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Polonia: il possibile test russo contro la NATO e la guerra cognitiva

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Polonia: il possibile test russo contro la NATO e la guerra cognitiva

Una partita di percezioni prima ancora che di territori

La notizia più importante che arriva dal fianco orientale dell’Europa non è necessariamente quella di un attacco imminente, ma qualcosa di più sottile e, proprio per questo, strategicamente più rilevante, la possibilità che la Russia possa decidere di mettere alla prova la NATO senza necessariamente dichiarare una guerra alla NATO.

È questo il significato dell’allarme arrivato da Varsavia, Donald Tusk ha riferito al Parlamento polacco che le valutazioni dell’intelligence indicano come possibile, nei prossimi mesi, una serie di azioni ibride russe contro Paesi che sostengono l’Ucraina, compresa la Polonia.

Il modello evocato è quello di droni o missili che potrebbero entrare nello spazio di un Paese NATO e provocare danni, per poi essere descritti ufficialmente da Mosca come un incidente.

Non è un dettaglio semantico, è nella logica di un’operazione destinata a testare la risposta dell’Alleanza ma anche forte della sua ambiguità.

Tusk non ha indicato pubblicamente una singola agenzia come fonte dell’avvertimento ha parlato di valutazioni dei servizi e di intelligence.

Quanto riferito dall’Associated Press sarebbero informazioni provenienti da intelligence NATO, ucraina e statunitense, inclusa la CIA.

Parallelamente, diversi responsabili dell’intelligence europea e baltica hanno espresso preoccupazioni analoghe, fino all’ipotesi che Mosca possa cercare di verificare la determinazione occidentale in un orizzonte temporale di mesi e non più di anni.

Un conto è dire che l’intelligence sta valutando la possibilità di un attacco o di una provocazione; un altro è affermare che Vladimir Putin abbia deciso di attaccare la NATO.

Le informazioni pubblicamente disponibili non consentono di compiere questo salto, ma tale distinzione è fondamentale perché, in una crisi strategica, la percezione della minaccia può diventare essa stessa parte della dinamica del conflitto.

Il punto nevralgico resta sempre la geografia.

Per comprenderlo bisogna guardare a quella sottile porzione di territorio che attraversa il confine fra Polonia e Lituania, il corridoio di Suwałki che è uno dei luoghi apparentemente più insignificanti della carta geografica europea e, nello stesso tempo, uno dei più importanti dal punto di vista militare.

È la stretta connessione terrestre che unisce i Paesi baltici al resto del territorio NATO e si trova compressa fra due realtà strategiche russe, Kaliningrad a nord-ovest e la Bielorussia, alleata di Mosca, a sud-est.

Kaliningrad è l’elemento che rende questa geometria ancora più delicata, in quanto è un’exclave russa sul Baltico, separata fisicamente dal territorio della Federazione Russa, fortemente militarizzata e dotata di capacità missilistiche, navali e di difesa aerea.

Per Mosca rappresenta una piattaforma avanzata nel cuore del Baltico; per la NATO rappresenta una delle principali aree dalle quali la Russia può esercitare capacità di interdizione e negazione dell’accesso.

Il problema strategico è quindi evidente se si immagina una crisi militare nell’area baltica, il corridoio di Suwałki diventa il punto attraverso cui la NATO deve mantenere la continuità terrestre fra Polonia e Lituania e, più in generale, fra l’Europa centro-orientale e Estonia, Lettonia e Lituania.

Kaliningrad da una parte e Bielorussia dall’altra costituiscono una sorta di tenaglia geografica. Non significa che Mosca abbia oggi la capacità o la decisione politica di chiudere quel corridoio.

Ma in uno scenario di confronto, quella strettoia rappresenterebbe inevitabilmente uno dei punti decisivi della geometria militare europea.

Ecco che la nozione di “test” assume il suo significato più preciso.

Una Russia che volesse realmente aprire una guerra convenzionale contro la NATO dovrebbe affrontare un problema enorme, l’Alleanza dispone di una superiorità complessiva di risorse, capacità industriali, economiche e militari che rende estremamente rischioso trasformare deliberatamente un confronto locale in una guerra generale.

Ma una Russia interessata a modificare il comportamento europeo non avrebbe necessariamente bisogno di fare questo, potrebbe cercare qualcosa di diverso come verificare quanto è realmente solida la soglia politica dell’articolo 5.

Un drone che entra nello spazio aereo polacco, un missile che cade vicino a un’infrastruttura strategica, un sabotaggio attribuito a soggetti non identificati, un attacco informatico accompagnato da un incidente fisico.

