Home Economia e finanza ANALISI STORICA DELL’EFFETTO DELLE POLITICHE DEL GOVERNO SULL’ECONOMIA ITALIANA – 1

ANALISI STORICA DELL’EFFETTO DELLE POLITICHE DEL GOVERNO SULL’ECONOMIA ITALIANA – 1

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di Marco Palombi

Il bello di esser vecchi, è che c’è del passato, che si è conosciuto e sperimentato sulla propria pelle, sul quale basare le proprie analisi.

Il bello di esser economisti, è che… devo ancora scoprirlo.

Una questione che mi è stata posta, da economista della scuola liberale francese, è quanto fosse stato importante il ruolo dello Stato nel governo dell’economia in Italia negli ultimi 50 anni.

Il governo si è mosso sempre in un’ottica di reazione, pur se nel tentativo (vano) di anticipare gli andamenti dell’economia, subendo gli input dell’economia globale.

Anni ’70: inflazione

Durante lo shock petrolifero degli anni ’70, l’Italia, come molti altri paesi, adottò una combinazione di politiche monetarie e fiscali per mitigare l’impatto economico. Il primo shock petrolifero nel 1973-1974 causò un aumento drammatico dei prezzi del petrolio, quadruplicando il costo del barile e facendo importare inflazione (da costi). Questo aumento dei costi energetici portò a una condizione di stagflazione, in cui l’economia subiva sia alta inflazione che bassa crescita economica.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, durante questo periodo i tassi di interesse nominali erano effettivamente elevati. Questo aumento dei tassi era una risposta alla crescente inflazione, ma i tassi reali (tassi nominali corretti per l’inflazione) erano spesso negativi. Ad esempio, nei primi anni ’70, i tassi di interesse nominali superavano il 10%, mentre l’inflazione era altrettanto elevata, se non di più, portando a tassi reali negativi.

Nel contempo, il governo italiano aumentò l’offerta di moneta per stimolare l’economia. Questo aumento dell’offerta monetaria contribuì a un’inflazione ancora più alta. Si trattava di superare con l’inflazione da massa monetaria l’inflazione da costi, in modo da dare la possibilità alle imprese di vendere ad un prezzo maggiorato di un delta superiore al delta di aumento dei costi.

Tale politica fornì anche il capitale necessario alle imprese per continuare a operare.

Ancora, il governo introdusse diverse misure di supporto alle imprese, inclusi incentivi fiscali e sussidi, per aiutarle a gestire l’aumento dei costi. Questo sostegno era cruciale per mantenere la fiducia delle imprese e impedire un crollo della produzione industriale.

Il governo offrì riduzioni fiscali alle imprese per incoraggiare investimenti e mantenere l’occupazione. Questi incentivi fiscali erano mirati a compensare i costi aggiuntivi derivanti dall’aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia. Furono concessi sussidi diretti per ridurre l’impatto dei costi energetici sulle imprese, soprattutto per i settori più colpiti come l’industria manifatturiera. Questi sussidi aiutavano a mantenere competitivi i prezzi dei prodotti finiti.

Nel contempo, per limitare l’inflazione e mantenere la stabilità economica, il governo implementò misure di controllo dei prezzi su beni di prima necessità.

Dal punto di vista del credito, il governo e la Banca d’Italia facilitarono l’accesso al credito per le imprese attraverso la riduzione delle riserve obbligatorie e altre misure che incoraggiavano le banche a prestare denaro alle aziende.

Furono anche implementati programmi per prevenire licenziamenti di massa e per mantenere la stabilità del mercato del lavoro. Questi programmi includevano incentivi per il mantenimento dell’occupazione e la formazione professionale per riqualificare i lavoratori colpiti dalla crisi.

Ma l’inflazione si attestava intorno al 20% annuo, un valore non sostenibile nel medio periodo.

Anni ’80: debito pubblico

Il governo, insieme alla Banca d’Italia, iniziò a implementare una politica monetaria restrittiva per cercare di controllare l’inflazione. Questa stretta monetaria includeva l’aumento dei tassi di interesse e la riduzione dell’offerta di moneta. Tuttavia, nonostante queste misure, l’inflazione rimase alta per diversi anni, attestandosi ancora sopra il 10% fino al 1984.

