Le elezioni di Midterm sono una grande lezione di democrazia che gli USA danno al mondo – Gli americani non vogliono la guerra e gli europei sono dello stesso avviso – Basta armi a Kiev, congelamento del conflitto ed elezioni in Ucraina
Gli americani hanno voltato le spalle al GOP a causa della guerra, al rapporto con Israele e alle questioni relative al costo della vita.
America First vuol dire America al primo posto, non Israele al primo posto, ma interessi degli americani al primo posto.
Le elezioni di Midterm sono una grande lezione che gli Stati Uniti danno al mondo, dimostrando che se vinci le elezioni con un programma e poi fai delle cose che vanno in direzione opposta l’elettorato, democraticamente, ti boccia.
Gli americani non vogliono più saperne di guerre.
A mettere in chiaro i motivi principali della sconfitta elettorale del GOP è stato mercoledì, a risultati caldi, J. D. Vance, il quale ha indicato nella guerra contro l’Iran il principale motivo della sconfitta repubblicana alle elezioni di Midterm.
In un lungo post pubblicato su X in cui ha analizzato il voto, il vice presidente americano ha sostenuto che il risultato non sia stato determinato da un problema di affluenza alle urne, ma dalla scelta di molti elettori che avevano votato GOP nel 2024 di passare ai democratici.
L’analisi di Vance parte da un sondaggista che ha definito “una delle persone più preparate che conosca in politica” e che gli aveva anticipato, il giorno prima del voto, una sconfitta repubblicana di 13 punti nelle intenzioni di voto per il Congresso”.
Una previsione che, ha ammesso il vice presidente, lo aveva sorpreso, nonostante il pessimismo della vigilia. Dalle rilevazioni dello stesso sondaggista emergeva infatti che molti elettori di Trump nel 2024, delusi e arrabbiati, erano intenzionati a votare per i democratici.
Interpellati su cosa avrebbe potuto convincerli a tornare a sostenere i repubblicani, avevano indicato quattro priorità: “Mettere fine alla guerra, concentrarsi sul costo della vita e sull’inflazione, rimettere l’America al primo posto e cambiare il rapporto con Israele”.
“Il nostro elettorato è andato a votare. E sono proprio queste quattro ragioni che hanno spinto molti a scegliere i democratici”, ha scritto Vance.
Dello stesso avviso di J. D. Vance anche Donald Trump Jr, il primogenito del presidente, il quale ha detto, a proposito di quanto scritto da Vance: “Condivido ogni parola”.
Penalizzata l’incoerenza su America First
Il voto americano può essere letto come una sanzione contro la divergenza fra il mandato elettorale del 2024 e le scelte compiute successivamente dall’amministrazione Trump.
Il punto più significativo è che le quattro richieste attribuite agli elettori delusi non riguardano soltanto la guerra con l’Iran. Disegnano una precisa gerarchia di priorità: fine della guerra (non trasformare gli Stati Uniti in una potenza impegnata in un nuovo conflitto prolungato); costo della vita (riportare al centro inflazione, prezzi e condizioni materiali delle famiglie); America First (misurare la politica estera in base agli interessi concreti degli americani); rapporto con Israele (distinguere l’interesse nazionale statunitense da quello del governo israeliano).
L’analisi minuziosa del voto sarà oggetto di varie ricerche nei prossimi giorni, ma il messaggio di Vance ha un valore politico che riguarda il futuro posizionamento degli Stati uniti.
La sconfitta repubblicana assume un significato particolare perché non è stata interpretata soltanto dagli avversari di Trump come una bocciatura della sua amministrazione, ma è stata letta in questi termini anche da una figura centrale del suo stesso governo.
Vance ha scritto che il problema principale non era stato l’astensionismo, ma il passaggio ai Democratici di una parte degli elettori che avevano votato Trump nel 2024.
E ha indicato nella guerra contro l’Iran la ragione principale della sconfitta, affiancandole costo della vita, ritorno all’America First e revisione del rapporto con Israele.
