Lo schiaffo di Trump con l’accordo con la Groenlandia, che mette a segno in gran parte la Dottrina Monroe 2.0 – I democristiani europei votati a prendere palle in faccia come i pupazzi dei parchi giochi
Qualcuno spieghi a Ursula von der Leyen che collezionare brutte figure sta per diventare il suo ruolo costante.
Ursula sembra ormai quei pupazzi che si vedono nei parchi giochi, contro i quali si tirano delle grosse palle. All’impatto i pupazzi cadono, ma subito dopo rimbalzano come sorretti da una molla.
La molla, in questo caso, è la democrazia cristiana a direzione tedesca, che ha dato vita all’Unione Europea in perfetta linea con la finanza speculativa e che, anche se ormai colpita senza sosta, continua a rimbalzare automaticamente, come un pupazzo con la molla, incapace di togliersi dallo stand del parco giochi nel quale si è messa.
In questo autunno incipiente (domani è l’Equinozio), Ursula condivide palle in faccia con Merz, il cancelliere tedesco protagonista di un disastro storico.

I democristiani tedeschi, dopo le elezioni di domenica a Berlino e in Pomerania, rischiano l’estinzione per cocciutaggine autolesionista.
Ma questo è solo l’aperitivo.
Il piatto forte della figura patetica mondiale della Ursula von der Leyen è la Groenlandia.
La vicenda della Groenlandia e del Canada danno la misura di quanto la presidente della Commissione dell’Unione Europea viva in un Metaverso nel quale pensa di esercitare il ruolo di capo di Stato di una potenza geopolitica, mentre non è altro che una che esprime chiacchiere inutili e senza seguito.
C’è un nesso temporale che evidenzia come ormai la presidente della Commissione dell’Unione Europea sia completamente fuori da ogni logica politica reale.
Il dato nuovo da cui partire è che il 18 settembre 2026 Donald Trump ha annunciato un accordo con Danimarca e Groenlandia che rafforza in modo permanente il ruolo statunitense nella sicurezza dell’isola, mantenendo formalmente la Groenlandia sotto sovranità danese.
L’accordo dovrebbe essere firmato questa settimana e richiede ancora passaggi parlamentari.
La sequenza temporale è effettivamente molto significativa e si può ricostruire così:
Gennaio 2026
Trump pone la Groenlandia al centro della sicurezza nazionale americana. L’UE, con von der Leyen e con Costa, risponde rivendicando solidarietà a Danimarca e Groenlandia.
Davos, pensatoio della finanza, gennaio 2026
Von der Leyen dichiara che l’Europa deve contribuire direttamente alla sicurezza artica e annuncia l’intenzione di realizzare una “massive European investment surge in Greenland”, oltre a proporre maggiori capacità europee nell’Artico.
7 settembre 2026
Von der Leyen va personalmente a Nuuk, incontra i governi danese e groenlandese e firma la dichiarazione UE-Groenlandia. Bruxelles annuncia 200 milioni di euro per 2026/27, destinati a connettività, energia, materie prime strategiche e infrastrutture, oltre a un programma che dovrebbe portare il sostegno complessivo a 530 milioni di euro entro il 2034.
16 settembre
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen rivendica che l’Europa ha ” ha difeso la Groenlandia ” e presenta l’UE come soggetto capace di fornire sovranità e sicurezza agli europei.
18 settembre
Trump annuncia l’accordo USA – Danimarca – Groenlandia. Washington ottiene un controllo permanente sulla sicurezza dell’isola, con l’obiettivo dichiarato di impedire basi, presenza militare o investimenti strategici di avversari degli Stati Uniti.
L’Europa è completamente spiazzata e la von der Leyen presa a ceffoni per il suo inutile attivismo anti Trump.
Con l’accordo USA – Danimarca – Groenlandia l’Unione Europea è messa all’angolo.
Canada confinato all’inesistenza strategica
Non solo. Anche il Canada, nuova immaginifica alleanza di Ursula Von der Leyen, è confinato nell’inesistenza strategica.
Nel discorso sullo Stato dell’Unione tenuto al Parlamento europeo a Strasburgo, la presidente della Commissione Europea ha ufficialmente proposto di fare del Canada il primo “membro associato” dell’Unione Europea.
L’iniziativa, nell’immaginifica logica geopolitica di Ursula, punta a portare le relazioni transatlantiche tra Bruxelles e Ottawa a un livello mai raggiunto prima.
