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Trump al bivio: guerra o diplomazia?

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guerra o diplomazia

L’Iran, Hormuz e il rischio di una crisi globale

La crisi tra Stati Uniti e Iran è arrivata a un passaggio delicato.

Le ultime dichiarazioni di Donald Trump hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro, ma nello stesso tempo hanno lasciato aperta una possibilità diplomatica.

Il presidente americano ha detto di trovarsi in una «fase decisionale» sull’Iran, prospettando tre possibilità: un accordo, il progressivo collasso dell’economia iraniana sotto il peso delle sanzioni oppure un’azione diretta contro la leadership di Teheran.

Nello stesso momento, però, il presidente USA ha dichiarato di essere disponibile a incontrare il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a New York.

È questa la contraddizione apparente che caratterizza oggi la politica americana: la minaccia di un’ulteriore escalation viene utilizzata insieme alla possibilità di un negoziato.

Washington vuole ottenere dall’Iran garanzie sul programma nucleare, sulle capacità missilistiche e sul suo apparato militare, oltre a ridurre il sostegno iraniano alle formazioni alleate presenti nella regione.

Ma il confronto non riguarda più soltanto questi aspetti. Sullo sfondo c’è una questione ancora più ampia: il controllo delle principali rotte energetiche del Golfo.

Il punto più sensibile è lo Stretto di Hormuz. Il traffico marittimo è fortemente diminuito e il passaggio delle navi è diventato più rischioso e costoso.

Non è necessario che il petrolio scompaia completamente dai mercati perché i prezzi aumentino: è sufficiente che diventi più difficile trasportarlo. È questa la ragione per cui Hormuz rappresenta oggi il vero termometro della crisi.

Il petrolio, intanto, sta mostrando una dinamica apparentemente contraddittoria. Il Brent è tornato intorno ai 100 dollari al barile, anche grazie alla speranza che l’incontro tra Trump e Pezeshkian possa aprire uno spazio per la diplomazia.

Ma questo calo non significa che la crisi energetica sia stata superata. Il mercato sta semplicemente riducendo, almeno temporaneamente, il premio di rischio legato alla possibilità di una nuova escalation.

La situazione è resa ancora più complessa dall’allargamento geografico del conflitto. La pressione degli Houthi nello Yemen, gli attacchi contro obiettivi nell’area del Golfo e le difficoltà delle esportazioni energetiche aumentano il rischio che una guerra inizialmente concentrata sul confronto tra Stati Uniti e Iran finisca per coinvolgere una parte più ampia del sistema energetico mediorientale.

Per l’Europa questo rappresenta una vulnerabilità significativa. Un aumento prolungato del prezzo del petrolio avrebbe effetti non soltanto sui carburanti, ma anche sui trasporti, sull’industria e sul costo delle merci.

Se alla pressione sul petrolio si aggiungesse quella sul gas, l’effetto sarebbe ancora più pesante: maggiore inflazione da una parte e minore crescita economica dall’altra.

L’Italia sarebbe esposta soprattutto attraverso il mercato europeo. Non è necessario dipendere direttamente dal petrolio iraniano per risentire di una crisi nel Golfo: il prezzo dell’energia è determinato da un mercato globale e un aumento delle quotazioni internazionali si trasferisce, con tempi diversi, anche sull’economia italiana.

L’effetto più immediato sarebbe sui carburanti, ma il problema non si fermerebbe alla pompa di benzina. Un’energia più costosa significa trasporti più cari, maggiori costi per le imprese e, di conseguenza, una pressione sui prezzi dei beni e dei servizi. Particolarmente esposti sarebbero l’industria, la logistica e il trasporto aereo.

È proprio questo il punto in cui una crisi geopolitica può trasformarsi in una questione economica. Finché il conflitto rimane circoscritto e le rotte energetiche continuano a funzionare, seppure con difficoltà, i mercati possono assorbire parte dello shock.

Se invece la guerra dovesse coinvolgere direttamente le infrastrutture petrolifere e del gas del Golfo, oppure provocare una chiusura prolungata delle principali rotte commerciali, le conseguenze sarebbero molto più profonde.

La vera partita si gioca quindi su due tavoli contemporaneamente. Sul piano politico e militare, Trump deve decidere se mantenere la pressione su Teheran come strumento per ottenere un accordo oppure procedere verso una nuova escalation.

Sul piano economico, il mondo osserva invece la tenuta delle rotte energetiche e la capacità dei Paesi produttori di continuare a garantire le esportazioni.

Per questo l’eventuale incontro tra Trump e Pezeshkian assume un’importanza che va oltre il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Iran.

Se Washington e Teheran riuscissero ad aprire un negoziato credibile, anche senza arrivare immediatamente a un accordo definitivo, potrebbe ridursi il rischio percepito dai mercati e aumentare la possibilità di un ritorno alla normalità dei traffici.

Se, invece, il confronto dovesse fallire e prevalesse una nuova fase militare, il problema non sarebbe più soltanto la durata della guerra, ma la sua capacità di trasformarsi in uno shock energetico internazionale.

È questo il vero punto di svolta.

La crisi iraniana non è più soltanto una questione di politica estera americana, né può essere letta esclusivamente attraverso l’equilibrio militare del Medio Oriente.

La posta in gioco riguarda ormai la sicurezza delle rotte commerciali, la stabilità dei mercati energetici e, indirettamente, la tenuta economica dell’Europa.

Per l’Italia questo significa che le conseguenze potrebbero arrivare anche senza un coinvolgimento diretto nel conflitto. Potrebbero manifestarsi attraverso il prezzo della benzina, il costo del gas, le bollette, i trasporti, la produzione industriale e l’inflazione.

Ma soprattutto attraverso una domanda più ampia: quanto a lungo l’economia europea può assorbire uno shock energetico senza trasformarlo in un problema di crescita?

Nelle prossime settimane sarà quindi decisivo osservare non una singola dichiarazione di Trump o di Teheran, ma l’evoluzione complessiva della crisi: il traffico attraverso Hormuz, la sicurezza delle infrastrutture energetiche del Golfo, il fronte yemenita e la possibilità di un vero negoziato tra Washington e Teheran.

Se questi elementi si muoveranno verso una stabilizzazione, la crisi potrebbe gradualmente perdere parte della sua forza sui mercati.

Se, invece, dovessero deteriorarsi contemporaneamente, il rischio sarebbe quello di una crisi molto più ampia, nella quale il conflitto mediorientale diventerebbe anche una crisi energetica e inflazionistica globale.

È questa, in definitiva, la dimensione più importante della partita che si apre oggi.

La decisione di Trump non riguarda soltanto il destino dello scontro con l’Iran: può determinare il grado di instabilità del Medio Oriente, la sicurezza delle principali rotte energetiche del pianeta e una parte significativa delle condizioni economiche con cui l’Europa e l’Italia dovranno confrontarsi nei prossimi mesi.

A New York, nelle prossime ore, la diplomazia avrà quindi davanti a sé una responsabilità che va ben oltre il rapporto tra due Paesi: capire se esiste ancora uno spazio per fermare l’escalation prima che il costo della guerra diventi un problema per tutti.

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