C’è un passaggio particolarmente significativo nella sua dichiarazione. Vance invita a discutere apertamente se la guerra sia valsa il prezzo politico pagato, cioè la perdita del controllo del Congresso.
In altre parole, porta la discussione dal terreno della giustificazione strategica del conflitto a quello del costo che i cittadini ritengono accettabile sostenere.
Questo è il punto che rende il voto interessante anche al di fuori degli Stati Uniti.
America First, nella lettura degli elettori descritta da Vance, non può significare subordinare gli interessi americani a quelli di un alleato, né assumere impegni militari senza una chiara valutazione del loro beneficio per gli Stati Uniti.
Il rapporto con Israele viene così ricondotto alla stessa domanda che dovrebbe valere per ogni alleanza: quali interessi nazionali americani vengono tutelati e a quale prezzo?
Non significa necessariamente isolazionismo, né rifiuto di ogni intervento internazionale. Significa chiedere che la politica estera sia sottoposta a una verifica di utilità nazionale e di consenso democratico.
Il messaggio all’Europa
Qui il ragionamento si allarga. La vicenda americana pone una domanda anche ai governi europei: per quanto tempo una classe dirigente può chiedere ai cittadini di sostenere sacrifici economici, energetici e militari in nome di una strategia internazionale, senza sottoporre quella strategia a una verifica realistica dei suoi risultati?
Il confronto con l’Europa è particolarmente interessante perché non siamo davanti a una posizione europea perfettamente uniforme.
Regno Unito – L’opinione pubblica britannica è stata, fra i Paesi occidentali considerati da YouGov nel febbraio 2026, quella più favorevole a sostenere l’Ucraina fino alla vittoria, anche a costo di prolungare la guerra: il 46% sosteneva questa impostazione.
Germania – La posizione prevalente era diversa: il 40% preferiva incoraggiare una pace negoziata, anche se ciò avesse comportato lasciare alla Russia il controllo di territori conquistati.
Italia – La preferenza per una soluzione negoziata era ancora più marcata, al 56%.
Anche le dichiarazioni ufficiali tedesche mostrano una situazione più articolata di quella di una semplice volontà di prolungare il conflitto.
Il 4 novembre Merz ha dichiarato che è tempo che la guerra finisca, pur insistendo sulla necessità di garanzie di sicurezza e di un ruolo europeo nei negoziati.
L’Unione europea, dal canto suo, dichiara di sostenere una soluzione diplomatica, ma la condiziona a una pace che non premi l’aggressione russa e garantisca la sicurezza dell’Ucraina.
La sua posizione ufficiale è dunque: continuare a sostenere militarmente Kiev per arrivare a negoziati da una posizione di forza. Utopia.
La questione politica è se questa strategia sia ancora sostenibile, quali siano i suoi costi e quali risultati concreti possa produrre.
L’arroccamento dei servi della finanza
La questione va oltre la questione militare. Una parte delle classi dirigenti europee ha interesse a mantenere la contrapposizione con la Russia perché una sua conclusione imporrebbe di fare i conti con i risultati delle politiche seguite negli ultimi anni.
È un’ipotesi politica che va articolata in tre livelli distinti:
1. Il costo economico della strategia: sanzioni, riassetto degli approvvigionamenti energetici, maggiori spese militari e perdita di alcuni rapporti economici con la Russia hanno prodotto costi che meritano una valutazione trasparente.
2. Gli interessi industriali e finanziari: il riarmo e la riconversione delle risorse pubbliche verso la difesa creano opportunità per determinati settori industriali e finanziari. Questo non dimostra, da solo, che la guerra venga prolungata per favorire tali interessi.
3. La responsabilità politica: una soluzione negoziata costringerebbe i governi europei a spiegare quali obiettivi siano stati raggiunti, quali siano falliti e quali costi siano stati sostenuti. È una questione legittima di rendicontazione democratica.
La lezione democratica e il suo possibile significato globale
Il risultato americano contiene una questione di fondo: il mandato elettorale non è una delega in bianco.
