Un deficit di intelligence e una lettura ideologica da parte degli apparati accecano la comprensione dei fenomeni
Piazze incendiate da giovani delinquenti, anche minorenni, supermercati hackerati con frigoriferi diventati rosticcerie e milioni di cibi da buttare, caos nei cieli con finti allarmi di bombe a bordo degli aerei.
Chi sta portando il caos in Europa?
A rivendicare il caos nei cieli c’è il gruppo ‘Combattenti dello Stato maschile’, ossia una sigla che sembra una presa per i fondelli.
Non stiamo necessariamente parlando di un’unica organizzazione che dirige tutti questi episodi, ma di una possibile convergenza di azioni diverse che producono lo stesso risultato: destabilizzare la vita quotidiana, alimentare paura e sfiducia e mettere sotto pressione le istituzioni.
La domanda decisiva non è soltanto chi compie materialmente gli atti, ma se esista un soggetto che li coordina, li incoraggia o li sfrutta per ottenere un effetto politico e sociale.
Per dimostrarlo, però, occorre ricostruire i singoli episodi e le rivendicazioni, senza confondere coincidenza temporale e regia comune.
Non sono episodi isolati nel tempo
Guardiamo la sequenza degli avvenimenti.
11 – 12 ottobre – Francia – Attacco informatico agli impianti frigoriferi di circa 350 supermercati. Temperature alterate da remoto, merci deteriorate, incendi e perdite economiche di milioni di euro. Non è stata identificata una rivendicazione attendibile.
Fine ottobre – sette Paesi europei – Nuovi episodi analoghi in Belgio, Svezia, Lussemburgo, Finlandia, Irlanda, Estonia e altri Paesi. La Commissione europea ha condannato quello che ha definito un tentativo deliberato di perturbare la filiera alimentare.
31 ottobre – Germania – Manifestazioni giovanili in 34 città. A Francoforte saccheggi, vetrine distrutte e bottiglie incendiarie contro i soccorritori.
2 – 5 novembre – Europa – Falsi allarmi bomba su almeno 21 voli nell’arco di quattro giorni, secondo le ricostruzioni giornalistiche. Coinvolti aeroporti e compagnie di numerosi Paesi. Nessun ordigno è stato trovato.
5 novembre – Francia – Proseguono le proteste, iniziate a settembre e alimentate da questioni sociali, costo della vita e servizi pubblici. Il governo ha mobilitato 70.000 uomini delle forze di sicurezza per le manifestazioni previste.
Non è difficile pensare ad una regia che dà gli input, i quali sono poi rilanciati dalla rete.
Il caso dei «Combattenti dello Stato Maschile»
Qui c’è un particolare che merita attenzione. La denominazione richiama il movimento russo Male State, fondato nel 2016 da Vladislav Pozdnyakov, noto per la propaganda misogina, ultranazionalista e omofoba. Il movimento è stato dichiarato estremista e vietato in Russia nel 2021. La mail che ha rivendicato le minacce ai voli diretti a Roma utilizza proprio il linguaggio antifemminista caratteristico di quella galassia ideologica.
Perché non basta parlare di guerra ibrida
La guerra ibrida, nel suo significato più ampio, combina strumenti militari e non militari, attività informatiche, disinformazione, sabotaggio e pressione economica.
Ma gli episodi che stiamo osservando possono produrre qualcosa di ancora più ampio: una perturbazione sistemica della normalità sociale.
Consideriamo gli effetti:

Il risultato può essere una società nella quale ogni cittadino si sente esposto a un pericolo diverso: il passeggero in aereo, il consumatore al supermercato, il genitore a scuola, il cittadino in strada.
E questo può accadere anche senza una regia unica.
Chi potrebbe esserci dietro?
Dobbiamo tenere aperte diverse ipotesi.
Criminalità informatica: gruppi che sfruttano vulnerabilità tecnologiche per danneggiare o ricattare.
Estremismi ideologici: gruppi che cercano visibilità attraverso azioni dimostrative e intimidazioni.
Attori statali o collegati a Stati: soggetti interessati a testare le vulnerabilità europee, provocare disordine e misurare la capacità di reazione.
Emulazione e opportunismo: gruppi indipendenti che approfittano di un clima di allarme per moltiplicare gli episodi.
È significativo anche che il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi abbia definito ostile e coordinata la sequenza degli allarmi che hanno riguardato scuole e voli. Questo è un elemento da considerare, pur senza trasformarlo in una prova della responsabilità di uno Stato.
Il problema più profondo: la vulnerabilità europea
Un Paese può disporre di satelliti, caccia, intelligence elettronica e sistemi informatici sofisticati, ma essere vulnerabile se non comprende le dinamiche sociali, le reti informali, i soggetti che alimentano il disordine e i punti deboli delle proprie infrastrutture.
Inoltre, la distinzione fra protesta legittima, criminalità, estremismo e sabotaggio deve rimanere rigorosa. Se tutto viene classificato come minaccia ibrida, si rischia di non riconoscere le responsabilità specifiche.
