
di Bruno Chiavazzo
Stamattina mentre facevo una passeggiata in un parco vicino casa mia a Roma, mi sono imbattuto in centinaia di ragazzi e ragazze che stazionavano in un parchetto con nove panchine che il cantante Ultimo, al secolo Niccolò Moriconi, ha donato al quartiere dove vive e dove abito anch’io.
Il parchetto, inaugurato qualche settimana fa in pompa magna alla presenza del Sindaco di Roma, è diventato sede di pellegrinaggio per i tanti fans del cantautore, giunti a Roma dove Ultimo sta tenendo 3 concerti allo Stadio Olimpico.
Mi sono messo a leggere i cartelli, le suppliche, gli striscioni che i suoi “ragazzi” hanno deposto vicino alle panchine scrivendo che le sue canzoni gli hanno “cambiato la vita”. Ho parlato con qualcuno di loro e ho sentito la riconoscenza per quello che lui canta, per le parole dei suoi testi, per i sentimenti che descrive.
Personalmente non ho mai ascoltato una sua canzone, ho letto una sua intervista ad Aldo Cazzullo del Corsera e mi avevano colpito alcune sue frasi: “Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento. Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare e nessuno che vada in chiesa. Io non ho mai votato in vita mia. Non dico sia giusto. Non me ne vanto, non me ne vergogno”.
E ancora: “Troppi ragazzi passano dieci, dodici ore al giorno a scrollare video su TikTok. I social ti anestetizzano. Ti stuprano il cervello. Stiamo diventando amebe, aspettiamo un domani che non arriva e non arriverà. Postano cose che non hanno. Mangiano a casa ma fingono di essere al ristorante”.
Tornando verso casa rimuginavo su quello che avevo visto e sentito al parchetto e mi sono interrogato su cosa sappiamo noi, cosiddetti adulti, di quest’universo giovanile. Praticamente niente e mi è tornato alla mente cosa facevo io alla loro età.
I miti allora erano Che Guevara, la rivoluzione proletaria, l’impegno politico, le manifestazioni, l’immaginazione al potere, poi è arrivato il terrorismo, le P38, le BR, le bombe, la fine dell’URSS e Putin, la globalizzazione. Insomma lo schifo che stiamo vivendo oggigiorno.
A leggere le cronache sembra che questi ragazzi pensano solo a sballarsi, a fottersene di tutto e di tutti ma, forse, non è così. Si sentono solo spaesati, estranei, spauriti da un futuro pieno di incognite, vivono talvolta in famiglie disastrate con genitori che gli hanno dato tutto, tranne la comprensione, l’affetto, il dialogo.
Probabilmente il fatto che Ultimo riesca a riempire gli stadi e noi che scriviamo, interveniamo, dibattiamo, neanche il tinello di casa è dovuto alla semplice ragione che siamo, tutto sommato, falsi come l’ottone con noi stessi e con gli altri.
“Io penso di essere vero, trasparente. Non scrivo canzoni per farne un successo, ma per tirare fuori quello che ho dentro. Puoi dirmi anche che faccio cagare e qualcuno me lo dice, ma non puoi dirmi che non ci credo e la gente, i ragazzi, sanno quando una cosa è vera”. Così disse Ultimo.