Un elettore può sostenere un presidente perché promette di evitare nuove guerre, ridurre i costi, proteggere il lavoro nazionale e rimettere al centro gli interessi del proprio Paese.
Se poi giudica che l’azione di governo si sia allontanata da quelle promesse, può ritirare il proprio consenso. È precisamente il meccanismo di responsabilità politica che le elezioni dovrebbero garantire.
Il dato economico rafforza questa lettura: secondo gli exit poll citati da Reuters, quasi nove elettori su dieci consideravano il costo della vita un fattore importante o cruciale nella scelta di voto. La guerra, dunque, non va isolata dalla condizione materiale delle famiglie.
La questione che gli Stati Uniti pongono indirettamente agli alleati è allora questa: se una strategia internazionale diventa insostenibile per i cittadini, chi ha il diritto di mantenerla in vita? I governi, gli apparati, le alleanze, i gruppi economici interessati, oppure gli elettori che ne sopportano i costi?
È qui che il voto americano può diventare un messaggio globale: la politica estera non è una zona sottratta alla democrazia interna.
Un problema che riguarda la democrazia in Europa
E questo riguarda direttamente anche l’Europa. Se il progetto europeo vuole conservare legittimità, deve dimostrare che la propria politica economica, energetica, industriale e militare produce sicurezza e benessere per i cittadini, non soltanto coerenza con gli indirizzi delle istituzioni e degli apparati.
La finanziarizzazione dell’economia europea può inserirsi proprio qui: non come spiegazione unica della guerra o delle scelte dei governi, ma come critica a un modello nel quale la capacità produttiva, l’autonomia energetica e il benessere sociale rischiano di diventare subordinati a obiettivi finanziari e strategici definiti lontano dal controllo degli elettori.
L’Unione Europea, dittatura burocratica
L’Unione Europea si comporta ormai come una dittatura, bocciando elezioni, tentando di forzarne altre, escludendo chi non è in linea con la logica burocratica al servizio della finanza di Bruxelles.
L’Unione Europea è una dittatura burocratica guerrafondaia che vuole perpetuare il conflitto con la Russia sulla pelle dei cittadini europei.
Questa non è un’accusa, ma l’individuazione di un problema politico fondamentale: la distanza crescente fra legittimazione democratica nazionale e potere decisionale delle istituzioni europee.
Esiste un problema strutturale riconosciuto dalle stesse istituzioni europee: il cosiddetto deficit democratico, ossia la distanza fra i poteri esercitati dalle istituzioni comunitarie e la capacità dei cittadini di influenzarne direttamente le decisioni.
La questione diventa particolarmente delicata quando la Commissione esercita un forte potere di iniziativa e di indirizzo, le decisioni economiche e finanziarie condizionano le politiche nazionali, i governi sono sottoposti a pressioni attraverso procedure e strumenti finanziari e le scelte strategiche vengono presentate come obblighi tecnici o morali, anziché come opzioni politiche discutibili.
Non è necessario che esista una dittatura in senso giuridico perché possa manifestarsi una forma dittatoriale di accentramento burocratico del potere.
La guerra con la Russia: il punto di maggiore tensione
Qui i documenti ufficiali consentono di individuare una contraddizione politica da discutere.
Il Consiglio europeo, nel giugno 2026, ha ribadito contemporaneamente: la disponibilità a sostenere gli sforzi diplomatici; il proseguimento del sostegno militare, finanziario e politico all’Ucraina; l’aumento della pressione sulla Russia; il rifiuto di una soluzione che riconosca i territori conquistati da Mosca come modifiche legittime dei confini.
L’Unione sostiene di voler raggiungere una pace giusta e duratura, ma pone un problema concreto: quali condizioni devono essere soddisfatte perché l’Europa consideri possibile una trattativa e quanto a lungo è disposta a sostenere i costi della strategia attuale?
È una domanda che non può essere liquidata come filorussa. Riguarda la responsabilità dei governi verso i propri cittadini.
