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Italianità e scuola: divieto di burqa e tetto agli stranieri in classe

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Italianità e scuola

La Premier annuncia provvedimento al CdM per il ritorno alla scuola del merito, della valutazione e delle regole

Giorgia Meloni ha detto basta. Fine della sottomissione. Quanti anni abbiamo aspettato per sentire da un Presidente del Consiglio questa parola di cinque lettere?

Il provvedimento in arrivo in Consiglio dei Ministri chiude a una tolleranza a senso unico.

Dentro ci sono tre cose: il divieto di burqa e niqab a scuola, un numero massimo di alunni stranieri per classe e l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori dei ragazzi che non riescono a inserirsi.

Chi ci legge tre norme scolastiche non ha capito niente. È lo stop a una postura, quella di un Paese che da vent’anni chiede scusa di esistere.

Perché di questo si è trattato. Di sottomissione, per usare il titolo del romanzo dello scrittore francese Michel Houellebecq.

Un libro che i quartieri bene hanno letto come fantascienza, mentre le periferie come cronaca.

Presepi smontati per non offendere. Canti di Natale riscritti. Scuole chiuse per la fine del Ramadan. Crocifissi staccati dal muro da presidi più zelanti di qualunque imam.

Ed è questo che brucia: nessuno ce lo aveva ordinato. Abbiamo fatto tutto da soli.

Come è stato possibile? Grazie a una sola parola, “razzista”, usata come un manganello.

La maestra che in classe conta i bambini italiani sulle dita di una mano sa benissimo che così non si insegna a nessuno, né ai nostri né agli altri. Tace, perché parlare costa l’etichetta e l’etichetta costa la carriera.

Dall’altra parte il meccanismo è speculare. Chi chiede e ottiene sempre impara una cosa sola: a chiedere ancora. La concessione senza contropartita non viene letta come cortesia.

Viene letta come debolezza.

Dietro c’è una storia precisa. Caduto il Muro, la sinistra ha perso gli operai e si è cercata un nuovo proletariato. Lo ha trovato sui barconi.

Una parte della Chiesa ha fatto dell’accoglienza l’unico comandamento. Il centrodestra, per anni, ha avuto più paura dei titoli dei giornali che dei propri elettori.

Risultato: un’intera classe dirigente ha celebrato l’integrazione senza mai pagarne il prezzo.

Meloni lo ha detto con la frase più riuscita del discorso: chi fa la morale dai salotti manda i figli in scuole dove il problema non esiste.

È così. Il conto non è mai arrivato nei centri storici. È arrivato in periferia, al figlio dell’operaio finito in una classe dove l’italiano è la lingua straniera.

Chi poteva ha cambiato scuola in silenzio.

Gli esperti la chiamano “white flight”, fuga dei bianchi. Ci hanno fatto sopra cento convegni. “Parole parole”, canterebbe Mina. Chi non poteva è rimasto.

Poi quelle famiglie votano. E qui bisogna guardare al Nord Europa.

Lo stesso giorno, in Germania, l’AfD è diventata il primo partito del Meclemburgo-Pomerania. Due settimane prima aveva stravinto in Sassonia-Anhalt.

Si dirà: è un Land piccolo e l’AfD non governerà nemmeno, perché gli altri si metteranno insieme pur di tenerla fuori.

Vero. A Berlino, poi, ha vinto l’estrema sinistra. Vero pure questo.

Ma il numero da guardare è un altro. La CDU, il partito di Adenauer e di Kohl, si è fermata al 4,9%. Fuori dal Parlamento regionale. Cinque anni fa l’AfD, lì, aveva il 16,7. Oggi ha il 38,2.

Con l’AfD non c’è un solo punto di contatto: non la storia, non i toni, non le amicizie internazionali.

Ma quattro elettori su dieci non sono diventati estremisti in una notte. Sono persone che per anni hanno fatto una domanda e hanno ricevuto in risposta una predica.

Ecco la lezione tedesca, che riguarda tutti i moderati d’Europa. Quando i partiti seri non dicono basta, gli elettori non smettono di pensarlo. Vanno a cercarlo dove qualcuno lo urla.

Berlino all’estrema sinistra e la provincia all’estrema destra raccontano la stessa cosa: il centro che tace si svuota.

L’aria è cambiata ovunque. In Danimarca la stretta l’hanno fatta i socialdemocratici. A Vienna un cancelliere popolare vuole scrivere in Costituzione il divieto dell’Islam politico.

Non è più destra contro sinistra. È realtà contro salotto radical chic.

E non è questione di razzismo. Nello stesso discorso Giorgia Meloni ha reso onore al ragazzo congolese che ha difeso la professoressa accoltellata.

Il confine non passa tra bianchi e neri. Passa tra chi sta alle regole di questo Paese e chi pretende che il Paese stia alle sue.

Lo stesso vale per il volto coperto. La sinistra dovrà scegliere tra la parità uomo – donna che sbandiera ogni giorno e una tradizione che chiude le ragazze in un sacco.

Da che parte staranno le femministe?

Quanto all’italiano per i genitori, è la norma meno rumorosa e la più importante. Una madre che dopo dieci anni non sa parlare con la maestra non è integrata: è reclusa.

E un figlio che fa da interprete al padre ha già capito quale lingua conta in casa.

Adesso, però, viene il difficile. Un annuncio non è la Gazzetta Ufficiale.

Il tetto del 30% esiste dal 2010. Una circolare, sepolta sotto le deroghe prima ancora di essere applicata. Chi se ne è accorto?

Stavolta serve una legge senza scappatoie. Serve misurare la lingua e non il passaporto, che si ottiene per anzianità di residenza, mentre l’italiano no.

Serve dire dove vanno i bambini in eccesso nei quartieri dove gli stranieri sono maggioranza. Altrimenti la norma resta un titolo di giornale.

Nelle stesse ore, a Pontida, la Lega ha scritto sul palco a caratteri cubitali “Non passa lo straniero”. È il verso del Piave.

Quando alleati che si contendono gli stessi voti dicono la stessa cosa nella stessa domenica, non è più propaganda. È il Paese che ha parlato prima di loro.

Oggi, però, quel verso ha un significato nuovo. Fermare un bambino su un fiume? Nemmeno per sogno.

Si vuole che chi lo attraversa impari la lingua di questa sponda, ne rispetti le regole, guardi la maestra in faccia.

Il governo ha passato il fiume a parole. Ora lo passi con un decreto, in fretta.

A Schwerin il tempo dei moderati è scaduto domenica. A Roma l’orologio cammina ancora, ma nessuno sa per quanto.

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