
Ai progressisti, soprattutto se nati e cresciuti all’ombra dell’Ulivo, evidentemente fa difetto la memoria.
Infatti non si ricordano dell’operazione Allied Force (in italiano “Forza Alleata”): una campagna di attacchi aerei condotta dalla NATO, senza l’avallo dell’Onu, per oltre due mesi, contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, per ricondurre la delegazione serba al tavolo delle trattative, che aveva abbandonato dopo averne accettato le conclusioni politiche, e di contrastare l’operazione di spostamento della popolazione del Kosovo allo scopo di predisporre una sua spartizione tra Serbia e Albania.
Durante quei mesi si sviluppò una serie molto intensa di attacchi aerei partiti dall’Italia e da navi nell’Adriatico (in un secondo momento anche dall’Ungheria), contro la presenza militare serba in Kosovo e contro la capacità bellica serba, con una scelta degli obiettivi ad ampio spettro e con interventi “dissuasivi” e intimidatori nei confronti della popolazione allo scopo di esercitare una pressione sul governo serbo: tra questi il bombardamento delle centrali elettriche (soprattutto con bombe alla grafite, a effetto “psicologico”, che non provocano danni permanenti ma prolungati blackout), e il bombardamento della sede della televisione serba a Belgrado.
L’operazione Allied Force è stata la seconda azione militare nella storia della NATO sui territori dell’ex-Jugoslavia dopo l’operazione Deliberate Force del 1995 in Bosnia ed Erzegovina.
Il segretario generale della NATO Javier Solana dichiarò che il punto dell’operazione era applicare la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle nazioni unite n. 1199/98 per il cessate il fuoco, ma la Risoluzione non autorizzava l’uso della forza.
I Paesi della NATO tentarono di ottenere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’azione militare, incontrando l’opposizione di Russia e Cina, le quali dichiararono che avrebbero posto il veto su tale misura. Nonostante la mancanza dell’approvazione ONU la NATO lanciò ugualmente la sua campagna di bombardamenti.
Fissati gli obiettivi, i vertici politici e militari della NATO optarono per una massiccia campagna di bombardamenti aerei a carattere strategico, pur tenendo aperta fino all’ultimo la possibilità di un attacco di terra (truppe erano già presenti con compiti di difesa e controllo in Macedonia e Albania, inoltre ulteriori truppe erano state mobilitate).
La scelta di condurre solo attacchi aerei fu dettata dalla esigenza di limitare al massimo le perdite.
L’Italia ha dovuto affrontare costi particolarmente alti. Basti pensare che il costo delle sole missioni dell’Aeronautica Militare è stato di 65 miliardi e mezzo di lire (equivalente a quasi 34 milioni di euro), al quale va aggiunto lo schieramento navale che, oltre al Garibaldi con il suo gruppo aereo, includeva anche la fregata Zeffiro. A tutto questo bisogna aggiungere poi lo schieramento logistico in supporto alla NATO.
Va ricordato che nel 1999 il governo italiano ha visto due distinte composizioni:
- Governo D’Alema I:
- Periodo in carica: Dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999.
- Partiti principali: coalizione di centro-sinistra, nota come L’Ulivo, che includeva i Democratici di Sinistra (DS), il Partito Popolare Italiano (PPI), Rinnovamento Italiano, i Verdi, e altri partiti minori.
- Prime figure chiave:
- Presidente del Consiglio: Massimo D’Alema.
- Sergio Mattarella (PPI) come Vicepresidente del Consiglio con delega ai Servizi.
- Governo D’Alema II:
- Periodo in carica: Dal 22 dicembre 1999 al 26 aprile 2000.
- Partiti principali: coalizione di centro-sinistra, ma con alcune modifiche dovute a cambiamenti nella maggioranza. I Democratici di Sinistra (DS) erano ancora il fulcro, ma con l’uscita di alcuni partiti minori dalla coalizione.
- Prime figure chiave:
- Presidente del Consiglio: Massimo D’Alema.
- Ministro Difesa Sergio Mattarella.
Quando si invoca, giustamente, di ricordare la storia, è necessario ricordarla tutta.