Il vero problema: chi decide e chi paga?
Il ragionamento può essere condensato in una questione di sovranità.
Il circuito della responsabilità democratica.
I cittadini europei votano, pagano le imposte, sostengono i costi economici e sociali
Governi nazionali e istituzioni europee definiscono politiche economiche, energetiche, industriali e militari
Conseguenze sulle società: inflazione, costi energetici, spesa militare, pressione sui bilanci, trasformazione industriale
La verifica democratica: i cittadini possono cambiare indirizzo politico attraverso il voto?
La questione decisiva è se questo circuito funzioni davvero, oppure se le scelte fondamentali vengano rese sostanzialmente irreversibili attraverso vincoli istituzionali, finanziari e politici.
E qui ritorna il collegamento con le elezioni americane: se una parte dell’elettorato statunitense ha punito il GOP perché ha percepito una distanza fra il programma elettorale e la politica estera effettivamente praticata, lo stesso criterio di responsabilità deve valere per i governi europei.
La democrazia non può essere invocata soltanto per giustificare una politica internazionale: deve poter essere esercitata anche per cambiarla.
L’Unione Europea sta distruggendo l’Europa
Grazie alle dissennate politiche dell’Unione Europea, il continente rischia di perdere progressivamente la capacità di produrre ciò di cui ha bisogno, di mantenere occupazione qualificata e di finanziare il proprio modello sociale.
La crisi industriale è una realtà concreta. Un elemento particolarmente significativo è che non si tratta soltanto di una critica proveniente dall’esterno delle istituzioni europee.
Nel suo Rapporto annuale 2026 sul mercato unico e la competitività, la stessa Commissione europea riconosce che: la base industriale europea si sta erodendo; si stanno perdendo posti di lavoro manifatturieri e si chiudono stabilimenti; i prezzi energetici restano elevati e gravano sull’industria; gli investimenti privati sono diminuiti; l’Europa continua ad avere un ritardo negli investimenti in ricerca e sviluppo.
EUR-Lex
Il rapporto macroeconomico europeo del 2026 aggiunge un dato importante: la produttività europea cresce meno di quella americana e il divario si è ampliato dopo la pandemia. La Commissione riconosce che questa debolezza mette a rischio anche la capacità di finanziare il modello sociale europeo.
Quindi il problema esiste anche nella diagnosi ufficiale europea. La discussione riguarda soprattutto le responsabilità e le politiche da correggere.
Il meccanismo economico che mette in difficoltà l’Europa
Ci sono vari fattori negativi che si rafforzano reciprocamente: la catena della perdita di capacità produttiva; energia più cara; costi di produzione più elevati rispetto a concorrenti statunitensi e asiatici; minore competitività industriale; investimenti rinviati, produzione ridotta, delocalizzazioni e chiusure; indebolimento del lavoro produttivo; perdita di occupazione qualificata, competenze e filiere; riduzione della ricchezza prodotta; minore crescita, gettito fiscale e capacità di investimento, pressione sul welfare; maggiori difficoltà nel finanziare sanità, pensioni, assistenza e servizi pubblici.
A questa catena si aggiungono almeno tre elementi: la concorrenza cinese, che non riguarda più soltanto i prodotti a basso costo, ma anche settori tecnologici avanzati; la debolezza degli investimenti europei, soprattutto nella trasformazione tecnologica e nell’industrializzazione delle innovazioni; i vincoli di bilancio, che possono limitare la capacità degli Stati di sostenere investimenti pubblici e servizi sociali.
Il ruolo britannico e la finanza
La Gran Bretagna non fa più parte dell’Unione europea, ma continua ad avere una posizione influente attraverso NATO, relazioni con Washington, diplomazia e cooperazione militare. La sua politica di sicurezza è fortemente orientata al contenimento della Russia.
La City di Londra rappresenta uno dei principali centri finanziari internazionali. La letteratura accademica ha documentato storicamente la capacità del settore finanziario britannico di influenzare il dibattito politico e regolamentare, anche a livello europeo.
