
di Giuseppe Augieri
Nel 1989 la caduta del muro di Berlino segnò una svolta e la scomparsa del comunismo. Oggi i dazi di Trump segnano una svolta non meno forte e la scomparsa della globalizzazione. E’ una svolta commerciale ed è politica. E’ una rivoluzione. Se non lo si capisce, si sbaglia tutto.
Nel breve periodo, i dazi rappresentano uno shock sui prezzi e sulla produzione. Ma gli effetti dei dazi non si misurano solo a breve termine, bensì nell’arco di cicli economici più lunghi.
Per l’America, la scommessa di Trump ha solidi fondamenti teorici. Le misure protezionistiche introdotte mirano a cambiare radicalmente il modello economico statunitense, storicamente basato sul consumo interno spinto da bassa propensione al risparmio, e sull’importazione di beni a basso costo. L’obiettivo è rilanciare la produzione nazionale, creando nuove opportunità di lavoro e riducendo la dipendenza dalle catene di approvvigionamento globali. Nonostante le critiche, è probabile – o comunque è quanto meno possibile – che Trump ottenga risultati significativi sul fronte del reshoring industriale. Di più: molte aziende straniere stanno già annunciando nuovi investimenti negli Stati Uniti per evitare l’impatto dei dazi. La domanda è se nel frattempo non crolli tutto: e non parlo solo di mercati.
Trump ha scelto di sfidare l’ordine economico internazionale con l’obiettivo di riportare la produzione all’interno dei confini nazionali. Certo una ipotesi – in economia chi parla di certezze vuole solo fregarti – e dunque fallibile, ma non una sciocchezza assoluta. Per questo non ci si può fideisticamente affidare alla speranza che Trump venga sconfitto in casa e faccia marcia indietro.
Questa considerazione deve fare ben più che da cornice a quanto farà l’Europa. Il problema vero delle nostre economie non è solo – e non è neanche tanto – quella della mancata produzione per le diminuite esportazioni. Se i dazi imposti da Trump rappresentano una minaccia diretta e viene ben percepita (forse un po’ al di sopra della realtà), la possibilità di un afflusso massiccio di prodotti cinesi esclusi dal mercato statunitense costituisce un pericolo altrettanto grave. Il rischio di dumping sul mercato europeo da parte della Cina, e non solo la Cina, fa trovare l’Europa come vaso di coccio tra vasi di ferro. Se Pechino decidesse di dirottare i propri flussi commerciali verso l’Europa, si aprirebbe un nuovo fronte di tensione. La possibilità di una guerra commerciale tra UE e Cina è uno scenario che rischia di diventare inevitabile. Quella ancora in atto lo dice. Possiamo fare la guerra commerciale con due superpotenze?
E’ per questo che, ob torto collo, bisogna essere cauti nelle reazioni a Trump. Starei molto attento a criticare le prime posizioni – molto caute – dell’Italia sulla vicenda. Non sono segno di incertezza ma di maturità. Alle intemperanze di Macron, hanno risposto finora Germania e Spagna suggerendo maggiore cautela. Ed è la posizione anche di Starmer, a quello che appare.
In verità bisognerebbe anche mettere da parte polemiche inutili – non voglio dire pretestuose – e avvolgere le mosse che si faranno in una tela fatta di ragionamenti pacati, di testa e non di pancia.
Vedo che anche tra di noi che non facciamo politica “sugli scanni” questo non sembra un filone perseguibile. Se non avrò prove contrarie, e fino ad allora, io resto del mio parere.