Non abbiamo ancora le prove di un’unica centrale che diriga incendi, saccheggi, attacchi informatici e falsi allarmi aerei.
Abbiamo però una sequenza documentata di episodi, alcuni dei quali transnazionali e apparentemente coordinati, che colpiscono infrastrutture e servizi essenziali.
Stiamo assistendo alla semplice somma di criminalità, estremismo e disordine sociale, oppure qualcuno sta imparando a sfruttare contemporaneamente le vulnerabilità tecnologiche e quelle sociali dell’Europa?
C’è un evidente deficit di intelligence
C’è un evidente deficit di intelligence europea che si affida troppo alle tecnologie, mentre è necessario avere dei sensori umani sul territorio e degli analisti non ideologizzati che traggono le conclusioni delle informazioni.
La tecnologia consente di osservare una quantità enorme di fenomeni, intercettare comunicazioni, individuare anomalie, seguire movimenti e analizzare flussi di dati.
Ma non necessariamente consente di capire perché le persone agiscano, quali rapporti esistano fra loro, quali tensioni attraversino una comunità e quali intenzioni si nascondano dietro comportamenti apparentemente ordinari.
È proprio qui che entra in gioco la HUMINT (Human Intelligence).
Il territorio come sistema di sensori umani
Un sistema d’intelligence efficace non dovrebbe conoscere soltanto le infrastrutture strategiche, ma anche il tessuto umano che le circonda.
I sensori umani non sono necessariamente agenti segreti. Possono essere persone che, per professione e posizione, conoscono direttamente una realtà: personale che opera nei servizi logistici e manutentivi; responsabili della sicurezza e operatori dei trasporti; amministratori locali e operatori dei servizi pubblici; persone che conoscono le dinamiche associative e sociali; esperti capaci di interpretare le trasformazioni di un territorio.
Il loro valore consiste nella conoscenza del contesto, non nella raccolta indiscriminata di informazioni personali.
Un sistema tecnologico può rilevare che in una struttura si è verificata un’anomalia. Una persona che conosce quella struttura può aiutare a comprendere se si tratta di un guasto, di una modifica organizzativa, di un comportamento insolito o di qualcosa che richiede ulteriori verifiche.
Il secondo problema: l’analista
A mio avviso, questo è persino più importante del primo.
Avere molte informazioni non significa possedere molta conoscenza. L’analista deve saper distinguere:
il dato (che cosa è accaduto?); l’informazione (quali elementi confermano l’accaduto?); il contesto (quali relazioni esistono fra gli eventi?); l’interpretazione (quali spiegazioni sono plausibili?); la valutazione strategica (quali conseguenze potrebbero derivarne?).
Il rischio maggiore è che l’analista parta da una convinzione ideologica e selezioni le informazioni per confermarla. Questo significa che lo Stato o gli Stati hanno perso la capacità di un esame di realtà, perché all’interno hanno soggetti accecati dall’ideologia.
Per esempio: se ritiene che ogni disordine sia spontaneo, potrebbe non riconoscere un’eventuale organizzazione; se considera ogni protesta un’operazione ostile, potrebbe criminalizzare fenomeni sociali autentici; se identifica preventivamente un determinato Stato come responsabile, potrebbe interpretare ogni indizio in quella direzione.
L’intelligence deve essere capace di mettere in discussione anche le convinzioni dei propri governanti.
Un elemento essenziale è che l’analisi non deve dipendere dalla gerarchia delle fonti: un’informazione proveniente da una persona apparentemente marginale può essere preziosa, ma deve essere verificata e confrontata con altre evidenze.
Il deficit europeo è anche un problema di organizzazione
L’Europa dispone di servizi nazionali di intelligence, competenze tecnologiche e strutture di cooperazione. Il problema è anche la capacità di integrare informazioni provenienti da Paesi diversi, con culture operative, priorità e interessi nazionali differenti.
Non basta quindi costruire una piattaforma informatica comune. Occorre una capacità di interpretazione condivisa, senza cancellare le responsabilità nazionali.
E soprattutto occorre evitare che l’intelligence diventi uno strumento di conferma delle strategie politiche già decise.
Il principio da seguire
La tecnologia vede. L’essere umano osserva e comprende. L’analista collega e verifica. L’intelligence giudica le probabilità, non produce certezze artificiali.
Questo comporta anche una cultura professionale fondata sul dissenso analitico: chi propone un’interpretazione alternativa non deve essere considerato un elemento disturbatore, ma una risorsa.
È una lezione che emerge proprio dai due casi come il 7 ottobre israeliano: informazioni disponibili, ma interpretazione condizionata da convinzioni consolidate e l’Iran: capacità tecnologica e militare, ma difficoltà nel prevedere le conseguenze politiche e sociali dell’intervento.
In entrambi i casi, il problema non era semplicemente la mancanza di dati.
La vera superiorità dell’intelligence non consiste nel sapere più cose degli altri, ma nel riuscire a capire prima degli altri che cosa significano.