Quanto pesa la logica della finanza nella definizione delle priorità economiche europee, rispetto alle esigenze dell’industria manifatturiera? È un interrogativo che investe direttamente il rapporto fra capitale finanziario e capitale produttivo.
Il welfare compresso a discapito del popolo
Il modello sociale europeo non si finanzia con dichiarazioni di principio. Si finanzia con: produzione industriale e servizi ad alto valore aggiunto; occupazione e salari; imprese che generano reddito e pagano imposte; produttività e crescita; una base fiscale sufficientemente ampia.
Se si indebolisce la capacità produttiva, si restringe anche la base materiale che sostiene il welfare.
Si crea così un paradosso: si può continuare a proclamare la difesa del modello sociale europeo, mentre si adottano politiche che ne rendono sempre più difficile il finanziamento.
Non significa che ogni riduzione di un servizio pubblico sia conseguenza della deindustrializzazione: contano anche invecchiamento demografico, organizzazione della spesa, evasione fiscale e scelte distributive.
Ma il nesso fra produttività, crescita e sostenibilità del welfare è riconosciuto anche dalla Commissione.
Il collegamento con la guerra in Ucraina
La guerra e la contrapposizione con Mosca hanno contribuito a modificare radicalmente il sistema energetico europeo. La Commissione riferisce che la bolletta delle importazioni energetiche dell’UE è scesa a 427 miliardi di euro nel 2024, dopo aver raggiunto 604 miliardi nel 2022.
I prezzi industriali del gas e dell’elettricità, pur ridimensionati rispetto alla crisi, restavano allora da due a quattro volte superiori a quelli dei principali concorrenti commerciali dell’Unione.
La rottura dei precedenti rapporti energetici ha avuto conseguenze economiche disastrose.
La domanda strategica è se l’Europa abbia valutato adeguatamente il prezzo della propria scelta e se abbia costruito alternative energetiche e industriali sufficientemente competitive. La risposta è no.
La questione politica di fondo
La questione politica di fondo è la separazione fra economia finanziaria ed economia reale.
L’Europa rischia di avere progressivamente subordinato tre esigenze fondamentali:
1. La sicurezza energetica alla ridefinizione geopolitica dei rapporti internazionali.
2. La competitività industriale a un sistema di vincoli e obiettivi che non sempre considera le condizioni reali delle imprese.
3. La sostenibilità del welfare a una disciplina finanziaria che rischia di trascurare la necessità di far crescere la ricchezza prodotta.
La contraddizione è che un continente non può conservare indefinitamente il proprio modello sociale se perde la capacità di produrre ricchezza, tecnologia, energia e lavoro qualificato.
La sovranità non è soltanto poter decidere la propria politica estera. È anche possedere le fabbriche, le competenze, le infrastrutture, l’energia e le risorse necessarie per rendere effettive quelle decisioni.
Questo è il collegamento più forte fra la critica all’Unione europea, la questione ucraina e il messaggio politico emerso dalle elezioni americane: il consenso democratico, la capacità produttiva e l’interesse nazionale non possono essere considerati variabili subordinate a una strategia finanziaria o geopolitica.
E aggiungerei una domanda che potrebbe diventare il titolo di un capitolo del tuo lavoro:
Chi sta pagando il prezzo della strategia europea, e chi ne decide gli obiettivi?
Basta armi a Kiev e elezioni in Ucraina
È giunta l’ora di chiudere il rubinetto della armi a Kiev e di chiedere che gli ucaini possano esprimersi con il voto su cosa intendono fare.
L’Unione europea continua a finanziare la capacità militare ucraina. Il 30 ottobre 2026 la Commissione ha proposto di destinare altri 45 miliardi di euro all’Ucraina per il 2027, di cui 31,7 miliardi destinati alla capacità industriale e difensiva.
La domanda è se questa strategia stia avvicinando la pace oppure stia semplicemente rendendo possibile la prosecuzione del conflitto.