I dettagli fondamentali della proposta includono: nuova alleanza strategica (cooperazione in materia di difesa e sicurezza, tecnologia, industria, risorse critiche e questioni relative all’Artico); sovranità senza piena adesione (la formula del “membro associato” è pensata per consentire al Canada di integrarsi strettamente nelle politiche economiche e di sicurezza dell’UE senza diventare uno Stato membro a tutti gli effetti, garantendo il pieno rispetto della sovranità canadese); contesto geopolitico (l’apertura arriva a fronte dell’instabilità dei mercati globali e del mutevole quadro politico negli Stati Uniti).
La grande alleanza è già da mettere nel cassetto dei sogni.
L’accordo USA – Danimarca – Groenlandia riafferma la centralità strategica degli USA nell’Artico proprio mentre Bruxelles cercava di aumentare la propria presenza.

L’accordo USA – Groenlandia – Danimarca
Gli USA sembrano aver ottenuto – se il testo definitivo confermerà quanto dichiarato – una sorta di egemonia di sicurezza sulla Groenlandia. La Groenlandia rimane sotto la sovranità formale danese/groenlandese, ma la sicurezza strategica è affidata stabilmente agli USA, con presenza militare USA permanente, esclusione delle potenze non-NATO, controllo degli investimenti strategicamente sensibili, continuità dell’assetto anche in caso di futura indipendenza groenlandese.
Questo è molto più significativo ed è particolarmente importante perché la Groenlandia si trova al centro del triangolo strategico Nord America – Artico – Atlantico settentrionale, mentre Pituffik consente agli USA di controllare una parte essenziale dell’asse Groenlandia–Islanda–GIUK.
La Groenlandia mantiene formalmente competenze sulle proprie risorse. Inoltre, le fonti disponibili parlano di “sensitive investments”, non di trasferimento agli USA della proprietà o della gestione di tutte le miniere.
Ma sul piano geopolitico l’effetto potenziale è comunque notevole: controllo della sicurezza, controllo dell’accesso, controllo degli investimenti strategici, capacità di impedire l’ingresso di concorrenti, forte influenza sulla futura valorizzazione delle risorse.
È quindi corretto parlare, per ora, di potenziale controllo strategico dell’accesso alle risorse.
Se l’accordo vale anche dopo un’eventuale indipendenza della Groenlandia, come sostengono le fonti statunitensi, Washington avrebbe cercato di separare la sovranità politica dalla sovranità strategico-militare.
In altre parole, una futura Groenlandia indipendente potrebbe teoricamente non essere più danese, ma continuare a trovarsi dentro una sfera di sicurezza americana permanente.
Questa è probabilmente la parte più rilevante dell’accordo dal punto di vista geopolitico.
In sintesi, pertanto, si può affermare che l’accordo non consegna formalmente la Groenlandia agli USA, ma sembra costruire una situazione nella quale Washington ottiene una posizione privilegiata e potenzialmente permanente sulla sicurezza militare dell’isola, sull’accesso strategico e sull’esclusione dei concorrenti esterni, mentre la sovranità territoriale e la gestione delle risorse rimangono formalmente danesi/groenlandesi.
L’episodio mette in evidenza i limiti della capacità dell’UE di trasformare rapidamente un’iniziativa geopolitica in potere strategico autonomo.
von der Leyen può annunciare 200 milioni di euro, una partnership sulle materie prime e una strategia artica, ma quando si arriva al problema fondamentale, ossia chi garantisce militarmente la Groenlandia, l’accordo appena annunciato rimette gli Stati Uniti al centro.
Anche in questo caso la vicenda Groenlandia mette in evidenza la differenza tra potere economico-regolatorio europeo e potere strategico-militare americano.
Il Canada da Davos al pericolo di disgregazione
Dall’accordo esce un Canada fortemente ridimensionato nelle sue aspirazioni geopolitiche.
Mario Mariotti (Domino 2/2026) scriveva (era febbraio) che “il Canada si appresta a vivere da spettatore uno scenario che segnerebbe l’ulteriore accerchiamento imperiale”.
“Pertanto – aggiungeva Mariotti – una Groenlandia nelle mani di un impero – a maggior ragione se si trattasse di quello confinante – costituirebbe per Ottawa un fattore di confinamento geostrategico tale da metterne in discussione la stessa sopravvivenza, già altrettanto provata da persistenti frammentazioni di matrice culturale dalla sua storia”.