Per gestire le sfide economiche senza aggravare la disoccupazione, il governo aumentò significativamente il debito pubblico. Questo periodo vide un notevole aumento del ricorso ai prestiti governativi per finanziare la spesa pubblica, portando a un debito pubblico crescente.

Questo anche perché, nel contempo, i tassi di interesse rimanevano alti, e quindi c’era l’esigenza di una maggiore presenza dello Stato nell’economia, con il fine di fornire una propulsione alla domanda.

Il governo ampliò i programmi di sicurezza sociale, inclusi pensioni, assistenza sanitaria e sussidi di disoccupazione. Questa spesa fu aumentata per sostenere i redditi delle famiglie e garantire un minimo di benessere sociale durante un periodo di difficoltà economiche. La spesa per la sicurezza sociale aumentò dal 20% al 30% del bilancio pubblico tra il 1980 e il 1990​.

Furono introdotti e ampliati i programmi di sussidi di disoccupazione e iniziative di formazione professionale per aiutare i lavoratori a trovare nuove opportunità di impiego e ridurre la disoccupazione. La spesa per sussidi di disoccupazione crebbe del 50% nel corso del decennio.

Il governo investì in grandi progetti infrastrutturali come strade, ferrovie, e reti energetiche per modernizzare il paese e stimolare la crescita economica a lungo termine. La spesa per infrastrutture pubbliche passò dal 5% al 10% del PIL nel corso degli anni ’80​.

Furono anche lanciati programmi di sviluppo urbano e edilizia popolare per migliorare le condizioni abitative e creare posti di lavoro nel settore delle costruzioni, e gli investimenti in edilizia pubblica e sviluppo urbano aumentarono del 40%, sempre nello stesso decennio​.

Per finanziare questi programmi, il governo aumentò significativamente il ricorso ai prestiti governativi, facendo crescere il debito pubblico dal 60% del PIL nel 1980 a oltre il 100% del PIL alla fine del decennio. Il debito pubblico passò da 150 miliardi di euro nel 1980 a 400 miliardi di euro nel 1990.

Ma neanche questa politica poteva esser sostenibile nel medio periodo.

Anni ’90: Transizione all’Euro e Spostamento verso il Debito Privato

Il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, stabilì i criteri per l’adesione all’Unione Economica e Monetaria Europea, che prevedeva l’adozione dell’Euro come valuta comune. Gli obiettivi principali erano la stabilità economica, la convergenza delle politiche economiche e monetarie degli Stati membri, e l’incremento del peso economico e negoziale dell’Europa a livello globale.

Per entrare nell’Eurozona, i paesi dovevano rispettare i seguenti criteri di convergenza:

  • Il rapporto debito pubblico/PIL non doveva superare il 60%.
  • Il disavanzo annuale doveva essere inferiore al 3% del PIL.
  • Il tasso di inflazione non doveva superare dell’1,5% quello dei tre Stati membri con la più bassa inflazione.
  • I tassi di interesse a lungo termine non dovevano superare del 2% quelli dei tre Stati membri con i tassi più bassi.
  • I paesi dovevano mantenere la stabilità dei tassi di cambio senza svalutazioni significative rispetto all’ECU per almeno due anni.

Per conformarsi ai criteri di Maastricht, l’Italia implementò rigorose politiche di austerità. Dal 1992 al 1999, l’Italia ridusse il rapporto debito/PIL dal 121% al 115%, anche se non riuscì a portarlo sotto il 60%; il disavanzo pubblico scese dal 10% del PIL nel 1992 al 2,7% nel 1999, rispettando il parametro del 3%; l’inflazione fu ridotta dal 5,4% nel 1992 a meno del 2% nel 1999.

I tassi di interesse a lungo termine si allinearono ai livelli richiesti, scendendo dal 13% nel 1992 a circa il 6% nel 1999.

Per ridurre il debito pubblico e il disavanzo, il governo italiano implementò una serie di misure di austerità che includevano tagli alla spesa pubblica, aumenti delle tasse e riforme pensionistiche. Queste misure furono necessarie per rispettare i criteri di Maastricht, ma ebbero anche conseguenze negative sull’economia.