Una sospensione delle forniture militari europee potrebbe essere concepita come leva per ottenere: un cessate il fuoco verificabile; l’avvio di negoziati diretti; un calendario per le elezioni ucraine; garanzie di sicurezza per entrambe le parti; un accordo che impedisca la ripresa delle ostilità.
Oggi tutto questo va inscritto nell’avvio di negoziati diretti con la mediazione degli Usa.
Zelensky è stato eletto nel 2019 per un mandato quinquennale. Le elezioni successive non si sono svolte perché in Ucraina vige la legge marziale.
La situazione giuridica attuale è chiara: il 26 ottobre 2026 Zelensky ha firmato un’ulteriore proroga della legge marziale e della mobilitazione generale per 90 giorni, a partire dal 31 ottobre. La legislazione ucraina vieta lo svolgimento delle elezioni durante la legge marziale.
Il presidente della Commissione elettorale ucraina ha spiegato che milioni di cittadini sono all’estero, altri sono sfollati e molti militari sono al fronte. Servono quindi condizioni materiali e giuridiche per garantire un voto realmente rappresentativo.
Lo stesso Zelensky, nel febbraio 2026, ha dichiarato di essere disponibile a elezioni dopo un cessate il fuoco e la predisposizione di garanzie di sicurezza.
Il risultato dovrebbe essere una nuova legittimazione democratica delle istituzioni ucraine, perché oggi non sappiamo se davvero Zelensky rappresenta la volontà del popolo ucraino.
Zelensky è ormai eterodiretto
Il governo ucraino dipenda in misura rilevante dagli aiuti militari, finanziari e diplomatici occidentali. Questa dipendenza attribuisce ai finanziatori una capacità di influenza sulle scelte di Kiev.
La questione democratica è se tale influenza possa arrivare a condizionare le decisioni politiche ucraine oltre il mandato conferito dagli elettori.
Un nuovo voto consentirebbe agli ucraini di esprimersi anche su questo: continuare la guerra, accettare un compromesso territoriale, perseguire una diversa politica di sicurezza, ridefinire i rapporti con Russia, Stati Uniti ed Europa.
Non spetta a Bruxelles, Londra, Washington o Mosca scegliere il presidente dell’Ucraina. Spetta agli ucraini.
Il momento diplomatico attuale
C’è un’occasione immediata: sono previsti per il 10 e 11 novembre a Abu Dhabi colloqui tecnici fra rappresentanti ucraini, americani e russi. Secondo Reuters, i temi comprendono garanzie di sicurezza, cessate il fuoco energetico e tregua nel Mar Nero.
Questi colloqui potrebbero essere un passaggio importante per verificare se esista una strada negoziale concreta.
L’Europa deve smettere di considerare il prolungamento della guerra come una strategia inevitabile.
Dopo anni di combattimenti, distruzioni, morti, impoverimento e perdita di popolazione, è necessario cambiare indirizzo: cessate il fuoco, negoziato e condizioni per restituire agli ucraini il diritto di scegliere il proprio futuro.
Non può essere Bruxelles a decidere per Kiev, né Londra a determinare la politica di sicurezza di un intero continente. E non può essere neppure Mosca a imporre il futuro dell’Ucraina.
Occorre creare le condizioni affinché il popolo ucraino possa votare liberamente, scegliere i propri rappresentanti e decidere quale compromesso sia disposto ad accettare per porre fine alla guerra.
Il sostegno militare non può diventare un impegno permanente, indipendente dai risultati e dalla volontà delle popolazioni coinvolte.
La pace non deve essere decisa dagli apparati, dagli interessi militari o dalle burocrazie internazionali. Deve tornare a essere una scelta politica sottoposta alla volontà dei cittadini.
Non si può chiedere agli europei di sostenere indefinitamente una guerra senza un confronto democratico, e non si può chiedere agli ucraini di combatterla indefinitamente senza restituire loro la possibilità di scegliere politicamente il proprio futuro.