È quanto sta accadendo.
Il tema, tuttavia, è molto più politicamente significativo.
Scrive Mariotti: “Nell’ultimo forum di Davos l’applauditissimo Carney [primo ministro canadese, ndr] ha invitato le medie potenze a riunirsi per contare di più. Proprio perché indirizzato verso canadesi ed europei, il suo monologo lascia intendere come determinati leader (e non solo) siano fuori dalla realtà”.
Dichiarazione esplicita, da parte di Carney di voler contrastare gli Stati Uniti, fatta a Davos, ossia nella sede dell’enclave transnazionale delle élite finanziarie, ossia del mondo globalista che è il massimo responsabile della crisi che sta vivendo il Vecchio Continente.
Davos può essere interpretato come una “ridotta”del potere economico-finanziario transnazionale: uno spazio privato nel quale grandi capitali, multinazionali, istituzioni internazionali elaborano insieme linguaggi, priorità e partnership che possono poi influenzare le politiche pubbliche.
Davos è ormai la Montagna Incantata di chi è fuori dalla realtà e l’ultimo castello feudale nel quale rinserrarsi per coloro che partecipano al destino delle élite finanziarie.
Non è un caso che, come ha riferito Reuters nell’agosto 2026, Christine Lagarde sarebbe stata indicata come possibile candidata alla presidenza del WEF nel 2027.
Questo crea una traiettoria istituzionale assai significativa: BCE, vertice della banca centrale dell’euro, WEF/Davos, ossia stretta dipendenza dei verici dalla Banca centrale europea dalle direttive della finanza speculativa globalista mondiale.
La stessa che oggi è messa alle corde dal multipolarismo emergente che vede protagonisti Trump, Putin, Xi Jinping, Narenda Modi.
Scrive sarcasticamente Mariotti: “Se non bastasse già immaginare il Canada federatore di un’organizzazione militare senza sghignazzare, si potrebbe continuare immaginando una Nato senza gli Stati Uniti e magari guidata dal Canada stesso. Per la fantageopolitica c’è sempre tempo, per la realtà ormai pare non essercene più. Nel frattempo, l’unica soluzione tentata da Ottawa – e da Bruxelles che segue a ruota – pare essere la diversificazione economica, creando intese con la Repubblica Popolare”.
Il Canada, peraltro, ha i suoi guai interni con lo Stato di Alberta che vuole abbandonare Ottawa per aggregarsi agli USA.
Per quanto riguarda la sua esposizione sull’Artico deve affidarsi ad una quantità di isole, riassunte nel Nunavut.

Il Nunavut è un territorio federale del Canada, creato il 1º aprile 1999 separandolo dai Northwest Territories. Ha però un regime istituzionale molto particolare, costruito attorno ai diritti degli Inuit. L’ultimo censimento completo disponibile, quello del 2021, registrava 36.605 abitanti.
Di questi 31.050 erano Inuit, pari all’84,4% della popolazione, e circa 5.500 erano non-Inuit. La popolazione è estremamente giovane (l’età mediana è circa 25 anni) e tra gli under-15 gli Inuit rappresentano circa il 93%.
Quindi non siamo di fronte semplicemente a una minoranza indigena all’interno di un territorio canadese: gli Inuit costituiscono la grande maggioranza della popolazione del territorio.
Il Nunavut è parte del Canada, ma con un ordinamento particolare, in quanto non è una provincia come Québec, Ontario o Alberta, ma un territorio federale, con un proprio governo territoriale.

Esiste un secondo livello, altrettanto importante: Inuit, Nunavut Tunngavik Incorporated (NTI), diritti territoriali, risorse, cultura, lingua e benefici derivanti dal Nunavut Agreement.
La NTI non è il governo del Nunavut, ma rappresenta specificamente gli Inuit beneficiari dell’accordo territoriale. Il governo territoriale, invece, è un governo pubblico per tutti gli abitanti.
La nascita del Nunavut è inseparabile dal Nunavut Land Claims Agreement, concluso nel 1993, uno dei più importanti accordi di rivendicazione territoriale indigena del Canada.
In sostanza gli Inuit hanno ottenuto: riconoscimento di diritti territoriali; terre di proprietà inuit; compensazioni finanziarie; diritti sulla fauna e sulle attività tradizionali; partecipazione alla gestione delle risorse; istituzioni di co-management; una particolare partecipazione alle decisioni pubbliche.
