di beneficiare indirettamente di queste filiere tramite fornitori e subfornitori locali terzi.
Sito ufficiale ASPI: aspi.org.au
Portale delle pubblicazioni e dei report: aspi.org.au/reports
Il report sul lavoro uiguro (Uyghurs for sale): aspi.org.au/report/uyghurs-sale
Il mercato dei certificati
Il mercato finanziario dei certificati non è gestito da un singolo ente centrale, ma si articola in tre diverse macro-strutture, a seconda del tipo di mercato e della giurisdizione geografica.
1. Il mercato regolamentato dalle istituzioni pubbliche (Compliance Market)
È il mercato obbligatorio creato dai governi per imporre tetti alle emissioni (Cap-and-Trade) o quote di produzione rinnovabile.
Nell’Unione Europea (EU ETS) è gestito dalle borse energetiche ufficiali, la principale delle quali è la EEX (European Energy Exchange) con sede a Lipsia, sotto la supervisione dell’ESMA (l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari europei).
In Italia il mercato dei titoli ambientali (come i Certificati Bianchi/TEE) è gestito dal GME (Gestore dei Mercati Energetici), mentre il GSE (Gestore dei Servizi Energetici) si occupa dell’emissione, verifica e annullamento dei titoli.
In Cina (National ETS e GEC) il mercato delle quote di emissione è gestito dalla Borsa delle Emissioni di Shanghai (SEEE), mentre l’emissione e il registro dei certificati di energia verde (GEC) sono controllati dalla National Energy Administration (NEA) e dal centro statale di informazione sulla rete.
Negli Stati Uniti i mercati regionali (come la Regional Greenhouse Gas Initiative o il programma della California) utilizzano piattaforme di scambio gestite da borse merci private regolamentate come l’ICE (Intercontinental Exchange).
2. I mercati volontari dei crediti di carbonio (Voluntary Carbon Market – VCM)
In questo mercato, le aziende acquistano crediti liberamente per bilanciare la propria impronta ecologica. È gestito da due livelli di attori.
I Registri e gli Standard di Certificazione (chi crea i certificati) che sono organizzazioni no-profit trasparenti o enti indipendenti che certificano i progetti ecologici (riforestazione, cattura di carbonio, ecc.) e rilasciano i certificati. I principali al mondo sono Verra (VCS), Gold Standard, American Carbon Registry (ACR) e Climate Action Reserve (CAR).
Le Piattaforme di Trading e Borse Private (chi intermedia le transazioni) dove i crediti vengono scambiati su mercati privati internazionali. Tra le piattaforme principali ci sono Xpansiv (CBL), AirCarbon Exchange (ACX) e iniziative bancarie come Carbonplace (sviluppata da un consorzio di grandi banche internazionali tra cui UBS, BNP Paribas e NatWest).
3. I Certificati Finanziari di Investimento (Prodotti bancari)
Se per “certificati” si intendono gli strumenti finanziari derivati emessi per gli investitori dei mercati azionari (esempio: Investment Certificates, Leverage Certificates), gli emittenti sono le grandi banche d’affari internazionali che impacchettano il titolo.
I certificati vengono scambiati su segmenti dedicati delle borse valori regolamentate, come SeDeX ed EuroTLX di Borsa Italiana, o Frankfurt Zertifikate in Germania.
La finanza, esclusa dalla Russia, si è rivolta alla Cina attraverso la finanza verde.
La preparazione della green economy era già iniziata da tempo. Il termine venne usato per la prima volta da Barbier, Markandya, Pearce (1989) in un libro dove sostanzialmente si fanno incontrare economia, tutela dell’ambiente e contabilità, scritto in risposta al rapporto Brundtland o “Our Common Future”.
https://archive.org/details/isbn_1853830666
Il libro fu pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Commissione Brundtland) per fare fronte urgentemente ai problemi del pianeta di natura ambientale, ormai evidenti, a causa dell’attività produttiva svolta dall’uomo.
La Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (WCED) è particolarmente importante per ricostruire la genealogia politica e culturale che porta dal movimento ambientalista degli anni ’70 al concetto contemporaneo di sviluppo sostenibile e, successivamente, al Green Deal.
La WCED fu istituita nel 1983 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Alla sua guida fu nominata Gro Harlem Brundtland, allora ex primo ministro norvegese. La Commissione pubblicò nel 1987 il rapporto Our Common Future, conosciuto come Rapporto Brundtland.
La definizione che è diventata fondamentale è quella di sviluppo sostenibile: «Uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni».