Le politiche di austerità contribuirono a una contrazione dell’economia. Il PIL italiano subì un calo significativo nel 1993, con una contrazione del -0,9%​. Le misure di austerità portarono a un aumento della disoccupazione. Il tasso di disoccupazione salì dal 9,1% nel 1992 al 11,3% nel 1994​ e i tagli alla spesa pubblica e l’aumento delle tasse ridussero i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese, aggravando ulteriormente la recessione economica.

L’Italia quindi scelse di spostare l’enfasi delle politiche espansive verso il settore privato. Questo cambiamento fu facilitato attraverso varie misure volte a liberalizzare i mercati finanziari, incoraggiare il ricorso ai prestiti privati e concedere garanzie alle banche. Si intrapresero diverse riforme per liberalizzare i mercati finanziari, rendendo più facile per le banche e le istituzioni finanziarie operare e offrire credito. Queste riforme includevano la deregolamentazione dei tassi di interesse e la riduzione delle barriere all’ingresso per nuovi operatori finanziari. Questo includeva misure come la riduzione delle riserve obbligatorie e incentivi fiscali per i prestiti. Furono anche introdotte garanzie statali sui prestiti, che riducevano il rischio per le banche e le incentivavano a concedere più credito.

A seguito di tali misure, il debito delle famiglie italiane aumentò significativamente. Nel 1995, il debito delle famiglie era circa il 30% del PIL, ma crebbe rapidamente negli anni successivi, raggiungendo il 40% del PIL nel 2000​. Anche il debito delle imprese aumentò, poiché le aziende approfittarono dei tassi di interesse più bassi e delle migliori condizioni di credito per finanziare investimenti e espansioni.

I tassi di interesse a lungo termine in Italia scesero significativamente negli anni ’90, come già visto, passando da oltre il 10% all’inizio del decennio a circa il 6% nel 1999.

L’anticipazione dell’adozione dell’Euro e il crollo del Muro di Berlino creò un clima di ottimismo economico, incoraggiando ulteriormente le famiglie e le imprese a prendere in prestito e spendere.

2000 – 2008: Post-Euro

Le banche italiane, beneficiando della stabilità fornita dall’Euro, aumentarono notevolmente i prestiti a famiglie e imprese.

Il debito delle famiglie italiane aumentò dal 30% del PIL nel 2000 a oltre il 60% del PIL nel 2008​. Similmente, il debito delle imprese non finanziarie in Italia aumentò dal 60% del PIL nel 2000 a circa il 75% del PIL nel 2008.

La Banca Centrale Europea (BCE) mantenne i tassi di interesse a lungo termine a livelli storicamente bassi, che passarono dal 6% nel 2000 a circa il 3% nel 2008.

Parallelamente, il governo italiano, in collaborazione con la Banca Centrale Europea, ha adottato una serie di misure per rendere il credito più accessibile, particolarmente attraverso incentivi fiscali e garanzie sui prestiti. Queste misure avevano l’obiettivo di stimolare la domanda interna, sostenere il settore immobiliare e promuovere investimenti in settori strategici dell’economia.

Furono introdotte detrazioni fiscali significative per l’acquisto di prime case. Queste detrazioni includevano la possibilità di dedurre gli interessi sui mutui ipotecari dal reddito imponibile, riducendo così il carico fiscale per le famiglie.: Per stimolare ulteriormente il settore edilizio, il governo introdusse il “bonus ristrutturazioni”, che permetteva ai proprietari di case di detrarre una parte significativa delle spese di ristrutturazione dalla dichiarazione dei redditi.

Nel settore produttivo, al fine di incentivare le imprese a investire in beni strumentali e tecnologie avanzate, furono introdotti il super ammortamento e l’iper ammortamento. Questi strumenti permettevano di dedurre una percentuale maggiorata del costo degli investimenti in beni strumentali nuovi, incentivando così l’innovazione e la modernizzazione del settore produttivo. Inoltre, Il governo offrì crediti d’imposta alle imprese che investivano in ricerca e sviluppo, al fine di promuovere l’innovazione tecnologica e aumentare la competitività delle aziende italiane sui mercati internazionali.