Quindi il rapporto con Ottawa non è quello di una normale provincia che riceve competenze dalla federazione. È anche un rapporto fondato su diritti acquisiti attraverso un trattato-accordo territoriale.
Il Nunavut è stato, fino ad oggi, l’unico territorio canadese nel quale Ottawa conservava ancora una parte particolarmente importante del controllo sulle terre pubbliche e sulle risorse naturali.
Ma questo sta cambiando. Nel gennaio 2024 Canada, Governo del Nunavut e Nunavut Tunngavik Incorporated hanno firmato il Nunavut Lands and Resources Devolution Agreement.
La data prevista per il trasferimento delle competenze è: il 1º aprile 2027. Da quella data il Governo del Nunavut dovrebbe assumere amministrazione e controllo di: terre della Corona, risorse naturali, acque interne.
Questo non significa indipendenza. Il Canada continua inoltre ad avere responsabilità specifiche in materia di politica artica, sovranità, ambiente e regolamentazione federale.
E il Nunavut dipende fortemente finanziariamente da Ottawa: il suo governo stesso riconosce che, a causa della base fiscale e delle entrate limitate, dipende fortemente dai trasferimenti federali per servizi essenziali e infrastrutture.
La questione Inuit è ancora più interessante
Gli Inuit del Nunavut non sono un popolo isolato dal resto dell’Artico.
Fanno parte del più vasto mondo Inuit Nunangat, che comprende territori Inuit in Groenlandia, Nunavut, Nunavik (Québec settentrionale), Inuvialuit Settlement Region nei Northwest Territories.
Gli Inuit della Groenlandia e gli Inuit del Nunavut appartengono allo stesso grande popolo circumpolare, pur vivendo dentro ordinamenti statali diversi e affondano le loro radici in una comune matrice thuleana, sviluppata a seguito della migrazione dal Canada alla Groenlandia tra XII e XIII secolo.
La frontiera Groenlandia – Canada taglia quindi una realtà umana e culturale molto più antica della frontiera politica.
Se mettiamo insieme Groenlandia e Nunavut abbiamo Inuit Groenlandesi e Nunavut che stanno acquisendo, in forme diverse, maggiore controllo locale sulle proprie risorse e sul proprio territorio.
La Groenlandia possiede un ampio autogoverno nell’ambito del Regno di Danimarca e ha una prospettiva politica di possibile indipendenza. Il Nunavut è invece un territorio canadese, e non esiste attualmente un analogo processo istituzionale verso l’indipendenza.
Però, il trasferimento previsto per il 2027 delle terre e delle risorse da Ottawa al Governo del Nunavut rende il territorio progressivamente più autonomo sul piano economico-territoriale, pur rimanendo pienamente dentro la sovranità canadese.
Ed è proprio questo che rende interessante confrontare Nunavut e Groenlandia nel quadro della nuova competizione artica: sono due territori inuit contigui, ma inseriti in due modelli molto diversi di rapporto fra popolo indigeno, governo territoriale e Stato sovrano.

È immaginabile la formazione di uno Stato unitario degli Inuit? La forma più realistica non sarebbe oggi la nascita di un unico Stato Inuit indipendente, ma un’integrazione politica transfrontaliera degli Inuit di Groenlandia e Canada, che potrebbe diventare molto più strutturata.
La cosa interessante è che non partirebbe da zero, in quanto esiste già una “nazione Inuit” transfrontaliera.
L’Inuit Circumpolar Council riunisce Inuit di Groenlandia, Canada, Alaska e Chukotka. Nel luglio 2026 la sua assemblea generale si è svolta proprio a Iqaluit, Nunavut, con delegazioni delle quattro grandi aree Inuit. L’organizzazione parla esplicitamente di rafforzare l’unità degli Inuit attraverso Inuit Nunaat.
Quindi esiste già una struttura che, almeno sul piano nazionale e culturale internazionale, svolge una funzione che assomiglia a una rappresentanza circumpolare Inuit.
E c’è un precedente ancora più interessante: l’ICC ha elaborato una Circumpolar Inuit Declaration on Arctic Sovereignty, nella quale sostiene l’unità degli Inuit come popolo distribuito in quattro Stati, pur riconoscendo i diversi rapporti costituzionali con ciascuno Stato.