Un’azione contro un’infrastruttura logistica utilizzata per sostenere l’Ucraina, oppure un evento sufficientemente grave da produrre vittime, ma sufficientemente ambiguo da consentire a Mosca di negarne la responsabilità.

In tutti questi casi la domanda diventerebbe la stessa: la NATO considera l’episodio un’aggressione deliberata oppure un incidente?

L’articolo 5 non è un automatismo matematico nel quale un singolo evento produce necessariamente una determinata risposta militare, ma un impegno politico di difesa collettiva, la cui applicazione passa attraverso una valutazione degli alleati sulla natura dell’attacco.

Per questo un’azione ambigua potrebbe avere un valore strategico superiore a quello di un attacco apertamente dichiarato e non perché sia militarmente più potente, ma perché costringe l’avversario a discutere mentre è sotto pressione.

La finalità, in questa prospettiva, non sarebbe necessariamente conquistare Varsavia, occupare la Polonia o aprire una guerra europea, molto più probabilmente è quella di dimostrare che esiste una distanza fra la promessa della difesa collettiva e la sua applicazione concreta.

La Russia avrebbe interesse a verificare se, davanti a un episodio limitato, tutti gli alleati reagirebbero allo stesso modo. Se alcuni chiedessero una risposta militare, altri invocassero prudenza e altri ancora insistessero sulla necessità di evitare un’escalation, Mosca avrebbe ottenuto un’informazione strategica preziosa non necessariamente una vittoria militare, ma la conoscenza del punto esatto in cui la coesione politica dell’Alleanza comincia a incrinarsi.

L’exclave non è soltanto un territorio russo sul Baltico, ma una posizione geografica attraverso la quale Mosca può esercitare pressione sul fianco nord-orientale della NATO e, insieme alla Bielorussia, condizionare la sicurezza del corridoio di Suwałki, è una presenza russa collocata esattamente nel punto in cui la geografia dell’Alleanza è più stretta.

Suwałki è da anni uno dei luoghi più studiati dagli strateghi militari europei, un punto nel quale la geografia potrebbe trasformarsi rapidamente in strategia.

La guerra in Ucraina ha trasformato la Polonia da retrovia logistica dell’Europa orientale in uno dei principali nodi strategici della NATO.

Attraverso il territorio polacco passano uomini, armamenti, rifornimenti e infrastrutture fondamentali per sostenere Kiev, colpire anche indirettamente, la capacità logistica polacca significherebbe quindi colpire una delle arterie attraverso cui l’Occidente sostiene l’Ucraina.

La Russia non avrebbe bisogno di dimostrare di poter sconfiggere la NATO le sarebbe sufficiente dimostrare che può renderne più difficile la decisione.

In una guerra di logoramento, il tempo è una variabile strategica, se l’Occidente comincia a percepire ogni incidente sul proprio territorio come il possibile inizio di un conflitto generale, aumenta la pressione politica interna affinché si riduca il livello di coinvolgimento.

Se, invece, ogni episodio viene trattato come un incidente isolato, aumenta il rischio che la soglia di deterrenza venga progressivamente erosa.

È una partita di percezioni prima ancora che di territori.

Ed è qui che entra in gioco la guerra cognitiva, in una competizione strategica contemporanea, non è necessario che l’avversario distrugga una città per produrre un effetto, può essere sufficiente modificare il modo nel quale una società interpreta il rischio, alimentare l’incertezza, amplificare la paura o costringere i governi a prendere decisioni sotto una pressione psicologica crescente.

La paura, in questo senso, non è soltanto una conseguenza della minaccia ma può diventare una variabile strategica.

Non possiamo pensare ad un allarme occidentale come uno strumento per alimentare la paura, perché rendere pubblica un’informazione dell’intelligence significa anche preparare la società, rafforzare la deterrenza e comunicare a Mosca che l’Alleanza è consapevole del rischio, la percezione, dunque, diventa essa stessa parte del confronto.

Per questo la domanda “Putin vuole davvero attaccare la NATO?” va trattata con cautela.

Non abbiamo elementi pubblici sufficienti per affermarlo, la Russia possiede capacità e interesse a esercitare pressione sull’Europa, ma capacità, interesse e intenzione non sono la stessa cosa.

Se una società comincia a vivere ogni incursione, ogni drone o ogni sabotaggio come l’inizio inevitabile di una guerra, l’avversario ha già ottenuto qualcosa prima ancora di sparare un colpo ha modificato il comportamento dell’altro.

Per questo considero particolarmente importante la formula utilizzata da Varsavia, “attacco accidentale”, che descrive perfettamente il tipo di ambiguità che potrebbe mettere in difficoltà una struttura come la NATO.

Potrebbe essere quella, molto più sottile, che separa un incidente da un atto di guerra.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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