Sempre al fine di sostenere il credito a privati, il governo italiano creò il Fondo di Garanzia per le Piccole e Medie Imprese (PMI), che forniva garanzie parziali sui prestiti concessi alle PMI. Questo strumento riduce il rischio per le banche, incentivandole a concedere prestiti a condizioni più favorevoli alle piccole e medie imprese.

Il Fondo di Garanzia ha facilitato l’accesso al credito per migliaia di PMI, sostenendo l’occupazione e la crescita in settori cruciali dell’economia italiana.

Invece, per sostenere il mercato immobiliare, furono introdotte garanzie statali sui mutui ipotecari, specialmente per i giovani e le famiglie a basso reddito. Queste garanzie riducono il rischio per le banche e permettono l’accesso al credito a categorie di cittadini che altrimenti avrebbero avuto difficoltà a ottenere un mutuo.

2008 – 2010: Crisi Finanziaria Globale

La crisi finanziaria globale del 2008 segnò un punto di svolta significativo per l’economia mondiale, e l’Italia non fu immune ai suoi effetti devastanti. La crisi, innescata dal crollo del mercato dei mutui subprime negli Stati Uniti, portò a una contrazione brusca dei mercati del credito globale, colpendo duramente l’economia italiana.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Italia subì una significativa contrazione. Nel 2009, il PIL italiano si ridusse del 5,3%, uno dei cali più gravi tra le economie avanzate​.

La crisi portò a un aumento significativo del tasso di disoccupazione. Il tasso di disoccupazione salì dal 6,7% nel 2008 al 9,5% nel 2010.​ Il segmento giovanile fu particolarmente colpit0, con il tasso che superò il 29% nel 2010, rispetto al 21,3% del 2008.

La disponibilità di credito si ridusse drasticamente a causa della crisi. Le banche italiane, colpite dalla perdita di liquidità e dall’aumento dei Non-Performing Loans (NPL), restrinsero l’erogazione di nuovi prestiti, sia strutturali che per liquidità.

La politica degli anni precedenti di prestare facilmente a PMI (scarsamente patrimonializzate) e a famiglie (che investivano su beni illiquidi come la casa) si è riflessa in un peggioramento della situazione delle banche, con conseguente riflesso sul loro rating e quindi sulla possibilità’ di diventare vulnerabili a scalate ostili.

Infatti, nel 2007, il debito delle PMI rappresentava circa il 60% del totale dei prestiti bancari alle imprese non finanziarie.

Nelle PMI italiane il rapporto debito/equity era molto elevato, indice di una forte dipendenza dal debito piuttosto che dal capitale proprio. Nel 2007, questo rapporto era particolarmente elevato, riflettendo una struttura finanziaria fragile. Secondo un rapporto di Mediobanca, nel 2007, il rapporto medio debito/equity delle PMI italiane era superiore a 2:1, indicando che per ogni euro di capitale proprio, c’erano più di due euro di debito​. Molte PMI italiane operavano con un patrimonio netto basso. Secondo un rapporto della Banca d’Italia, il patrimonio netto medio delle PMI italiane nel 2007 era di circa 200.000 euro, una cifra insufficiente per sostenere investimenti significativi o per assorbire perdite in periodi di crisi economica. Inoltre, le PMI italiane hanno storicamente un accesso limitato ai mercati dei capitali, il che le costringe a fare affidamento principalmente sui prestiti bancari per finanziare le loro attività. Meno del 10% delle PMI italiane nel 2007 aveva accesso al mercato azionario o ad altre forme di finanziamento basate sul capitale proprio.

La sottocapitalizzazione, come conseguenza lapalissiana, aumenta il rischio di insolvenza, poiché le imprese hanno meno riserve per far fronte a periodi di difficoltà economica. Durante la crisi finanziaria del 2008, molte PMI italiane non sono riuscite a onorare i propri debiti, contribuendo all’aumento dei Non-Performing Loans (NPL) nelle banche italiane.

Anche le famiglie hanno contribuito al problema.

