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Sconfitta di Trump insegna: l’elettore disprezzato presenta il conto

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elettore USA

I democratici americani hanno vinto curando proprio la malattia di cui la sinistra italiana va fiera: la superiorità morale

La bastonata a Trump insegna alla politica italiana molte cose. La sinistra nostrana festeggia come se avesse vinto lei.

Sbaglia indirizzo, perché quella vittoria è stata costruita con il metodo opposto al suo.

Chi governa a Roma, d’altra parte, farebbe male a liquidarla come una faccenda americana. La bastonata di Washington parla a tutti.

La prima lezione riguarda la natura stessa del voto. Trump non è stato battuto dai democratici: è stato licenziato dai suoi elettori.

Aveva promesso prezzi più bassi e niente guerre: gli americani sono andati alle urne con la benzina alle stelle e una guerra all’Iran in corso.

L’elettore deluso non si converte, cambia fornitore, con la freddezza di chi restituisce un prodotto difettoso o passa a un altro gestore telefonico.

Ma la notizia vera non è chi ha perso. È come hanno vinto gli altri, perché i democratici americani si sono rimessi in piedi curando proprio la malattia di cui la sinistra italiana va fiera: il disprezzo per chi vota dall’altra parte.

Quella malattia ha un nome preciso, superiorità morale.

Nasce dall’idea che chi non ti vota non abbia un’opinione diversa ma un difetto da correggere: è ignorante, è egoista, è fascista, è stato manipolato.

Con una premessa simile non si conquista nessuno, si rieduca. E nessuno, in democrazia, va alle urne per farsi rieducare.

L’America l’ha vista all’opera. Nel 2016 Hillary Clinton definì metà degli elettori di Trump “un cesto di deplorevoli” e poi perse la Casa Bianca.

Dieci anni e due sconfitte presidenziali dopo, i democratici hanno smesso di guardare gli elettori dall’alto in basso.

In Italia la malattia ha radici più profonde. La sinistra l’ha ereditata dalla “diversità” rivendicata da Berlinguer, l’idea di un partito moralmente migliore degli altri.

Finché il PCI aveva le sezioni nelle borgate, le case del popolo e gli operai in fabbrica, quella pretesa era temperata dal contatto quotidiano con la gente.

Sciolte le sezioni, è rimasta la superiorità senza il popolo. Ne è uscita una sinistra che vince nelle ZTL e perde dove si fatica ad arrivare a fine mese.

La cura americana è cominciata dalla cosa più semplice: smettere di insultare. James Talarico, la notte della vittoria in Texas, non ha nominato né Trump né il suo avversario.

Ha parlato a chi aveva votato Trump tre volte e ha promesso agli sconfitti: “sarò pure il vostro senatore”.

In quella frase c’è il segreto dell’intera partita. All’elettore deluso è stato concesso di cambiare voto senza confessare di aver sbagliato, perché nessuno torna da chi gli dà dello stupido.

Da noi accade l’esatto contrario. Elly Schlein ha salutato il voto americano come la vittoria della speranza contro “l’arroganza di queste destre al potere”, senza accorgersi che i democratici hanno vinto proprio rinunciando all’arroganza.

Quando mai un dirigente del PD ha parlato a un elettore del centrodestra senza trattarlo da fascista o da ignorante?

La seconda cura è stata la rinuncia alle crociate ideologiche.

Ad agosto perfino Alexandria Ocasio-Cortez, la pasionaria della sinistra radicale, ha ammesso che “il woke 1 era roba da matti”. Al massimo, scrivono i commentatori, arriverà un woke 2 più presentabile.

In campagna elettorale, intanto, di gender, autopercezione e cancel culture non si è sentito parlare. In Texas Gina Hinojosa ha battuto il governatore uscente dicendo che la gente è stanca delle guerre culturali.

Qui si litiga ancora sugli asterischi e sulla schwa, mentre l’operaio di Mirafiori fa i conti con la bolletta. Quante piazze con le kefiah servono per riconquistarlo?

La terza cura è la più sorprendente, perché passa dalla fede.

Trump ha attaccato Leone XIV, il primo Papa americano della storia. I cattolici, che nel 2024 gli avevano dato il 55% dei voti stando alle cronache, il 3 novembre si sono divisi a metà.