Il passaggio storico può essere schematizzato così:
• 1972 – Conferenza ONU di Stoccolma, nasce una politica ambientale internazionale;
• 1983 – WCED, ambiente e sviluppo economico vengono collegati;
• 1987 – Rapporto Brundtland, nasce il concetto politico di sviluppo sostenibile;
• 1992 – Conferenza di Rio, lo sviluppo sostenibile diventa principio della governance internazionale;
• 1997 – Protocollo di Kyoto: il clima entra nella regolazione internazionale; • 2015 – Accordo di Parigi più Agenda 2030, la sostenibilità diventa una grande agenda finanziaria e d’investimento;
• 2019 – European Green Deal, l’UE trasforma la transizione ecologica in una strategia economica e industriale;
• 2020 – oggi – tassonomie e finanza sostenibile, il principio ambientale entra direttamente nei meccanismi di allocazione del capitale.
Nel 1987 la questione era essenzialmente: «Come conciliare sviluppo economico e tutela dell’ambiente?»
Quarant’anni dopo la domanda è diventata: «Come orientare il capitale verso attività considerate sostenibili?»
L’ambiente passa da questione politica a criterio finanziario.
E quando un’attività economica viene classificata come sostenibile o non sostenibile, questa classificazione può influenzare investimenti, credito, obbligazioni, fondi e strategie industriali.
Il 1972 un anno cruciale, dove si incrociano finanza e green
Le date sono importanti per capire e il 1972 è un anno cruciale, in quanto, guarda caso, con la Conferenza ONU di Stoccolma, nasce una politica ambientale internazionale e nel 1972, con la fine di Bretton Woods inizia la costruzione del nuovo ordine monetario internazionale.
Il 15 agosto 1971, Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Era il cosiddetto Nixon shock.
Il dollaro era convertibile in oro per le banche centrali al prezzo ufficiale di 35 dollari per oncia. Con la sospensione della convertibilità, il legame fondamentale dollaro – oro venne spezzato.
1972: nasce la transizione verso il nuovo sistema, con la creazione del Committee of Twenty (C20) da parte del Fondo Monetario Internazionale, incaricato di elaborare una riforma del sistema monetario internazionale.
Si passa da un mondo in cui il sistema monetario internazionale era ancorato a un riferimento relativamente rigido a un sistema molto più finanziarizzato.
La fine della convertibilità in oro non significa automaticamente “fine del potere del dollaro”. È quasi il contrario: il dollaro rimase la principale moneta internazionale, ma senza il vincolo della convertibilità in oro. Questo consentì agli Stati Uniti di avere una maggiore libertà nella gestione monetaria.
Il 1972 diventa anche un anno simbolico per l’ambiente, in quanto è l’anno nel quale si incrociano due percorsi apparentemente distinti.
Nel 1972 abbiamo infatti crisi e trasformazione del sistema di Bretton Woods e Conferenza ONU di Stoccolma sull’ambiente umano. Conseguentemente il 1972 può essere considerato, con le dovute cautele, come un punto di biforcazione storico: da una parte comincia la trasformazione dell’ordine monetario internazionale; dall’altra nasce la governance ambientale internazionale.
Successivamente questi due percorsi si avvicineranno. Ed è proprio qui che la nostra osservazione diventa interessante: la finanza che nasce dal superamento del sistema monetario di Bretton Woods e la governance ambientale che nasce a Stoccolma nel 1972 sono due processi distinti, ma nel XXI secolo finiscono per incontrarsi nella “finanza verde”.
Il Green Deal di Ursula al servizio di finanza e Cina
Eccoci giunti al Green Deal dei socialisti, dei verdi e del PPE dell’alleanza Ursula.
L’avvio del Green Deal europeo è legato alla nuova strategia climatica presentata dalla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Nel dicembre 2019 la Commissione presenta ufficialmente il European Green Deal, un piano volto a rendere l’Unione Europea climaticamente neutra entro il 2050.
Gli obiettivi dichiarati del Green Deal comprendono: decarbonizzazione dell’economia; sviluppo delle energie rinnovabili; aumento dell’efficienza energetica; elettrificazione dei trasporti; tutela della biodiversità; promozione dell’economia circolare.
Il Green Deal ha trasformato la politica ambientale europea in un potente meccanismo di orientamento del capitale. La questione politica fondamentale è se questa riallocazione finanziaria stia effettivamente rafforzando la capacità produttiva europea oppure, attraverso costi regolatori ed energetici elevati, stia indebolendo la produzione esistente e trasferendo una parte dei vantaggi industriali verso produttori esterni all’UE.
E il punto può essere verificato con dati: acciaio, automotive, chimica, cemento, vetro, ceramica e macchinari. Sono proprio questi settori che permettono, con la loro crisi evidente, di capire se il Green Deal abbia prodotto una vera transizione industriale europea oppure una deindustrializzazione accompagnata dalla crescita della finanza verde.
Il Green Deal non è soltanto una politica ambientale; è un dispositivo di riallocazione del capitale che uccide l’economia e disastra le persone, assumendo tutte le caratteristiche





