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Hormuz, il giorno in cui la guerra può entrare nelle nostre case

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Hormuz, guerra

Il margine di sicurezza si sta restringendo

Non guardo più soltanto alle bombe. Guardo alle navi che non partono, al petrolio che cambia rotta, alle merci che rallentano.

Perché è lì che una guerra lontana può diventare improvvisamente una guerra vicina.

Ci sono notizie che sembrano appartenere a un’altra parte del mondo.

E poi ci sono notizie che bisogna imparare a leggere prima che arrivino sulle nostre tavole, nelle nostre fabbriche, nei nostri porti, nelle nostre bollette.

Per me, oggi, quella notizia passa dallo Stretto di Hormuz.
Una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato mentre entrava nello stretto. Due membri dell’equipaggio sono rimasti lievemente feriti. La nave ha continuato la navigazione.
Ma il fatto più importante non è soltanto quello che è accaduto a una nave.
È quello che sta accadendo alle navi.
Il traffico commerciale attraverso Hormuz si è ridotto drasticamente: nel fine settimana soltanto una dozzina di navi ha attraversato lo stretto, contro una media prebellica di circa 125 grandi navi commerciali al giorno. Hormuz è una delle arterie attraverso cui passa una parte decisiva dell’energia mondiale.
E contemporaneamente, nel Mar Rosso, gli Houthi hanno acquisito nuove posizioni strategiche intorno a Bab el-Mandeb, mentre l’Arabia Saudita è direttamente coinvolta nella nuova fase del conflitto yemenita.

Anche il traffico attraverso Bab el-Mandeb sta diminuendo.

È questo intreccio che mi preoccupa.

Hormuz da una parte. Bab el-Mandeb dall’altra. Arabia Saudita nel mezzo. Iran sullo sfondo. Stati Uniti chiamati a scegliere quanto intervenire.

Non siamo più davanti a tanti conflitti separati.
Stiamo osservando una possibile trasformazione dell’intero sistema delle rotte energetiche e commerciali del Medio Oriente.

E qui l’Italia deve guardare con particolare attenzione.
Perché noi non siamo spettatori.

Siamo una grande nazione marittima, industriale e manifatturiera. Abbiamo porti, importazioni energetiche, interessi commerciali e una posizione geografica che ci colloca proprio sulla direttrice Mediterraneo – Mar Rosso – Oceano Indiano.

Se le rotte diventano più lunghe, più costose e più insicure, il problema non rimane nel Golfo.

Arriva in Europa.

E, prima o poi, arriva anche in Italia.

Non significa che domani avremo necessariamente una crisi energetica.

Sarebbe irresponsabile dirlo.

Significa, però, che il margine di sicurezza si sta restringendo.

Ed è proprio questo che mi insegna la geopolitica: non bisogna aspettare l’esplosione per accorgersi che qualcosa sta bruciando.

Bisogna osservare i segnali.

Una petroliera colpita.

Le navi che diminuiscono.

I transponder che vengono spenti.

Le compagnie che cercano rotte alternative.

I costi del trasporto che aumentano.

Il Mar Rosso che diventa più difficile da attraversare.

E, soprattutto, una diplomazia che non riesce ancora a ricomporre il quadro.

Persino Washington sta cercando di calibrare con estrema cautela la propria risposta agli Houthi, mentre l’Arabia Saudita chiede maggiore attenzione alla minaccia proveniente dallo Yemen.

Io non so dove porterà tutto questo.

E proprio per questo non mi permetto profezie.

Ma so che Hormuz non è soltanto uno stretto geografico.

È un punto di pressione sul mondo.

E quando un punto di pressione comincia a chiudersi, bisogna chiedersi non soltanto chi stia combattendo.

Bisogna chiedersi: chi pagherà il prezzo della guerra anche senza averla dichiarata?

È questa, oggi, la domanda che porrei all’Italia.

Perché una guerra può cominciare lontano.

Ma il suo prezzo può arrivare molto vicino.

E qualche volta arriva senza missili.

Arriva su una nave che non parte.

Su una merce che ritarda.

Su un’energia che costa di più.

Arriva lentamente.

Ed è proprio per questo che può essere ancora più pericoloso non accorgersene.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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