Per un cattolico osservante l’attacco al Papa non è politica: è blasfemia istituzionale.

A Roma la Meloni lo ha capito subito e ha definito inaccettabili le parole di Trump, che le ha risposto “pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”. Il coraggio, alla fine, lo ha avuto lei.

Oltreoceano i cattolici delusi hanno trovato ad accoglierli un pastore metodista in Kansas e un ex seminarista presbiteriano in Texas.

Democratici che parlavano di benzina, di spesa e di guerra con il lessico della fede, non come bandiera ma come linguaggio morale della vita di tutti i giorni.

È il metodo con cui la Democrazia Cristiana ha governato l’Italia per mezzo secolo: casa, lavoro e famiglia raccontati con le parole della parrocchia.

Il PD, invece, i cattolici li ha accompagnati alla porta. Quando Giuseppe Fioroni se ne andò, nel 2023, disse di sentirsi “un ospite sgradito”.

Lo stesso disprezzo la sinistra italiana lo riserva alla paura.

I democratici americani hanno archiviato lo slogan suicida del “definanziare la polizia” e hanno fatto campagna parlando di agenti, prevenzione e strade sicure.

Perfino Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York, ha ripetuto che non avrebbe tolto i fondi alla polizia.

In Italia a chi denuncia una città insicura si risponde ancora che è soltanto “percezione”.

Trattare la paura della gente come un’allucinazione è il modo più rapido per consegnarla all’avversario.

C’è, infine, il disprezzo più sottile, quello di chi pensa che il voto si compri.

A settembre Trump aveva promesso 5.000 dollari a ogni americano adulto se i repubblicani avessero tenuto il Congresso.

Sei americani su dieci, stando alle cronache, avevano risposto che non ci credevano.

La mancia, quando arriva da chi ha già tradito le promesse, non compra il voto: lo offende.

A Roma c’è chi dovrebbe prendere appunti e, invece, rilancia.

È Giuseppe Conte.

Dopo il Reddito di cittadinanza e il Superbonus, ha messo nel patto generazionale del Movimento, quello che porta verso le politiche del 2027, 15.000 euro a ogni diciottenne la cui famiglia guadagni meno di 300.000 euro l’anno.

Manca solo la promessa che sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno.

Trecentomila euro: in pratica tutti, figli di primari e di dirigenti compresi.

Costerebbe, a quanto si legge, 8 miliardi e mezzo l’anno, da pagare come al solito con una tassa in più.

È il Trump Dividend con l’accento di Volturara Appula: un assegno promesso prima del voto, nella convinzione che l’elettore sia un cliente da comprare.

Gli americani hanno appena dimostrato che quel cliente non esiste più.

I calabresi glielo avevano detto più di un anno fa.

Alle regionali dell’ottobre 2025 il candidato del Movimento, Pasquale Tridico, l’uomo che all’INPS aveva gestito il Reddito di cittadinanza, aveva promesso un reddito regionale sul modello di quello nazionale.

I calabresi, ai quali si voleva vendere la nostalgia del sussidio, gli hanno risposto con sedici punti di distacco.

Il Sud, che i salotti di sinistra credono disposto a barattare il voto con un assegno, ha dimostrato di non essere in vendita.

Lo stesso Conte, con Bonelli, legge pure il voto americano come un no alla guerra. Ma gli americani la guerra l’hanno sentita alla pompa di benzina, non nei cortei.

Di cortei, del resto, l’elettore è stufo, in America come in Italia. Delle piazze ogni sabato, delle vetrine rotte, dell’allarme fascismo che suona ogni settimana come l’antifurto di un’auto in sosta: tutti lo sentono, nessuno si gira più.

Nelle urne vince chi offre stabilità, competenza e risposte misurabili, non chi trasforma la politica in una rissa permanente.

La bastonata è arrivata a Washington, ma il bastone è lo stesso ovunque: un elettore che si è sentito disprezzato e ha presentato il conto.

In America la sinistra ha vinto smettendo di somigliare a sé stessa. In Italia continua a perdere restando identica.

Trump la lezione l’ha presa in una notte. La sinistra italiana la rifiuta da trent’anni.

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