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La grande sfida tra nazionalismo e democrazia

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La grande sfida tra nazionalismo e democrazia

Obiettivo ultimo: non sacrificare i diritti individuali

Giorni or sono si è votato in Israele. La scorsa domenica si è votato in Brasile. A giorni si voterà negli Stati Uniti.

Tre Paesi lontanissimi per storia, cultura e religione, eppure attraversati da un conflitto politico sorprendentemente simile.

È un fenomeno che osserviamo anche in Francia, Italia, Serbia e in gran parte dell’Europa.

La grande contrapposizione politica del nostro tempo non è più soltanto quella tradizionale tra destra e sinistra.

È sempre più spesso quella tra due visioni della società: una nazionalista, identitaria, fondata sulla sovranità e sull’appartenenza; l’altra pluralista, internazionalista, fondata sulla cooperazione e sull’universalità dei diritti.

Naturalmente, le differenze economiche tra destra e sinistra rimangono. Ma questa nuova frattura attraversa entrambi gli schieramenti e, in molti Paesi, ne sta ridefinendo i confini.

Israele ne offre, oggi, un esempio particolarmente significativo.

Un interessante articolo del New York Times racconta il confronto tra due uomini che rappresentano visioni profondamente diverse del futuro dello Stato ebraico.

Da una parte Simcha Rothman, esponente della destra religiosa, sostenitore della controversa riforma giudiziaria di Netanyahu e convinto che la terra d’Israele appartenga al popolo ebraico per diritto divino.

Dall’altra Yoav Segalovitz, ex alto ufficiale di polizia, ebreo laico e liberale, che ha compiuto una scelta politicamente significativa: candidarsi con Raam, un partito arabo guidato da Mansour Abbas.

Segalovitz non ha rinunciato al sionismo né all’identità ebraica di Israele. Ritiene però che il futuro del Paese richieda una piena partecipazione politica dei cittadini arabi, che rappresentano circa un quinto della popolazione.

La sua riflessione è illuminante. Abbas è religioso, lui è laico. Abbas è arabo, lui è ebreo. Abbas è conservatore, lui è liberale. Eppure hanno deciso di collaborare, privilegiando ciò che possono costruire insieme rispetto a ciò che li divide.

È possibile difendere la propria identità senza negare quella degli altri? È possibile costruire una nazione senza trasformare una parte dei suoi cittadini in ospiti permanenti?

Sono interrogativi che vanno ben oltre Israele.

Il trauma del 7 ottobre 2023, con circa 1.200 morti e 251 ostaggi, ha profondamente trasformato la società israeliana. La sicurezza è diventata una preoccupazione dominante, mentre la prospettiva dei due Stati è praticamente scomparsa dal dibattito politico.

Netanyahu e i suoi alleati rivendicano una politica fondata sulla forza militare, sulla sicurezza e sull’identità nazionale. I loro oppositori denunciano l’indebolimento dei contrappesi democratici e chiedono una diversa relazione con i cittadini arabi e con la comunità internazionale.

Non si tratta semplicemente di decidere chi governerà Israele, ma di confrontarsi con due concezioni della sua identità nazionale.

Qualcosa di analogo, pur nelle enormi differenze storiche, accade negli Stati Uniti.

Il trumpismo propone una visione fortemente nazionalista, nella quale l’identità americana viene frequentemente associata alla tradizione cristiana e all’etnia bianca. I suoi critici richiamano, invece, il pluralismo costituzionale, l’uguaglianza dei cittadini e il ruolo internazionale degli Stati Uniti.

Il 3 novembre gli americani voteranno per rinnovare la Camera e parte del Senato. Non sarà un referendum su un’unica questione, ma anche queste diverse concezioni dell’America contribuiranno a definire il confronto.

In Brasile, intanto, Lula ha appena conquistato un quarto mandato, sconfiggendo Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti. Una vittoria significativa dopo l’affermazione di movimenti nazionalisti e conservatori in diversi paesi latinoamericani.

E in Europa?

Qui la contrapposizione assume una dimensione ancora più concreta: più integrazione europea oppure ritorno alle sovranità nazionali?

La pandemia ci ha mostrato quanto siano importanti il coordinamento sanitario e gli acquisti comuni di vaccini. Il debito europeo comune ha aperto nuove possibilità di finanziamento.

Le guerre commerciali e i dazi dimostrano quanto conti la dimensione economica di un mercato di centinaia di milioni di persone. L’imperialismo di Putin può solo trovare un argine con una risposta comune europea.

La domanda fondamentale è: quanto può incidere, da solo, uno Stato europeo in un mondo dominato da grandi potenze?

C’è, infine, un paradosso che trovo particolarmente interessante.

Il nazionalismo è un fenomeno globale. Movimenti che proclamano la centralità assoluta della propria nazione condividono linguaggi, strategie e riferimenti politici attraverso le frontiere.

Questo dimostra però quanto le nostre società siano interconnesse, persino quando cercano di negarlo.

Forse è proprio questa la questione decisiva del XXI secolo: come conciliare identità nazionale, sovranità democratica e interdipendenza mondiale senza sacrificare i diritti individuali.

Giorni fa Israele affronta questa domanda nelle urne. Tra una poco toccherà nuovamente agli Stati Uniti.

E l’Europa dovrà continuare a confrontarcisi, indipendentemente da chi vincerà le prossime elezioni.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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