Come dicevamo, le famiglie italiane hanno utilizzato gran parte del credito per investire in beni illiquidi come le case, che non potevano essere facilmente convertiti in liquidità in caso di necessità. Il debito delle famiglie italiane aumentò dal 30% del PIL nel 2000 a oltre il 60% del PIL nel 2008, con una grande parte di questo debito destinato all’acquisto di immobili. Durante la crisi, il valore degli immobili scese, rendendo difficile per molte famiglie onorare i propri debiti e contribuendo anch’esse all’aumento degli NPL.

Come conseguenza, il rapporto degli NPL sui prestiti totali aumentò dal 5% nel 2007 a oltre il 16% nel 2015.

Conseguenza secondaria è stata che l’aumento degli NPL ha peggiorato la qualità degli attivi delle banche, portando a un deterioramento del loro rating creditizio, rendendo loro più difficile l’accesso al mercato dei capitali. Ad esempio, tra il 2011 e il 2013, Moody’s ha declassato il rating di diverse banche italiane, tra cui il downgrade di tre notch del rating sovrano dell’Italia da Aa2 a A2 nel 2011, citando l’alto livello di NPL e le preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine.

Il peggioramento del rating e la debolezza patrimoniale resero le banche italiane vulnerabili a scalate ostili, poiché il loro valore di mercato diminuì e le loro capacità difensive si indebolirono. Nel 2014, Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) fu al centro di speculazioni riguardo potenziali acquisizioni ostili a causa della sua posizione finanziaria precaria e del deterioramento del suo rating

Debito Pubblico

Per contrastare gli effetti della crisi, il governo italiano incrementò la spesa pubblica e il debito pubblico aumentò significativamente. Il rapporto debito/PIL passò dal 102% nel 2008 al 116% nel 2010.

Per cercare di far fronte alla crisi, il governo si mosse con diversi strumenti, tutti a debito.

Furono erogati sussidi diretti alle imprese più colpite dalla crisi, specialmente nei settori manifatturiero e dei servizi. Questi sussidi miravano a mantenere l’occupazione e a evitare fallimenti aziendali. Solo nel 2009, il governo stanziò circa 5 miliardi di euro in sussidi diretti alle imprese, concentrandosi su quelle con difficoltà finanziarie immediate​.

Nel contempo, il governo introdusse vari incentivi fiscali: furono introdotte riduzioni fiscali e crediti d’imposta per le imprese che investivano in nuovi progetti, ricerca e sviluppo, e innovazione tecnologica. Tra il 2008 e il 2010, il valore totale degli incentivi fiscali ammontava a circa 10 miliardi di euro, con un focus su incentivi per l’innovazione e la digitalizzazione delle PMI​.

Inoltre, furono lanciati progetti di grande portata, come la costruzione di strade, ferrovie e infrastrutture energetiche, per migliorare l’efficienza del paese e stimolare la domanda interna. Nel 2009, il governo italiano annunciò un piano di investimenti infrastrutturali del valore di 16 miliardi di euro, destinato a essere implementato nei successivi tre anni​

Per facilitare l’accesso al credito e sostenere il settore bancario, furono introdotte diverse garanzie statali sui prestiti:

  • Fondo di Garanzia per le PMI: Questo fondo forniva garanzie sui prestiti concessi alle piccole e medie imprese, riducendo il rischio per le banche e incentivando l’erogazione di credito. Tra il 2009 e il 2013, il Fondo di Garanzia per le PMI coprì prestiti per un valore di circa 50 miliardi di euro, aiutando oltre 200.000 PMI ad accedere al credito.
  • Garanzie sui Mutui Ipotecari: Furono introdotte garanzie statali per i mutui ipotecari, specialmente per i giovani e le famiglie a basso reddito, per facilitare l’accesso alla proprietà immobiliare. Dal 2009 al 2013, le garanzie sui mutui ipotecari coprirono un valore totale di 10 miliardi di euro, contribuendo alla stabilità del mercato immobiliare e sostenendo le famiglie.

Anche la Banca Centrale Europea si mosse. La BCE in questo periodo ridusse i tassi di interesse ai livelli storicamente più bassi per stimolare l’economia e migliorare la liquidità nel sistema bancario.

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  • Redazione

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