Groenlandia più Nunavut sarebbero il nucleo più naturale.

Non sarebbe quindi necessario immaginare immediatamente uno Stato che inglobi tutti gli Inuit fino all’Alaska e alla Russia.
Potrebbe nascere prima una prima Unione Inuit dell’Artico orientale con Groenlandia, Nunavut, Nunavik e Inuvialuit e, successivamente, rapporti associativi con Alaska e Chukotka. Questa sarebbe politicamente molto più realistica.
La possibilità di una “Confederazione Inuit”

La cultura Thule è l’orizzonte archeologico da cui discendono le popolazioni Inuit storiche e come simbolo politico contemporaneo può funzionare molto bene: Thule, la patria circumpolare Inuit, non necessariamente come restaurazione di un antico regno, ma come ricostruzione politica moderna dell’unità di un popolo diviso dalle frontiere degli Stati.
Ed è significativo che l’ICC (L’Inuit Circumpolar Council) parli già di Inuit Nunaat, cioè dell’insieme delle terre inuit, come spazio politico e culturale comune.
L’Inuit Circumpolar Council (ICC, originariamente noto come Inuit Circumpolar Conference) è un’organizzazione internazionale non governativa (ONG) che rappresenta circa 180.000 Inuit e Yupik residenti nelle regioni artiche circumpolari.
Fondata nel 1977 a Utqiaġvik (Alaska) da Eben Hopson, l’organizzazione nasce con l’intento di unire le popolazioni indigene dell’Artico e dar loro un’unica voce politica e sociale a livello globale.
La cosa più interessante è che l’ICC riunisce le comunità Inuit dislocate in quattro Paesi: Stati Uniti (Alaska); Canada (Nunavut, Nunavik, Nunatsiavut e la Regione d’insediamento degli Inuvialuit); Groenlandia (Regno di Danimarca); Russia (Chukotka).
L’organizzazione gestisce quattro uffici nazionali coordinati da un Consiglio Esecutivo con un Presidente Internazionale eletto ogni quattro anni.
L’ICC ha un peso diplomatico significativo nelle decisioni relative al Polo Nord in quanto è Membro Permanente del Consiglio Artico e ha lo Status Consultivo all’ONU.
Se guardiamo l’Artico in una prospettiva nella quale Stati Uniti e Russia possono essere alleati, come è del tutto possibile, l’ipotesi di un’unità del popolo Inuit può davvero diventare una realtà concreta, non statuale, ma di grande recupero di indipendenza culturale e di autodeterminazione.
L’Unione Europea è fuori dai giochi
Sin dal 1971 il Canada ha avuto un conflitto con la Danimarca per il possesso do un’isola disabitata, l’isola di Hans. Conflitto finito bel 2018 con la spartizione a metà dell’Isola.

Nei mesi scorsi belgi, estoni, finlandesi, francesi, tedeschi, islandesi, olandesi, norvegesi, sloveni, svedesi, inglesi e danesi hanno inviato propri uomini a Nuuk o hanno partecipato alle esercitazioni “Resistenza Artica” davanti alle coste della Groenlandia per difenderla da Trump.
Emmanuel Macron, affetto da grandeur ha detto che per l’Europa “deve essere una sveglia” la pretesa di Trump sulla Groenlandia e ha inviato uomini sul suolo ghiacciato assieme alla Germania, ma i tedeschi sono subito tornati a casa perché avevano freddo.
La Francia non possiede territori o sovranità nei pressi della Groenlandia, ma esiste una piccola isola disabitata lungo la costa nord-orientale groenlandese chiamata, Île de France (Isola di Francia).
L’isola si trova nel Mar di Groenlandia, all’interno del Parco nazionale della Groenlandia nord-orientale. Forse macron intendeva difenderla da Trump.
Ora per farlo dovrà chiedere il permesso a Trump.
Per concludere che dire? Trump ha sistemato il Giardino di Casa a Nord, secondo la Dottrina Monroe 2.0.
L’Europa è escluda dai giochi.
Il futuro dell’Artico appartiene alle possibili intese tra Trump e Putin.
C’è un risvolto interessante per l’Europa. La vicenda artica chiude l’interessa a guardare a est, al conflitto con la Russia e apre la possibilità di usare gli occhi del Vecchio Continente per guardare a Nord e a Sud e a Sud è aperta la partita del Mediterraneo.





