di Gianvito Caldararo
Il 13 giugno organizzato dalla Fondazione Craxi e dalla School of Government della Luiss si è tenuto un convegno con il titolo: “Attori della politica estera italiana nella transizione 1987-1998”. L’occasione ha offerto ad Antonio Badini, consigliere diplomatico di Craxi, di compiere una riflessione sulla centralità della politica estera durante i governi guidati da Craxi.
Craxi artefice e protagonista di una politica estera che accrebbe il prestigio dell’Italia, il cui livello attuale – sottolinea Badini – “appare tornato ai margini di una dinamica a zig zag degli equilibri di ordine mondiale, esso stesso in fase di profondo cambiamento”. Badini ritiene che l’attività di ricerca storica della Fondazione Craxi dovrebbe rivolgersi maggiormente verso “quei paesi dove l’azione di Bettino Craxi ha avuto grande spessore, ad esempio gli ex membri del Patto di Varsavia, Ungheria e Polonia in prima linea, i Paesi dell’America Latina, in particolare il Cile di Allende, il Perù di Garcia, l’Uruguay di Sanguineti, l’Argentina di Alfonsin”.
Tutte personalità con cui Craxi ha intensamente collaborato nell’Internazionale socialista, in stretta intesa con i capi di Governo spagnolo, Gonzales, di quello portoghese, Soares e con il presidente francese Mitterand. Erano, infatti, sostiene Badini, quelli della ” conquista della libertà e della democrazia, i temi ricorrenti in cui Craxi era fortemente impegnato “. Le sue battaglie si focalizzavano sulla lotta contro le dittature, sia di destra che di sinistra, per sconfiggere l’oppressione. L’anelito forte che io vidi in lui, dichiara Badini, ” era soprattutto di agire in favore dei Paesi che lottavano per conquistare la libertà e promuovere la giustizia sociale “. Viene ricordato l’assassinio del presidente del Cile, Salvador Allende, e la forte determinazione di Craxi di volerlo denunciare nel discorso che era programmato il 5 marzo del 1985 al Congresso americano riunito.
L’occasione gli veniva offerto dalla sua visita alla Casa Bianca, su invito dell’allora Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan. Badini ricorda la forte preoccupazione che serpeggiava nei due ambasciatori, Rinaldo Petrignani, ambasciatore italiano a Washington e Maxwell Rabb, ambasciatore Usa a Roma. Ma Craxi, con coraggio evocò il “feroce e biasimevole assassinio” di Allende, con sospetti di connivenza con organismi americani. Il discorso fu accolto da un lungo e fragoroso applauso che i membri del Congresso tributarono a Craxi.
Fu quella l’occasione che accrebbe visibilmente l’interesse e l’ammirazione nei suoi riguardi da parte di Reagan. Da Badini, viene ricordato di come grazie a Craxi, in un’azione condotta in sintonia con Giulio Andreotti, altro stratega di rilievo, al tempo alla guida del ministero degli esteri, “che la guerra fredda cominciò ad avere i giorni contati”.
Tutto cominciò con una riunione segreta che nel febbraio del 1985 si tenne a Palazzo Chigi tra Craxi, Andreotti e Andrej Gromyko, accompagnato dall’ambasciatore dell’URSS a Roma, Anatoli Lunkov. Fu precisamente Lunkov, come scrive Badini, “che mirava a chiarire se il Governo italiano fosse stato d’accordo a formulare un messaggio pubblico di grande apertura politica, qualora il Politburo, e quindi il Soviet supremo, avesse scelto Mikhail Gorbaciov, quale successore di Cernjenko, ormai troppo malato”. In precedenza vi era stata una forte polemica tra Craxi e Andropov, che veniva accusato da Palazzo Chigi di attizzare tensioni pericolose nei rapporti Est-Ovest.
Ma Craxi non si lasciò intimidire e replicò con una lettera con un linguaggio ancora più duro.
Dice Badini: “apprendemmo successivamente dallo stesso Gromjko, che la replica di Bettino Craxi ad Jurij Andropov fece enorme impressione sui membri del Politburo di Mosca, inducendoli a cambiare strategia e a scegliere l’uomo che avrebbe saputo meglio fronteggiare la difficile situazione dell’Unione sovietica del tempo con le idee piuttosto che con le minacce, le quali avrebbero aggiunto, nelle parole di Lunkov, “buio a buio”.
In sostanza Gromjko, confidava a Craxi che il Soviet era ormai convinto di cambiare strategia e di nominare come nuovo Segretario Generale del PCUS Mikail Gorbaciov, allora membro dell’ala moderata del Politburo. Chiedevano se il Governo italiano fosse stato pronto in quell’ipotesi a inviare le proprie felicitazioni a Gorbaciov, con l’augurio di stabilire presto con Mosca nuove e migliori relazioni e, quindi, aprire la via ad altri partner occidentali.
Craxi e Andreotti furono, quindi, i primi leader occidentali a sapere che Mosca era pronta a sostituire la “corsa agli armamenti” con gli “assetti fiduciari”. I due Governi guidati da Craxi, annoverano a loro credito più di un successo. Badini, sottolinea di come “Craxi non cessava mai di seguire una linea di coerenza strategica, che egli identificava nel duplice obiettivo degli interessi dell’Italia ad una crescita socio-economica stabile e in una diplomazia capace di prevenire i conflitti e quando ciò non fosse stato possibile, di ricercare tempestive soluzioni politiche”.
Oltre al caso più noto di Sigonella, viene ricordato di come Craxi aveva saputo opporre nel 1986 il suo rifiuto a Reagan al sorvolo del nostro territorio dei caccia americani diretti in Libia per eseguire una rappresaglia nei confronti di Gheddafi.
Anni dopo Silvio Berlusconi, allora alla guida di Palazzo Chigi, non fu in grado di resistere alle pressioni di Nikola Sarkozy, allora presidente francese, lasciando che la Risoluzione della Nazioni Unite, “Human Protector”, approvata dalle N.U. per la protezione in Libia delle vite umane, servisse di fatto da foglia di fico per sovvertire il regime di Gheddafi.
Le conseguenze di tale sciagurata azione sono ben note. Ha ragione chi dice che uomini come Craxi, sono giganti rispetto ai nani che circolano politicamente in questi tempi. Per le tante ragioni, Craxi meriterebbe avere dall’Italia il giusto riconoscimento e il meritato apprezzamento.




